Quinte Parallele racconta “Musica da Casa Menotti”

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Casa Menotti è lo storico palazzo nella Piazza del Duomo di Spoleto dove il Maestro Gian Carlo Menotti è nato, vissuto, ha composto e ospitato artisti di fama internazionale. Nelle sue stanze, dove sono custoditi gli oggetti più preziosi del Maestro come il suo pianoforte, si svolge la rassegna di concerti Musica da Casa Menotti. Un’esperienza musicale intima che crea un legame umano tra pubblico e musicista. Un’idea di concerto volutamente diversa che ci ha incuriositi tanto da volerla raccontare.

Abbiamo incontrato Federico Mattia Papi, il Direttore Artistico di Musica da Casa Menotti, che ci ha spiegato qual è l’idea alla base di una rassegna concertistica così particolare.

Federico Mattia Papi – Direttore artistico Musica da Casa Menotti

Come sei entrato in contatto con Casa Menotti e di cosa ti occupi?
Io non gestisco Casa Menotti ma Musica da Casa Menotti che dura sedici giorni l’anno durante il Festival dei Due Mondi di Spoleto anche se ne è indipendente. È stata la famiglia Monini, che conosce la mia passione per la musica e le mie inclinazioni nell’ambito dell’organizzazione artistica, a darmi l’opportunità di programmare dei concerti nella casa del Maestro. Era il 2012 e avevo vent’anni. A quel tempo invitavo i miei amici musicisti di Spoleto e io stesso ho suonato nelle prime edizioni della rassegna. Inizialmente mi occupavo un po’ di tutto insieme ad alcuni collaboratori, ora curo la programmazione e la logistica. In questi sette anni la manifestazione è cresciuta tanto che ci sono un fotografo, un grafico e due consulenti artistici che rendono il lavoro più semplice e migliore. Inoltre, con gli anni, Musica da Casa Menotti ha intrecciato collaborazioni con partner importanti come l’Accademia di Santa Cecilia, il Consevatorie National Supérieure de Musique et Danse di Parigi, la Royal Academy of Music di Londra, per fare degli esempi.

Parlami della tua formazione.
Ho cominciato a studiare violoncello quando avevo otto anni, suono il pianoforte ma per divertimento e dopo aver finito il liceo a Spoleto mi sono trasferito negli Stati Uniti per l’università. Sono sempre stato cosciente di non voler fare il musicista per questo, oltre ai corsi principali dedicati allo studio del violoncello, ho seguito quelli dedicati alla gestione dei beni artistici, alla contabilità, all’economia. Dopo la laurea mi sono trasferito a Parigi, ho lavorato un anno e poi ho fatto un master in gestione culturale e ora lavoro in una società giapponese per la quale curo l’organizzazione di tournée musicali in Asia.

Pensi che la tua formazione musicale ti sia d’aiuto nella scelta degli artisti da invitare a Casa Menotti?
Credo proprio di sì. Avere una formazione musicale mi aiuta a comprendere tutte le dinamiche che sono dietro a una manifestazione culturale. Questo non esclude che ci possano essere grandi organizzatori che magari non suonano strumenti però è senza dubbio qualcosa che aiuta, almeno a me ha aiutato molto. Inoltre, io ho una formazione ‘classica’ ma mi interesso di tutti i generi musicali: il jazz, l’elettronica, il rock… La passione per quello che fai aiuta a relazionarti con l’artista che rispetta il tuo lavoro in maniera diversa se sa che conosci la fatica, la concentrazione dello studio e la soddisfazione che c’è dietro la preparazione di un concerto.

Prima dei concerti fai un’introduzione in cui parli di Gian Carlo Menotti e del suo modo di intendere la musica come flusso continuo tra musicista e pubblico. Credi che Musica da Casa Menotti segua questa direzione?
Il Maestro aveva una concezione civile dell’arte e intendeva l’artista come qualcosa di essenziale per la collettività come lo sono l’elettricista, il medico, lo spazzino o l’avvocato. Questa è l’idea che ispira e quello che cerca di fare Musica da Casa Menotti. Invito sempre i musicisti a raccontarsi al pubblico, a raccontare la loro musica lasciando emergere il lato umano e non semplicemente quello tecnico. E riesco a vedere la partecipazione del pubblico, alle volte silente mentre altre si esplicita in domande rivolte ai musicisti. Questi concerti producono una certa intimità per forza di cose dato che si svolgono nell’ambiente raccolto di un salotto e non in un’enorme sala da concerto che crea una sensazione di distacco e freddezza. Il mio intento è quello di costruire un modo diverso di esperire la musica, proporre una diversa idea di concerto e voglio farlo invitando giovani musicisti. Infatti, tutti gli artisti che passano per Casa Menotti hanno tra i diciotto e i trent’anni.

Nel pubblico di Musica da Casa Menotti ci sono giovani?
È da qualche anno che stiamo cercando di costruire una programmazione che sia attenta a un pubblico giovane, magari di non addetti ai lavori. Da quest’anno vedo dei miglioramenti ma il problema fondamentale rimane e riguarda il fatto che gli anziani hanno più tempo libero rispetto ai giovani.

Che posto occupa Musica da Casa Menotti all’interno del Festival Dei due Mondi di Spoleto?
Negli ultimi anni Musiche da Casa Menotti ha avuto un miglioramento innegabile e questo lo devo anche al sostegno della Fondazione Monini, della Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto e al Circolo dei Mecenati. La nostra è una manifestazione indipendente rispetto al Festival dei Due Mondi ma un maggiore supporto sarebbe utile e interessante. Quest’anno siamo stati inclusi nel programma del Festival quindi c’è una certa attenzione nei nostri confronti che spero crescerà.

Ensemble Dérive

Abbiamo incontrato l’Ensemble Dérive, nato dall’incontro di sei giovani musicisti francesi: Ninon Hannecart-Ségal e Suzanne Ben Zakoun al pianoforte, Aurélien Gignoux, Arthur Dhuique-Mayer, Corentin Aubry e Swann Van Rechem alle percussioni. Dopo il concerto del primo luglio abbiamo fatto quattro chiacchiere sul loro modo di intendere la musica e quali sono i loro progetti futuri.

Mentre suonavate ho notato molta empatia tra di voi. Vorrei sapere se avete formato questo ensemble casualmente oppure se vi siete cercati.

Al Conservatorio Nazionale di Parigi vengono scelti ogni anno due studenti per la classe di percussioni. Il nostro anno è stato eccezionale, ci hanno presi in quattro. Questo creava dei problemi perché eravamo troppi e poteva nascere della competizione tra noi. Allora abbiamo deciso di reagire diversamente: c’è il Sestetto di Steve Reich per ensemble di quattro percussionisti e abbiamo deciso di studiarlo. Poi abbiamo cercato le due pianiste per completare il numero di strumentisti necessari a eseguire il brano e da lì è nato il nostro ensemble.

Le possibilità erano tante, perché avete scelto proprio questa?

Inizialmente non sapevamo a cosa saremmo andati incontro. Abbiamo cominciato a studiare il Sestetto di Steve Reich e ci siamo trovati talmente bene da voler rimanere insieme. Abbiamo notato che c’era un bell’equilibrio tra noi, una buona empatia e quindi abbiamo deciso di continuare su questa strada.

Durante il concerto avete accennato al fatto che, dopo aver affrontato il repertorio di Steve Reich e John Cage, avete sentito il bisogno di qualcosa che sia contemporaneo alle vostre vite. Come siete entrati in contatto con i compositori che hanno scritto i brani per il vostro ensemble? Come avete lavorato con loro?

Le possibilità per un ensemble come il nostro sono tante perché le percussioni posso essere utilizzate in molti modi così come il pianoforte che può avere un uso melodico o percussivo oltre ad ampliare la sua gamma timbrica quando viene ‘preparato’. Abbiamo cercato quindi di entrare in contatto con compositori che erano compatibili non solo con il nostro assetto strumentale ma anche con il nostro modo di sentire la musica e le nostre personalità. Quello che volevamo e che vogliamo è creare qualcosa di accessibile per il pubblico ed è in questo modo che cerchiamo di impostare il lavoro con compositori giovani come noi.

Avete mai provato a fare musica vostra che sia improvvisata o composta e segnata su carta?

L’idea è quella di esplorare qualsiasi possibilità compresa quella di fare musica che sia nostra anche nella fase creativa. Ci sono diversi elementi nel gruppo che hanno una propensione all’improvvisazione e la composizione potrebbe essere uno degli indirizzi da prendere. Il nostro eclettismo deriva proprio dalla nostra volontà di mantenere un’apertura a tutte le diverse possibilità.

Quale supporto ricevete dalle istituzioni francesi per esplorare il repertorio contemporaneo e qual è la risposta del pubblico alla vostra musica?

La sfida per un gruppo di percussionisti, come il nostro, è più difficile rispetto a un sestetto d’archi. Noi dobbiamo affidarci molto a creazioni contemporanee che vuol dire anche far commissionare nuove opere a compositori. Questo, ovviamente, richiede soldi cui possiamo accedere tramite borse di studio oppure grazie al sostegno di fondazioni. Solitamente, però, le borse di studio sono concesse dopo il triennio e noi siamo ancora troppo giovani. Inoltre, le fondazioni sono più inclini a sostenere il repertorio classico rispetto alle sperimentazioni contemporanee. La cosa positiva è che siamo costretti a mantenerci attivi nella ricerca di fondi e persone disposti a sostenerci. In sostanza, siamo sempre a caccia di nuove vie creative.

Utilizzare oggetti come strumenti musicali e strumenti in maniera non convenzionale è una caratteristica tipica della musica contemporanea. Quanto della vostra sensibilità entra in questa tendenza?

Aderiamo sicuramente a una tendenza tipica dell’arte contemporanea ma in questo c’è anche una nostra curiosità individuale. La nostra ricerca punta ad adattarsi alla situazione per poter fare musica in ogni condizione con ciò che abbiamo a disposizione.

 Prossimi progetti?

Due settimane fa abbiamo avuto l’esame conclusivo del triennio che prevede l’esecuzione di quattro creazioni originali. Vorremmo che queste creazioni diventassero uno spettacolo unico da proporre al pubblico e lavoreremo per far in modo che sia possibile.

Manuel Magrini – Pianista Jazz

Venerdì 6 luglio abbiamo ascoltato i brani e le improvvisazioni jazz del pianista Manuel Magrini, uno dei maggiori talenti del jazz italiano. Già protagonista di molti festival musicali di prestigio, Magrini ha suonato con grandi nomi del jazz in tournée italiane e internazionali. A giugno 2017 si è aggiudicato il prestigioso Premio Lelio Luttazzi come migliore giovane pianista jazz italiano. Magrini ci ha condotti in un viaggio circolare attraverso vari generi musicali ma iniziato e finito con il jazz. Tra i brani eseguiti, molti provenivano dal suo primo album Unexpected uscito nel 2016. Una raccolta di musiche che, come dice l’artista, “parla della mia storia, piena di eventi e incontri che non avrei mai immaginato di fare e che mi fanno sentire parte di un bellissimo disegno”.

Magrini entra nel salotto di Casa Menotti e si precipita sul pianoforte. Inizia a suonare qualcosa di caldo, accogliente e familiare: il suo benvenuto al pubblico è I walked bud di Thelonious Monk. Uno standard jazz come punto di partenza di un viaggio che ci ha portati molto lontani per poi tornare da dove eravamo partiti. Un insieme di musiche e di modi di fare musica: dalla forma scritta all’improvvisazione toccando perfino la trascrizione di musiche pop. Il pianista procede presentandoci uno dei suoi brani, Time flow. Il suo stile è meno caldo e misurato ma più fresco, spensierato e quasi giocoso. Il pubblico segue attentamente le volate della mano destra mentre la sinistra reitera il suo pattern. Ritmi ‘zoppi’, effetti di eco e sbalzi nelle dinamiche si susseguono finché il brano si avvia alla sua conclusione con calma, come un dondolo che perde progressivamente la sua oscillazione. Segue Al di là dei sogni, sempre di Magrini. Questa volta la sua musica ha un carattere maggiormente intimistico: una melodia lenta eseguita nella parte centrale e grave della tastiera. Le mani si passano il filo del discorso mentre il pianista accompagna i suoni sollevandosi quasi dallo sgabello. Il pubblico vede ma soprattutto sente la concentrazione e la partecipazione di Magrini mentre cerca di esprimersi in suoni come fossero parole. Dopo questa breve pausa nell’interiorità torniamo a un’atmosfera frizzante e scherzosa con Fuori dal Choro, una musica che trae la sua origine dal Brasile. Il gioco di parole, come spiega l’artista, è dovuto al modo con cui ha deciso di trattare il ritmo di questa musica, già di per sé particolare. Magrini la suona in 5/4 sfasando la sua naturale impostazione e rendendola estranea a se stessa, fuori dal Choro. Passiamo poi per le trascrizioni di musica pop nel senso di ‘popolare’, conosciuta da tutti. Magrini esegue Dolcenera di Fabrizio De André e Seven Days di Sting. Melodie orecchiabili e familiari, ritmi semplici: una piccola oasi ‘cantabile’ prima di ritornare al jazz con i brani di Magrini e di Fats Waller che chiude la serata. Un concerto fresco, accessibile a tutti i tipi di orecchie senza fatica anzi con grande coinvolgimento e voglia di scoprire, brano dopo brano, sempre qualcosa di nuovo.

Foto di ©RaffaeleStupazzini

Silvia D’Anzelmo

About the Author

Silvia D'Anzelmo

Silvia D’Anzelmo, nata a Formia nel 1990, vive tra Itri, Roma e Napoli. Appassionata di musica fin da bambina, studia pianoforte e Teoria e Analisi musicale privatamente. Nel 2014 si laurea in Musicologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e la Lode e da quel momento svolge un’intensa attività di divulgazione musicale attraverso lezioni concerto per conto dell’Accademia di Santa Cecilia; collabora con varie istituzioni come la “IUC: Istituzione Universitaria dei Concerti” e il Fondi Music Festival per le quali cura le note di sala; inoltre, da circa un anno si dedica alla scrittura di libretti per CD classici e collabora con vari magazine come “Zero”, “La gazzetta musicale” d’Italia, il “Corriere Musicale” per la presentazione e recensione di spettacoli.