Essere virtuosi a diciott’anni: Davide Ranaldi

In Recensioni by Redazione0 Comments

Nono appuntamento con la rassegna Piano Friends ai concerti del Tempietto. Sul palcoscenico Davide Ranaldi, classe duemila. Studente del conservatorio Verdi di Milano, ha iniziato in età tenerissima a dedicarsi al pianoforte, arrivando a padroneggiarlo rapidamente e con risultati riconosciuti su palcoscenici nazionali ed internazionali. Tra i suoi pezzi forti le passioni per Rachmaninov e Liszt, due simboli del pianoforte. Non a caso, viste le preferenze il programma della serata è stato fortemente sbilanciato verso il virtuosismo.

Dopo un doveroso omaggio a Bach, di cui Ranaldi ha interpretato il preludio e fuga in Si Bemolle Minore dal Clavicembalo Ben Temperato in una veste decisamente moderna, è stato il turno di Beethoven. La Sonata op. 101 è certamente uno dei pezzi più “atletici” del repertorio beethoveniano. Strutturata su tre tempi al posto dei più consueti quattro, la sonata pone l’esecutore di fronte a difficoltà maggiori rispetto a buona parte del repertorio a lui coevo. L’interpretazione di Ranaldi, decisamente più a suo agio nei movimenti brillanti, raggiunge il vertice con la Marcia del secondo tempo. Con uno spirito che occhieggia quasi già ai futuri sviluppi ritmici della celebre sonata op. 111, l’interpretazione è sempre brillante e fresca, anche quando la musica si dirige verso maggiori densità armoniche. Nonostante qualche leggera sbavatura nel terzo tempo, il brano viene coronato da una resa più che adeguata della fuga del quarto movimento.

Conclusa la Sonata di Beethoven, che ha avuto un po’ una funzione di “riscaldamento”, si arriva alla vera scalata alla vetta della tecnica. Il pianista milanese infatti si misura con due diverse interpretazioni del capriccio 24 di Niccolò Paganini. Il tema del violinista genovese, trasformato fino all’inverosimile dall’artigiano Brahms offre l’occasione perfetta per mettere in mostra un virtuosismo “muscolare”: alcune variazioni, che poi sarebbe più opportuno definire studi per la struttura formale sottostante, diventano una vera e propria prova di forza. Ranaldi tuttavia non si scompone mai, anzi: riesce addirittura nei rari momenti in cui la parte è eseguita da una sola mano, a sistemarsi il ciuffo o ad addrizzare la seduta. L’impegno richiesto dal Sesto Studio di Liszt è diverso: il musicista ungherese infatti pone anzitutto un differente approccio armonico, alterando il tema originale e rendendolo meno immediatamente riconoscibile; ma questo non impedisce all’esecutore di districarsi nella selva di scale, arpeggi e ottave che costellano il lavoro di Liszt.

Siamo di fronte ad un musicista senza dubbio incredibilmente maturo dal punto di vista tecnica, ancor più impressionante se pensiamo che è appena alle soglie della maggiore età. Anche il coraggio nel costruire un repertorio così denso rende bene l’idea del piglio con cui il musicista decide di imporsi sul palcoscenico. La speranza, per il futuro, è di vederlo alla prova anche con musiche dal carattere più personale ed intimista, per portare a compimento uno sviluppo dai risultati fin qui comunque assolutamente memorabili.

About the Author

Redazione