Tra Arcadelt e Michelangelo

In Musica e Altri Mondi by Redazione0 Comments

Il mondo della musica è pieno di legami tra artisti e musicisti. Pensiamo a John Cage e il gruppo dei Fluxus, o ancora a Kandinskij e Schönberg. È interessante notare però come questi rapporti siano nati apparentemente solo in epoca recente. Ma attenzione, soltanto apparentemente. Infatti, scavando più a fondo nel passato, si trovano alcuni esempi di collaborazioni tra artisti e musicisti davvero interessanti, ed in questo articolo si parla proprio di uno di essi.

Firenze, prima metà del Cinquecento. Queste sono le prime indicazioni note dell’arrivo in Italia di un giovane compositore di origini fiamminghe, considerato oggi uno dei grandi padri del madrigalismo: Jacques Arcadelt. Come per molti compositori e artisti di quest’epoca, ben poco si conosce della sua giovinezza e formazione dal momento che le prime informazioni certe risalgono soltanto al suo arrivo in Italia. Sarà a Roma, infatti, che nei registri del Coro della Basilica di San Pietro troveremo, dal 1539, un certo Iacubus Flandrus, ossia Jaques Arcadelt e proprio qui, nella Città dei Papi, egli conoscerà il grande successo, culminante nella nomina a magister puerorum prima e a Maestro del Coro della Cappella Sistina poi, sino alla sua definitiva partenza dall’Italia, nel 1551, alla volta della Francia.

Roma, in quel periodo, era una città in pieno fermento artistico e politico. Il Sacco del 1527 aveva messo in ginocchio la Città Eterna. Da quel momento, tuttavia, Roma conobbe una nuova fase di gloria, che fu portata al suo massimo splendore da un grande artista toscano, Michelangelo Buonarroti, un uomo duro e scaltro ma dalla sensibilità e raffinatezza creativa senza paragoni. Spesso, però, si dimentica che il Buonarroti, oltre ad essere stato un impareggiabile artista, possedeva una notevole dote poetica. Celebri sono le sue lettere, indirizzate a parenti, amici e committenti, ma è nelle rime che la sua creatività poetica trova forma compiuta. Queste liriche sono interessanti non solo per il loro aspetto stilistico, ma anche perché testimoniano come la figura dell’artista cominciava a non essere più considerata come quella un mero artigiano, ma stava man mano mutuandosi in quella di un vero e proprio intellettuale, capace, con la propria vena artistica, di prendere parte alle discussioni socio-politiche del proprio tempo

Il legame tra i due artisti, seppur non un vero rapporto di amicizia, nacque proprio grazie alla vena poetica di Michelangelo.

Siamo all’incirca tra il 1538 e il 1539 quando il Buonarroti, in una missiva indirizzata al suo amico Luigi del Riccio, agente del Banco Strozzi a Roma nonché appassionato di lettere ed arti, scrive queste parole:

Questo mandai più tempo fa a Firenze. Ora perchè l’ò rifatto più al proposito, ve lo mando, acciò che piacendovi lo diate al foco, cioè a quello che m’arde. Ancora vorrei un’altra grazia da voi, e questa è che mi cavassi d’una certa ambiguità in che io son rimasto stanotte, che salutando l’idolo nostro in sognio, mi parve che ridendo mi minacciassi; e io non sappiendo a qual delle dua cose m’abbia a tenere, vi prego lo intendiate da lui, e domenica riveggiendoci, me ne ragguagliate.

Vostro con infiniti obbrighi e sempre.

Se vi piace, fatelo scriver bene e datelo a quelle corde che legan gli uomini senza discrezione, e racomandatemi a messer Donato

Michelangelo, con il questo iniziale, indica una poesia allegata alla lettera. Bisogna però ricordare che egli era pur sempre un uomo proveniente da una famiglia dalle possibilità economiche piuttosto limitate e per questo motivo, in gioventù, non poté permettersi una salda formazione umanistica. Cosciente di ciò egli era solito inviare ad amici eruditi, come Pietro Aretino, Vittoria Colonna o ad altri, i suoi componimenti poetici, come in questo caso. Stavolta, però, Michelangelo avanza al destinatario della missiva anche una proposta. Nella chiosa della lettera, infatti, chiede al del Riccio, Se vi piace, di far trascrivere in bella copia il madrigale allegato e di consegnarlo a quelle corde che legan gli uomini senza discrezione. Egli, dunque, con questa fine espressione sibillina, non fa altro che chiedere al suo amico di trovare un compositore e di far musicare a quest’ultimo i suoi versi. Questo compositore si rivelerà essere Jacques Arcadelt.
Ecco di seguito il testo della poesia:

      Deh dimmi, Amor, se l’alma di costei
fusse pietosa com’ha bell’ il volto,
s’alcun saria sì stolto
ch’a sé non si togliessi e dessi a lei?
 E io, che più potrei
servirla, amarla, se mi fuss’amica,
che, sendomi nemica,
l’amo più c’allor far non doverrei?

      Io dico che fra voi, potenti dei,
convien c’ogni riverso si sopporti.
Poi che sarete morti,
di mille ’ngiurie e torti,
amando te com’or di lei tu ardi,
far ne potrai giustamente vendetta.
Ahimè, lasso chi pur tropp’aspetta
ch’i’ gionga a’ suoi conforti tanto tardi!
Ancor, se ben riguardi,
un generoso, alter e nobil core
perdon’ e porta a chi l’offend’ amore.

Gli studi più recenti, sulla base dell’anno di pubblicazione del Primo Libro de’ Madrigali di Arcadelt, il 1539, collocano questa lirica tra il 1538-39. Vi sono però anche altre ipotesi di datazione, come quella sostenuta da Albert Seay, uno dei maggiori conoscitori della musica del compositore fiammingo, secondo il quale i madrigali possono essere stati composti anche prima, nel 1537, quando Arcadelt soggiornava a Venezia, ove entrò in contatto con molti musicisti che lì risiedevano e da cui ricevette una notevole influenza, ravvisabile in molti passaggi rimici e melodici tipici della scuola veneziana. In questa raccolta di componimenti a 4 voci, che in breve tempo conobbe un grandissimo successo, sono presenti due madrigali tratti dalla lirica michelangiolesca, qui divisa in due parti musicate separatamene: Deh dimmi, Amor, se l’alma di costei e Io dico che fra voi, potenti dei.

La prima parte del componimento del Buonarroti, Deh dimmi, Amor, se l’alma di costei, è a tema chiaramente amoroso, come sottolineato anche nella missiva. Tratta di un amore non ricambiato e di come il fuoco, nonostante non sia corrisposto, arda sempre di più nel proprio petto. Un tema abbastanza ricorrente nella poesia e nella musica del tempo, se non fosse che l’amore di cui parla qui Michelangelo non era affatto ben visto all’epoca. Egli, con molta probabilità, scrisse questi versi pensando al giovane Tommaso de’ Cavalieri, nobile romano che Michelangelo conobbe nel 1532, quando aveva 57 anni e il Cavalieri soltanto 23, e di cui platonicamente si innamorò. Questa supposizione è suggerita dalla lettera stessa in cui l’artista scrive al del Riccio di consegnare la poesia al foco, cioè a quello che m’arde, ossia alla persona da lui amata, dato che anche il Del Riccio conosceva il giovane Tommaso.

Musicalmente l’Arcadelt dona al madrigale un andamento concitato ed inquieto, il linea con il testo, il quale appunto racconta i dubbi di un innamorato. Le voci si sviluppano, man mano che si procede nel componimento, in maniera sfalsata, accavallandosi, in un moto sempre più incalzante, fino a trovare una prima quiete nella parte centrale del brano. Qui l’innamorato parla di ciò che egli potrebbe donare all’amata, potrei servirla, amarla, se mi fuss’amica; dai versi che, sendomi nemica, introdotti prima dalla voce dell’alto e successivamente dalle altre, si ritorna, invece, ad un moto più burrascoso. Gli ultimi versi trovano una prima unione nella voce del tenore, che tiene per le ultime quattro battute la stessa nota, e poi nell’accordo finale di Fa Maggiore.

La seconda parte del componimento è stata invece interpretata in chiave politica, come un discorso tra Michelangelo ed un fiorentino, forse Filippo Strozzi. Sappiamo, infatti, che il Buonarroti, in quegli anni, era simpatizzante per la fazione antimedicea di Firenze, i cui componenti erano chiamati fuoriusciti ed avevano come punto di ritrovo il palazzo dello Strozzi. Perno del gruppo era il cardinal Ridolfi, per il quale Michelangelo realizzò il busto di Bruto con le fattezze di Lorenzino de’ Medici, assassino del Duca Alessandro de’ Medici, nonché suo cugino. Nella musica che Arcadelt compone per questo madrigale è ravvisabile fin dalle prime battute una maggiore influenza della scuola veneziana. C’è una maggiore attenzione alla messa in musica del testo, la quale si esplicita in passi come Ahimè, lasso chi pur tropp’aspetta in cui l’interiezione è riprodotta attraverso un dialogo serrato tra il soprano e le altre voci, mentre la parola aspetta è espressa tramite la ripetizione dello stesso accordo per ogni vocale della parola, seguita subito dopo da un quarto di pausa, proprio come se le voci si fossero improvvisamente fermate ad aspettare qualcosa. Il tono generale di tutto il brano è caratterizzato, contrariamente al madrigale precedente, da una certa solennità a cui però il compositore non ha rinunciato a dare brio, grazie all’utilizzo di brevi scale ascendenti e discendenti il cui sviluppo coinvolge spesso più voci.

Nel legame tra Michelangelo ed Arcadelt un ruolo chiave lo ha avuto, con molta probabilità, proprio l’ambiente dei fuoriusciti. Luigi del Riccio era un noto antimediceo, tanto da essere stato esiliato dalla capitale toscana nel 1534, anno del ritorno dei Medici a Firenze. Ma Arcadelt, compositore proveniente dal nord Europa e i cui rapporti con la famiglia dei Medici non erano così forti, se non addirittura inesistenti, non sembra molto legato alla cerchia antimedicea, se non per un solo dettaglio. Egli nel Primo Libro de’ Madrigali, fra i molteplici testi che musicò, inserì anche una lirica di Lorenzino de’ Medici, Ver infermo è il mio petto. Lorenzino, chiaramente, era considerato un vero e proprio eroe nella cerchia dei fuoriusciti e l’inserimento di una sua poesia all’interno di una pubblicazione di canti a 4 voci doveva risultare, alle orecchie del gruppo di Palazzo Strozzi, come un omaggio all’ assassino del Duca. Questa, dunque, potrebbe essere una motivazione per cui la scelta di del Riccio, incaricato da Michelangelo del compito di trovare un compositore per musicare la sua lirica, sia ricaduta proprio su Arcadelt. Questi, probabilmente spinto solo da una mera valutazione poetica, aveva fatto inconsapevolmente un omaggio all’assassino del Duca Alessandro de’ Medici che lo aveva, senza volerlo, avvicinato alla cerchia del Ridolfi.

Dopo la pubblicazione, o per lo meno dopo aver udito la sua poesia messa in canto, Michelangelo in una missiva successiva, sempre al del Riccio, scrive queste parole:

Messer Luigi, signor mio caro. ― Il canto d’Arcadente è tenuto cosa bella; e perchè secondo il suo parlare non intende avere fatto manco piacere a me, che a voi che lo richiedesti, io vorrei non gli essere sconoscente di tal cosa. Però prego pensiate a qualche presente da fargli o di drappi o di danari, e che me n’avisiate; e io non àrò rispetto nessuno a farlo. Altro non ò che dirvi: a voi mi racomando, e a messer Donato, e al cielo e alla terra.

Vostro Michelagnolo un’altra volta

L’artista rimane piuttosto soddisfatto del canto d’Arcadente, tanto da volersi sdebitare in qualche modo col compositore, nonostante lo stesso Arcadelt non abbia richiesto nulla in cambio, come si evince da una lettera appena successiva a quest’ultima:

Messer Luigi. ― È mi parebbe di far di non parere ingrato verso Arcadente. Però se vi pare usargli qualche cortesia, súbito vi renderò quello che gli darete. Io ò un pezzo di raso in casa per un giubbone, che mi levò messer Girolamo. Se vi pare, ve lo manderò per dargniene. Ditelo a Urbino o a altri, quello che vi pare. Di tutto vi sodisfarò.

Vostro Michelagnolo.

Questa corrispondenza porta a supporre, come asserisce anche Seay, che l’Arcadelt, in quegli anni, non era ancora giunto a Roma. Di conseguenza, non aveva ancora avuto modo di conoscere di persona Michelangelo in quanto, se così fosse stato, l’artista non avrebbe di certo avuto bisogno di un intermediario come Luigi del Riccio per ricompensare il compositore del lavoro fatto, dato che i due, vuole il caso, lavorassero quasi uno sulla testa dell’altro, ossia nella Cappella Sistina. Un’osservazione come questa avvalora anche l’ipotesi di retrodatare il madrigale al 1537-1538, dato che i due artisti si sarebbero potuti conoscere, anche se non abbiamo testimonianze a riguardo, solo qualche anno dopo. Michelangelo, dunque, in quel momento era impossibilitato a ringraziare Arcadelt personalmente.

Anche questa volontà di Michelangelo nel voler ricompensare Arcadelt del lavoro fatto, ci appare cosa piuttosto strana. Non tanto per l’avarizia che caratterizzava l’indole dell’artista, ma quanto per una frase dell’Arcadelt stesso. Come leggiamo nella missiva stessa, infatti, il compositore fiammingo sembra aver musicato i versi michelangioleschi non in vista di un futuro compenso, che alla fine arrivò ugualmente sotto forma di alcune pezze di raso, ma semplicemente per stima verso l’artista. Il passaggio nella lettera e perchè secondo il suo parlare non intende avere fatto manco piacere a me, che a voi che lo richiedesti dà ragione a questa ipotesi. Qui l’Arcadelt sembra spinto a musicare la lirica dell’artista per due motivi: o per stima verso Michelangelo oppure per la bellezza dei versi da quest’ultimo composti. Purtroppo, su questo punto, non possiamo far altro che supposizioni, dato che non è pervenuto sino ad oggi alcun carteggio da parte di Arcadelt in grado di illuminare i nostri dubbi.

Il successo della produzione madrigalistica dell’Arcadelt non si esaurì con la sua morte, anzi. I suoi libri di madrigali divennero dei veri e proprio best seller con molte riedizioni lungo tutto l’arco del ‘500 e del ‘600. Questo grande successo è dovuto al fatto che la sua musica fu subito riconosciuta come un qualcosa di nuovo, quel pilastro fondamentale per costruire un nuovo modo di comporre, indirizzato verso una maggiore modulazione ritmica e melodica, che conobbe il suo apice nella produzione musicale del grande Claudio Monteverdi.

In conclusione, una vicenda come questa, che inizialmente potrebbe sembrare una semplice curiosità relativa a due grandi personaggi del Rinascimento italiano, è in realtà molto più articolata e interessante. Grazie ad essa possiamo comprendere come dalla metà del ‘500 il concetto di arte cominci ad includere qualsiasi forma creativa dell’intelletto umano, come le barriere tra le varie discipline comincino a venir meno e inizi a nascere quello che è per noi oggi il moderno ed inclusivo concetto di arte.

Danilo Lupi

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