Come affrontano Beethoven due enfants prodiges?

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La storia della musica è costellata di enfants prodiges, talenti sbocciati in maniera precoce, tanto tra i compositori quanto tra gli interpreti. Per questi ultimi in particolare l’età anagrafica è sempre stata un fattore determinante per determinare la carriera, quasi una sorte di predestinazione. Più precoce è il debutto, più felice sarà la carriera. Il rovescio della medaglia per l’aspirante virtuoso è di dover sempre dimostrare qualcosa di più, una maturità specifica necessaria per affrontare le vette del repertorio.

La terza serata della rassegna Piano Friends dei Concerti del Tempietto ha proposto al pubblico due di queste potenziale stelle del futuro, Giacomo Corbetta e Monica Zhang. I due giovanissimi pianisti, rispettivamente di 13 e 11 anni, si sono alternati sul palco del teatro Marcello con due programmi tecnicamente impegnativi e strutturati e organizzati dal punto di vista della coerenza interna, con scelte che potrebbero mettere alla prova buona parte dei loro omologhi “adulti”. Entrambi hanno esordito nel segno di Beethoven, affrontando la Sonata op. 27 n. 2 “Chiaro di Luna” il primo e la sonata op. 10 n. 3 la seconda, proseguendo poi verso sentieri distinti ma legati: Chopin, Debussy e Rachmaninov per Corbetta, Glinka e Liszt per Zhang. Piccola ciliegina sulla torta, come bis finale a quattro mani la Polka Italiana di Sergei Rachmaninof.

Punto di raccordo dei due programmi, le sonate di Beethoven ci permettono di guardare da vicino ed analizzare le scelte stilistiche dei due enfants prodiges. Giacomo Corbetta, impegnato con una delle pagine più celebri del repertorio beethoveniano, ha un approccio vivo alla partitura: particolarmente ben riuscita è l’interpretazione del tempo centrale della sonata, un raccordo solo apparentemente minore tra due momenti memorabili, il cui carattere sbarazzino emerge con nitidezza dal modo di suonare spensierato di un preadolescente. Monica Zhang ha invece affrontato una sonata precedente, la settima in Re Maggiore. L’opera di per sé presenta delle peculiarità formali diverse da quelle del “Chiaro di Luna“; organizzata in 4 movimenti invece che nei 3 canonici, alterna difficoltà di carattere tecnico più immediatamente percepibili all’ascolto del primo e dell’ultimo movimento alle sottigliezze interpretative del secondo tempo “Adagio e Mesto“. Nonostante anche qui l’età sia tenerissima, a risaltare è proprio la calma con cui la giovane virtuosa milanese ha reso le sfumature di malinconia di cui Beethoven aveva caricato questo tempo lento in re minore.

Il programma di Giacomo Corbetta prevedeva anche il preludio Bruyeres di Debussy, la Polichinelle di Rachmaninov e lo Scherzo n. 3 op. 39 di Chopin. Brani che divergono dalla traiettoria germanica di ispirazione beethoveniana ma che offrono una diversa prospettiva sulla tecnica e sulle scelte pianistiche dell’interprete. Il brano di Debussy suona ancora un po’ acerbo in alcuni passaggi, mentre il virtuosismo di Rachmaninov e il vigore di Chopin brillano con energia ed impeto.
L’Alouette di Glinka e la Rapsodia ungherese n. 10 di Liszt completano il programma di Monica Zhang. Se la musica del compositore ungherese è risultata tecnicamente ben eseguita ma ancora un po’ troppo legata alla componente meccanica dell’interpretazione, l’alternarsi di lirismo e virtuosità del brano del compositore russo, proposto nella celebre parafrasi di Balakirev, ha lasciato emergere in maniera più chiara le caratteristiche salienti del modo di suonare di Monica Zhang.

Come dovremmo giudicare dunque le performances di due enfants prodiges alle prese con musica così “più grande” di loro?

Con obiettività, anzitutto, per rendere omaggio al grande lavoro svolto ed ancora in corso di svolgimento da parte loro e di chi si segue. Errori, sbavature o semplicemente passaggi da rivedere e limare non sono mancati, ma è normale che sia così; per entrambi poi i primi momenti sul piano sono stati i più difficili, complice anche l’atmosfera umida lasciata dal fortunale romano della notte precedente. Ma nel dare un giudizio complessivo non si può che essere ottimisti per il futuro di questi due giovani musicisti, per il loro coraggio e per la loro capacità.
Non si è mai abbastanza giovani per incontrare Beethoven.

 

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