Tre giocattoli sonori a chiusura del ReateFestival

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Un teatro colmo di spettatori chiude la nona edizione del Reate Festival tra gli applausi fragorosi del pubblico. Dopo l’esordio del Festival che vi avevamo raccontato qui, torna al Teatro Vespasiano il teatro musicale che parla la lingua del Belpaese. Rota, Menotti e dall’Ongaro sono stati gli ingredienti di una deliziosa serata musicale che ha attraversato tre tappe dell’operetta italiana fra il 1947 e il 2000.
Lo spettacolo è iniziato con l’ “idillio” di Rota La scuola di guida”: questo piccolo quadretto vede come protagonisti una giovane ragazza che si appresta ad ottenere la patente di guida e il suo istruttore. Sulla scena avvincente preparata da Cesare Scarton, le voci di Costanza Fontana e di Roberto Jachini Virgili si intrecciano in un dialogo narrativo che condensa in circa quindici minuti una rapida storia amorosa.
È proprio l’emozione dettata dall’amore di lei — e ricambiata da lui — che conduce i due a urtare contro un albero e a ritrovarsi l’uno nelle braccia dell’altra.
Una sottile linea amorosa conduce il breve tragitto della (forse) futura neopatentata; tragitto nel quale Rota inserisce una musica mai banale, portata avanti da due modi diversi di cantare: una vocalità quasi alla Puccini per quanto riguarda lei, alla quale si oppone un linguaggio musicale più spezzato e frammentario di lui. L’operetta ebbe la sua prima rappresentazione a Spoleto, all’interno della seconda kermesse del Festival dei Due Mondi nel lontano 1959.

La seconda tappa del trittico italiano ha come fermata Il Telefono, o l’amore a tre” di Gian Carlo Menotti. Un’ironica e accattivante opera buffa che si apre con un’ “ouverture” quasi neoclassica — suonata superbamente dalla formazione orchestrale del Reate Festival — all’interno di un segmento abitativo in cui i personaggi presenti sono due, anzi tre: lui, lei e l’iphone
A rendere impossibile il rapporto tra i due fidanzati è proprio quel «mostro stregato» del telefono che, squillando ogni minuto, interrompe la proposta di matrimonio che Ben vuole fare a Lucy. Anche qui è il sentimento amoroso a condurre l’atto unico, ma non è il solo: protagonista della scena è l’allora originale — oggi inveterata — dimensione del virtuale che si sostituisce alla realtà del presente: tra i lunghi gorgheggi di Lucy che richiamano in modo satirico i versi dei “telefonofoni”, l’attenzione è rivolta sempre all’esterno del momento reale, ed è tenuta viva — ma non troppo — dal continuo domandare al mostro chiacchierone: “che fai? che fa?”, in modo stanco e svogliato.
Nel frattempo anche Ben si chiede tra sé e sé cosa fare, dal momento che la sua proposta è continuamente respinta da una nuova chiamata.
I recitativi accompagnati dal pianoforte rendono l’operetta una piccola perla che guarda al passato ma con un argomento e con una scrittura assolutamente moderni e innovativi.
L’atto non può  che chiudersi nel migliore dei modi — lui è costretto a fare la sua proposta per telefono — e i due cantanti, Costanza Fortuna e Patrizio La Placa, lasciano il posto all’ultimo capitolo di questo trittico italiano.

Perché Bach non ha mai scritto un’opera? Ce lo racconta — a modo suo e in modo deliziosamente scherzoso — Michele dall’Ongaro in un breve intermezzo operistico, su libretto di Vincenzo De Vivo, intitolato “Bach Haus
La casa del Kantor è proprio lo sfondo sul quale si dipana la vicenda tra i rimandi alla “Cantata del caffè” e ad altre musiche bachiane, all’inno tedesco, al tema di Scarpia e del Commendatore dongiovannesco, alla Turandot e ad altre citazioni più o meno udibili.
Il pastiche sonoro che ne risulta è del tutto godibile e la scrittura musicale, frizzante e spesso esuberante, è del tutto convincente.
L’intermezzo entra difatti nel salotto del compositore di Eisenach ma anche nella stessa sua testa: la modernità e la genialità di Bach vengono descritti da una musica intradiegetica che simboleggia la fucina dalla quale sono usciti i capolavori del Kantor.
I personaggi sono tre: Bach (Clemente Antonio Daliotti), sua moglie Anna Magdalena (Michela Guarrera) e l’impresario di memoria metastasiana “Nibbio” (Roberto Jachini Virgili). Alle continue preghiere di quest’ultimo indirizzate al compositore affinché scriva un’opera italiana, i coniugi Bach offrono l’arte musicale del loro figlio “Giancristiano”.
L’impresario sconsolato è perciò costretto ad andarsene sconsolato lasciando Casa Bach alle sperimentazioni ardimentose di Johann Sebastian.
La musica è poliedrica e il rendimento di cantanti ed orchestra appare, in tutto e per tutto, all’altezza del materiale sonoro.
Si chiude l’opera, come si chiude il sipario e come si chiude anche questa edizione del Reate Festival che, diciamocelo, non vediamo l’ora di incontrare di nuovo.

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Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.