Matteo Rocchi e Ludovica Vincenti

Far cantare la Viola: Matteo Rocchi e Ludovica Vincenti al Tempietto

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Matteo Rocchi e Ludovica Vincenti sono una coppia collaudata della musica da camera di Roma. Avevamo avuto modo di ascoltarli anche in concerto nella prima serata di Prestissimo, ma una serata dedicata interamente a loro permette di apprezzare molto di più le peculiarità e i punti di forza di questo duo.

Apre il loro concerto la Terza Sonata per Viola da gamba di Bach, che funge un po’ da riscaldamento per i due musicisti, anche se la resa è a tratti fiaccata dalla scelta di aprire completamente la coda del pianoforte, che in un brano bachiano dona un volume eccessivo al pianoforte a discapito del suono lirico della viola rendendo più difficile da apprezzare il contrappunto tra i due strumenti. Con il repertorio più moderno però la prospettiva cambia radicalmente.

La Sonata in Fa di Hindemith è senza dubbio uno dei cavalli di battaglia principali di tutto il repertorio violistico. Il compositore stesso, nel periodo in cui partoriva questa sonata e la sua opera gemella per viola sola, aveva optato per abbandonare il violino e dedicarsi esclusivamente alla viola. Il brano, formalmente concepito nei tre movimenti canonici della forma, in realtà si presenta come un continuum fluido e legato da rimandi tematici e motivici evidenti anche ad un primo ascolto. L’interpretazione dei due musicisti parte da presupposti estetici originali, accentuando un carattere quasi mellifluo del suono della viola nel primo movimento: la fantasia viene eseguita in maniera sognante, creativa ma perfettamente funzionale, con un inizio molto più delicato rispetto alle esecuzioni più canoniche che culmina in un climax forse poco ortodosso ma molto efficace alla ripresa del primo tema. I due movimenti successivi, entrambi costruiti come temi con variazioni, mettono in luce la capacità di dialogo dei due strumenti al pieno della forza emotiva, in un incontro mai banale. Un grande merito dei due musicisti, che in linea di principio varrebbe per tutto il concerto ma che va rimarcato specialmente per la Sonata è la capacità di concentrare tutta l’espressione e lo sforzo negli strumenti senza mai indulgere in gestualità troppo ampie e mimiche facciali grottesche che distoglierebbero l’attenzione dell’ascoltatore da quello che la musica produce. Tanto rigorosi nell’aspetto quanto animati nella resa musicale.

 

I Märchenbilder op. 110 di Schumann sono uno dei precursori della letteratura violistica pensata per lo strumento come lo conosciamo oggi, ed è con questa piccola raccolta che i due musicisti aprono la seconda parte del loro concerto. Il suono romantico completa un quadro eterogeneo nel repertorio di Matteo Rocchi e Ludovica Vincenti. In una esecuzione di buon livello brilla soprattutto il quarto Quadro: l’indicazione di Schumann prescrive un’espressione malinconica, che viene resa dal duo in maniera sempre viva e mai didascalica, senza eccedere nell’autocompiacimento.

Durante l’applauso meritato al termine dell’esecuzione schumaniana, i due musicisti con un coup de theatre attaccano l’ultimo brano con un convinto, quasi esagerato sforzato del pianoforte: chiude il programma il Konzertstück di Enescu, un brano sfaccetato ed immaginifico che nonostante sia architettato come un tutt’uno presenta momenti profondamente contrastanti al suo interno. Nonostante sulle loro spalle si sia già accumulata più di un’ora di concerto, Matteo Rocchi e Ludovica Vincenti riescono a dare una resa vitale ed energica al ponderoso brano del violinista rumeno. E non finisce neppure qui: chiude il concerto, dopo un siparietto con il pubblico, il Cigno di Camille Saint-Säens, in un’esecuzione lieve e sognante, quasi straniante dopo l’accumularsi di virtuosismi dei brani precedenti.


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Filippo Simonelli

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Chitarrista di formazione. Devoto a Johannes Brahms, ho sviluppato col tempo una passione per la musica britannica e per Aaron Copland. Mentre ero alle prese con una laurea in Relazioni Internazionali ho deciso di fondare Quinte Parallele.