Filippo Tenisci al Tempietto fra Schubert, Schumann e Liszt

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È la volta di Filippo Tenisci per l’appuntamento abituale ai Concerti del Tempietto, in una serata che è stata questa volta turbata da un clima un po’ più rigido, che renderà forse questo l’ultimo appuntamento da svolgersi alle pendici del Teatro Marcello, spostando così i prossimi concerti alla Sala Baldini.

Il giovane pianista decide di aprire con la sempre benvenuta Sonata D. 959 di Franz Schubert, uno dei vertici pianistici dell’800, le cui complessità e raffinatezze sembrano ancora indecifrabili a distanza di più di due secoli, rendendola un brano di interpretazione a dir poco impegnativa, specie per chi la deve affrontare all’aperto con un vento freddo settembrino che batte sulle mani. Invece Tenisci riesce a padroneggiare le pagine schubertiane senza apparente difficoltà, tenendo gli spettatori sulla corda per circa 40 minuti, cosa non scontata per un autore dall’ascolto così facile eppure così difficile.

L’esecutore si avvicina alla partitura con l’attenzione di chi si avvicina a un vaso prezioso, ogni tanto con il timore di poterlo rompere per averlo maneggiato con poca cura ma con la sicurezza di chi conosce bene la bellezza che esso contiene, e ci conduce all’interno dell’Allegro e dei suoi giochi armonici così tipicamente schubertiani, nei suoi movimenti armonici improvvisi e “non preparati” e quegli scambi fra maggiore e minore così frequenti nella sua produzione liederistica. Nonostante quest’atmosfera quasi ludica, a fare capolino c’è sempre il tormento e l’inquietudine profonda del compositore, ormai conscio della sua condizione terminale, e ciò diventa evidente nel celebre Andantino, che per ovvie ragioni è considerato lo zenith dell’intera sonata, una barcarola con una melodia sommessa e dolente, contrappuntata da un che Tenisci esprime senza calcare troppo la mano sul sentimentalismo che potrebbe evocare, ma affrontandola con il giusto rigore e un’asciuttezza ammirevole. Il momento più sconvolgente è la sezione centrale, una fantasia quasi improvvisata, caratterizzata da trilli e accordi violenti, modulazioni improvvise e dure, in cui l’angoscia prende completamente il sopravvento prima di tornare a quella compostezza ritmica del primo tema, sebbene privo ormai di ogni speranza. Qualche sbavatura nell’Allegro vivace è inevitabile, ma nulla che impedisca di godersi l’esecuzione fino ad un Presto estremamente ben condotto, rispettoso della cantabilità di entrambe le mani, che nella prima parte è espressa da un tema apparentemente spensierato, che viene scambiato a più riprese fra le due chiavi, per poi finire con le solite modulazioni improvvise e brusche, quasi a rappresentare una giovinezza ormai spezzata, per poi affrettarsi bruscamente in un finale reminiscente delle battute iniziali dell’intera sonata.

Diversa, seppure sempre caratterizzata da forti contrasti interni alla partitura, è la parabola del secondo brano selezionato dal pianista, Humoreske op. 20 di Robert Schumann, che il compositore stesso descriveva alla moglie come una commistione di riso e pianto. Una delle grandi ispirazioni di Schumann era lo scrittore romantico Jean Paul, da cui egli aveva “imparato più contrappunto che dal suo maestro di composizione”, e da cui sicuramente dichiarò di aver attinto per questa Humoreske, grazie alla sua descrizione del confronto, del contrasto, di quell’umorismo e quello sdoppiamento che sono così tipici dell’animo schumaniano.

Appunto questa è la difficoltà per chi si avvicina all’interpretazione di questo capolavoro, riuscire a rendere una così vasta gamma di sentimenti, rispettando in ogni momento il raffinato disegno contrappuntistico predisposto dal compositore, e la prova può dirsi superata brillantemente dal pianista, che riesce ad addomesticare le imprevidibilità di queste pagine al fine di creare una narrazione coinvolgente e accattivante, oltre a farci riscoprire una pagina forse non così conosciuta del maestro di Zwickau.

Il concerto si conclude con un bis perfetto per l’occasione, uno degli Studi trascendentali di Franz Liszt, le Armonie della sera, che con un atmosfera misteriosa accompagna gli spettatori in un viaggio di aspirazioni verso l’alto e ricadute, con numerose e complesse modulazioni e accordi sovrapposti con audacia, che incantano il pubblico e gli fanno dimenticare volentieri il vento freddo quasi d’Ottobre, che annuncia ormai ufficialmente la fine dell’estate.


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