Quinte Parallele in trasferta: il Festival Richard Strauss a Torino

In Eventi, Recensioni by Aurora Tarantola0 Comments

Tra il 2 e il 25 febbraio quest’anno la fredda ma affascinante Torino ha ospitato il terzo festival monografico organizzato dal Teatro Regio, questa volta dedicato a Richard Strauss. Dopo quello del 2016, con protagonista Alfredo Casella – che si è aggiudicato il Premio Abbiati dell’Associazione Nazionale dei Critici Musicali – e quello dello scorso anno incentrato su Antonio Vivaldi, l’importantissima istituzione culturale torinese torna ad offrire una manifestazione ricca e poliedrica, che si spera diventi una vera e propria tradizione oltre che fulcro dei progetti culturali della città ed un punto di riferimento per tutti i torinesi e non. Il direttore artistico Gaston Fournier-Facio, ormai in carica nello storico teatro da quasi quattro anni, è riuscito a coinvolgere innumerevoli istituzioni culturali – circa 30 – per rendere questa iniziativa interdisciplinare e collegiale. Infatti grazie alla collaborazione con il Conservatorio Giuseppe Verdi e con numerose biblioteche, teatri, sale da concerti, chiese e sale cinema si sono potuti utilizzare spazi e creare momenti per appuntamenti incentrati su forme artistiche non solo musicali, ma anche letterarie e visive: ovviamente concerti, ma anche mostre, convegni, proiezioni e conferenze. Oltre a quasi 50 composizioni straussiane tra musica sinfonica, vocale, da camera e opere teatrali, vengono offerte testimonianze su come i lavori di Strauss abbiano influenzato e permeato diversi ambienti artistici.
Noi di Quinte Parallele abbiamo avuto il piacere di essere presenti negli ultimi giorni di questo prezioso evento e siamo riusciti ad assistere a due dei numerosi spettacoli in programma.

24 Febbraio

Sabato 24 febbraio si è svolto, all’interno del Teatro Regio, l’ultimo concerto sinfonico della manifestazione. Durante la serata sono state eseguite le composizioni per orchestra Don Quixote e Aus Italien, sotto la direzione di Gianandrea NosedaDon Quixote, variazioni fantastiche su un tema di carattere cavalleresco op.35 (1896-97), fu ispirato ovviamente dall’omonimo celebre romanzo di Miguel Cervantes, dal quale Strauss trasse gli episodi più salienti, raccontati di dieci variazioni, oltre ad un’Introduzione e un Finale. Appaiono chiari principalmente tre temi fondamentali, quello di Don Chisciotte, tema cavalleresco affidato al violoncello solista, quello di Sancho Panza, invece dal carattere popolaresco e grottesco e infine quello di Dulcinea, impersonata da un dolce tema per violino solo. Questi in realtà non subiscono sostanziali variazioni, come la tecnica tradizionale richiedeva ma, rimangono sempre molto riconoscibili: è l’atmosfera sonora, il contorno a modificarsi sostanzialmente, personificando il mondo evanescente, fantastico, che il protagonista crea intorno a sé. Quest’atmosfera fantastica, vivace e multiforme viene narrata con estrema precisione e attenzione dal direttore Noseda, sempre molto energico ed appassionato: sembra avere un grande feeling con l’orchestra e ciò viene riconosciuto dal pubblico, che si prolungherà in scroscianti applausi per lui e per il giovane violoncello solista.

La seconda parte della serata è occupata dalla fantasia sinfonica Aus Italien. Questa fu invece composta nel 1886, a seguito di un lungo soggiorno del compositore di Italia: Strauss era solito infatti visitare il nostro Paese non solo per lavoro, ma soprattutto per piacere, tanto che con il tempo divenne per lui una vera a propria tappa obbligata. Durante primo viaggio in Italia, a soli 22 anni, il compositore tedesco iniziò a comporre Aus Italien, ispirato dalle bellezze naturali e monumentali della penisola: il primo dei quattro movimenti descrive la campagna romana, inondata di luce e serenità, il secondo invece ci presenta sempre Roma, ma nella sua versione cittadina, monumentale, delle maestose rovine; con il terzo movimento ci spostiamo nella spiaggia di Sorrento, dove sentiamo descritte le più varie caratterizzazioni sonore di un ambienti di quel genere, come il canto degli uccelli, il rumore delle onde, il vento e così via; infine il quarto ci offre un’istantanea della vitalità napoletana, riprendendo famose melodie di canzoni popolari partenopee. Anche in questo caso il direttore e l’orchestra del Regio superano in modo eccellente la prova, portando sul palco un brano poco eseguito ma di grande valore, oltre che un inno di lode alla nostra casa.

25 febbraio

Nel pomeriggio del 25 febbraio invece va in scena l’ultima recita prevista dell’opera più famosa di Strauss, Salome, che debuttò in Italia proprio al Teatro Regio di Torino nel 1906. A seguito del tanto chiaccherato incidente del 18 gennaio scorso durante una recita della Turandot di Puccini, il teatro ha deciso di mettere in scena lo stesso Salome, colonna portante del festival straussiano, in forma semiscenica, rinunciando alla regia di Robert Carsen. Questo nuovo allestimento “di emergenza”, curato da Laurie Feldman, assistente dello stesso regista canadese, riesce nonostante l’essenzialità e la semplicità a fornire spunti di riflessione e dialogo agli spettatori. 

La scenografia è stata costruita semplicemente con una dozzina di sedie nere sparse per il palco, ed un grande telo nero sullo sfondo con un’apertura al centro. È proprio da lì che farà il suo ingresso Jochanaan: per questo possiamo quindi immaginarla come l’apertura della caverna dove è rinchiuso il profeta e il palco e le sedie spogli il giardino esterno del palazzo di Erode. In mancanza delle strutture sceniche, viene utilizzato un freddo occhio di bue per illuminare i personaggi che prendono possesso della scena, vestiti in abiti da sera moderni.
Un altro elemento importante da segnalare in questa rappresentazione è l’uso dell’allusione e dell’introspezione nella mente dei personaggi, a discapito dell’azione concreta sul palco
. Il primo episodio significativo da questo punto di vista è la morte di Narraboth: il suicidio del bel giovane, tanto improvviso e semplice quanto irrazionale e malinconico, è presentato dall’azione da parte del soldato dello spogliarsi della giacca e sedersi su una delle sedie presenti in palcoscenico, senza senza l’uso di alcuna arma o un solo gesto che faccia intuire le sue intenzioni. Quella giacca lasciata in mezzo al palcoscenico sembra essere la sua carne, il suo corpo, e l’interprete diventa così l’anima che abbandona l’ambiente terreno. Ma è nel fulcro dell’opera, nel momento di climax della narrazione musicale che troviamo una nuova narrazione, sovrapposta a quella del testo e della musica creata dal regista. La famosa danza dei sette veli non è più una danza, bensì un’introspezione psicologica nella coscienza, nell’immaginazione e nei desideri della giovane e terribile principessa. Infatti Salome non accennerà neanche un passo di danza: la prima parte è incentrata sullo sguardo e sul suo potere intrinseco, che lei userà per sedurre il patrigno, completamente ferma sul posto. Prendono poi il sopravvento l’immaginazione e i desideri di Salome: Jochanaan compare sul palcoscenico e si scambia con la principessa un bacio appassionato ed innamorato. Questa scena rappresenta il desiderio di amore e di affetto, un’idea di relazione felice, di un amore corrisposto e puro. L’ultima parte della danza ci mostra invece le paure e le insicurezze della protagonista, che vediamo essere assalita da tutti gli uomini presenti in scena, cantanti e comparse, che letteralmente la accerchiano e la assalgono, come una preda: il desiderio sessuale che Salome scatena e l’insistenza con cui viene reso esplicito, la fa sentire schiacciata, oppressa, attaccata, in qualche modo violata. Ecco qui quindi che siamo immersi nella mente nevrotica e frastagliata della principessa, e forse riusciamo a comprendere (ma non a giustificare) il suo comportamento e la sua nevrosi.

L’interprete della protagonista, Erika Sunnegårdh, riesce con la sua vocalità fresca e allo stesso tempo decisa e corposa a costruire il complesso personaggio di Salome, nei suoi tratti infantili, capricciosi ma anche seducenti, sanguinari, rabbiosi, nevrotici: tutti questi aspetti, ugualmente vitali per la costruzione dell’identità della principessa risultano puntualmente espressi ed amalgamati nel fraseggio e nella vocalità della Sunnegårdh. Con il soprano svedese si trovano sul palcoscenico cantanti altrettanto preparati e calati nelle loro parti: Tommi Hakala nei panni di Jochanaan, risulta granitico ed elegante nei fraseggi e nella declamazione, rendendo perfettamente il personaggio del profeta. Il re Erode – o Herodes – uomo di potere ma impotente davanti al desiderio e all’attrazione per Salome prende voce da Robert Brubaker, il tenore americano dotato di una forte attorialità, ben capace di mostrare l’ipocrisia e l’incostanza del personaggio, con una vocalità fresca e versatile. Doris Soffel, il mezzosoprano nei panni della regina Herodias si presenta fiera e matura, con un timbro e un fraseggio deciso. Infine appassionato ed energico Enrico Casari, nei panni di Narraboth.

Per quanto riguarda Ganandrea Noseda e l’orchestra del Regio, ancora c’è da notare un grandissimo lavoro. La mancanza di una vivacità visiva e performativa sul palco viene sopperita dalla narrazione magistrale fatta dall’orchestra. Sempre energico e preciso, il direttore si mostra perfettamente all’altezza dell’opera più complessa di Strauss, per quanto riguarda i temi e le atmosfere sempre diverse e con caratteristiche ben precise, è capace di donare un giusto carattere e di dare una certa importanza a tutti gli elementi della narrazione psicologica affidata all’orchestra, senza mai sopraffare o affannare gli interpreti.

Nel complesso un festival con iniziative e prestazioni di altissimo livello, sicuramente un motivo d’orgoglio e occasione di arricchimento per tutti i torinesi ma anche per tutti gli italiani appassionati di musica!

Aurora Tarantola

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