“Affinità divergenti”: l’unione dell’organo e del pianoforte

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Quando si pensa alla musica da camera, solitamente, la mente corre a duetti, trii, quartetti, quintetti, archi, voce, pianoforte, strumenti a fiato… Ciò che, senza dubbio, non si immagina è la strana abbinata di pianoforte e organo, due strumenti così diametralmente opposti come storia e repertorio (senza contare, inoltre, le differenze intrinseche a ciascun organo che è sempre differente da un altro per disposizione fonica).

A sondare questo virginale sentiero, ancora per nulla battuto, è un meritorio cd edito dalla Bottega Discantica dal significativo titolo Affinità divergenti. Marco Cortinovis all’organo e Matteo Corio al pianoforte interpretano e offrono all’ascoltatore quanto, nel XX secolo, è stato scritto per l’insolita formazione cameristica.

Ad aprire la strada ad un simile duetto fu il piemontese Pietro Alessandro Yon (1886-1943), allievo di Angelo Burbatti, Roberto Remondi e Giovanni Sgambati. La sua incorruttibile tecnica lo fece subito imporre come uno degli organisti più virtuosi del suo tempo conducendolo ad una carriera concertistica in tutto il mondo (si stabilì negli Stati Uniti come organista titolare alla chiesa di San Francesco Saverio di New York e, successivamente, della St. Patrick Cathedral di New York). Yon fu il primo a concepire il concerto d’organo solistico e per il monumentale organo Wanamaker di Philadelphia (il più grande al mondo che Yon stesso inaugurò nel 1920) scrisse il Concerto gregoriano qui inciso e dedicato ad un alto mito dell’organo oltreoceano, Marco Enrico Bossi. Opera dal sapore arcaico e modaleggiante per organo e pianoforte – e Yon, in questa scelta, fu certamente influenzato dall’uso americano di affiancare i due strumenti nei luoghi di culto e nelle chiese – il Concerto gregoriano è una dirompente pagina farcita con passaggi di ostico virtuosismo che si affiancano a momenti di lirismo intenso, reminiscenze postromantiche dello stile d’oltralpe si alternano a forme più classicheggianti in un dialogo concertante certamente unico.

Di carattere quasi mitologico – i tratti di colonna sonora sono parecchi – è il Colloque n. 2 tra organo e pianoforte di Jean Guillou (1930). Nei 19 minuti di esecuzione, il compositore francese non tenta di amalgamare armoniosamente i due strumenti, ma, anzi, li lascia agli antipodi nei quali si trovano rimarcando, spesso anche aspramente come solito del linguaggio di Guillou, le loro rispettive caratteristiche: a volte minacciosi, altre volte placidi, a volte furenti, tal’altre languidi, a volte disordinati nell’incedere, altre volte marziali. Un’opera che all’originalità dell’ensemble somma quella dell’ardente genio di Guillou.

Terzo autore che si dedicò alla scrittura per organo e pianoforte fu Jean Langlais (1907-1991) con il suo Dyptique op. 129: il primo movimento, tenebroso, misterioso, quasi sospetto nei lugubri blocchi accordali dell’organo e nelle visionarie schegge pianistiche, la scia spazio al breve Allegro del secondo movimento che conserva, invece, un carattere più giocoso, quasi aforistico, in cui i brillanti vortici toccatistici del pianoforte fanno i conti con le spirali di carattere fantastico dell’organo.

Chiude la preziosa registrazione discografica la Ballade op. 30 di Marcel Dupré (1886-1971), icona dell’organo del Novecento, maestro di Messiaen nonché dei due compositori precedenti, Guillou e Langlais, campione dell’improvvisazione (era in grado di improvvisare una fuga scolastica seduta stante). In questa pagina si respira un po’ tutto il rigore accademico di Dupré: contrappunti severi, imprevedibili melodie, colori sgargianti, ritmi danzanti fino alla chiusa in un effervescente turbinio toccatistico.

Mattia Rossi

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