Haydn, Schubert e Liszt al Tempietto, il recital di Francesco Micozzi

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Il freddo che ha ormai definitivamente preso possesso della capitale ha costretto a una ritirata strategica nella sala Baldini, dove gli avventori hanno potuto assistere a un concerto di grande presa spettacolare, in cui la personalità artistica di Francesco Micozzi è stata esaltata in tutta la sua versatilità.

Il pianista romano classe 1985 decide di cominciare il concerto con la leggerezza delle Variazioni Hob. XVII n.2 di Franz Joseph Haydn in La maggiore, il cui tema molto semplice viene enunciato con chiarezza dalla mano destra mentre la sinistra accompagna con una serie di terzine eleganti e agili, per poi continuare in un percorso di brillante virtuosismo, in cui veloci scale, note ribattute, ottave in tremolo si susseguono sempre con una grande attenzione per l’intelligibilità della partitura.

Il concerto prosegue con il terzo Improvviso dall’opera 142 di Franz Schubert, che secondo Schumann doveva costituire il terzo tempo di un’ipotetica “sonata” alla quale appartenevano anche i numeri 1 e 2 di quest’opera. Il brano presenta un ritmo ternario a cui il compositore si diverte a inserire varianti ritmiche (emiolia) e armoniche degne di nota, dando al contempo all’esecutore modo di sfoggiare una tecnica raffinata e matura, in un profluvio di scale all’unisono, rapidi passaggi con le terze e trilli.

Il pièce de résistance del concerto è la celeberrima Sonata in Si minore di Liszt, brano che chiunque abbia una qualche familiarità con il repertorio pianistico ottocentesco riconosce come estremamente impegnativo, dal momento che si tratta di quasi più di 30 minuti ininterrotti di musica che richiedono a un interprete un’energia e una concentrazione che non tutti posseggono. Fortunatamente, la resa di Micozzi è estremamente soddisfacente, e dimostra con una resa pirotecnica e coinvolgente di sapere intrattenere lo spettatore senza pause, coadiuvato solo dalla pur appassionante narrazione lisztiana, il tutto riuscendo a mantenere ben delineato il limite fra puro sfoggio tecnico e la tessitura “sinfonica” che Liszt voleva conferire al brano.

Gli applausi scrosciano convinti a fine concerto, tanto da richiedere ben due bis, dove la personalità del pianista emerge in maniera ancora più evidente; come primo encore Micozzi rispolvera un autore contemporaneo poco noto da noi e in generale poco frequentato nelle sale da concerto, Nikolaj Kapustin, in una Pastorale dall’andatura jazzistica e sincopata. Il secondo brano ci consente di apprezzare anche le doti compositive del pianista, in un brano che riprende ironicamente due temi molto legati al mondiale vinto dall’Italia nel 2006, ossia il riff di Seven Nation Army dei White Stripes e l’Inno di Mameli, per fonderli insieme in una composizione fresca e divertente che chiude in bellezza un concerto praticamente immacolato.

 

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