Zoya

Ragione e sentimento, il pianoforte di Zoya Shuhatovich

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È un’atmosfera intima e raccolta — come si confà alla musica cameristica — quella della Sala Baldini mentre Zoya Shuhatovich fa il suo ingresso.
Il recital della pianista russa si conferma come uno degli appuntamenti più attesi dei Concerti del Tempietto e il pianoforte della Shuhatovich non delude le speranze del pubblico.
Il programma è vario e ben costruito: si parte con Bach, poi Schubert, per arrivare infine alle melodie spagnole di Isaac Albeniz.
Il preludio del corale bachiano ‘‘Wachet auf, ruft uns die Stimme“, nella trascrizione pianistica di Ferruccio Busoni, viene eseguito con grande maestria dalla pianista russa: Zoya Shuhatovich costruisce poco a poco lo spazio musicale donando ad ogni voce del contrappunto una statura equilibrata e indipendente, sebbene ben amalgamata con l’insieme vocale. A legare i discorsi musicali dei corali interviene infatti il pedale che, come indica Busoni sullo spartito, deve essere usato “con molta riservatezza”.
La “semplicità devota” che traspare da questa esecuzione non viene meno anche nel preludio successivo dal corale ‘‘Nun komm‘ der Heiden Heiland”.
L’approccio pianistico della Shuhatovich è mentale e analitico ma non lascia da parte il sentimento nobile e riservato che si nasconde tra le pieghe contrappuntistiche della musica del Kantor.

Gli Improvvisi di Schubert fungono da cambio di quinta teatrale: con la musica del compositore viennese ci si ritrova in un piccolo salotto come quelli in cui si esibiva il Maestro.
La pianista russa accompagna le modulazioni e variazioni dell’ Improvviso Op. 142 n. 3 con una grazia e leggiadria irresistibili, mentre nel successivo Improvviso n. 4 a spiccare sono il brio virtuosistico e la vivacità esuberante che caratterizzano questa splendida pagina di repertorio pianistico.

Senza neanche concedersi una pausa, la pianista continua imperterrita con il suo programma che, dall’accento tedesco della prima parte, arriva ora ai colori solari e danzanti della lingua spagnola.

Non ci si imbatte sovente nell’ascolto della Suite espaňola Op. 47 così come l’aveva concepita il suo compositore Isaac Albeniz. È infatti molto più frequente ascoltare la suite nella trascrizione chitarristica ben più conosciuta ed eseguita.

L’inconsueta esecuzione viene preceduta dalle parole della pianista la quale rivela di avere appena eseguito, con grande successo, la musica di Albeniz nella sua madrepatria musicale, a Valencia.
Le “fotografie” musicali dei luoghi della Spagna si susseguono con un andamento cinematografico e dinamico e rendono partecipe l’ascoltatore di questo viaggio fantastico tra le calles spagnole.
Il virtuosismo di Asturias si incontra con il ritmo danzante di Cadiz che a sua volta si lega ad un’altra celebre “canzone” pianistica, Sevilla.
Il tocco è forte e deciso, senza indugi, e la resa di questi trenta minuti di musica è letteralmente spettacolare.
Al pubblico non resta che applaudire la pianista la quale concede all’uditorio ben tre bis.

Matteo Macinanti

 

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About the Author

Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.