Stravinskij e “L’Orologio apollineo”

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C’è La minore e La minore: «Un tredicenne, quando è a letto sul punto di addormentarsi, è in grado di suonare il Concerto per pianoforte (in La minore) di Schumann sul registratore della sua memoria. Durante il secondo movimento probabilmente si addormenterà. Se, dieci anni dopo, in un’altra camera da letto, cercherà di fare la stessa cosa con il Concerto per pianoforte e fiati (in La minore) di Stravinsky, tutt’al più rimarrà impantanato nella cadenza del primo movimento, sempre che riesca ad arrivare così lontano; o peggio, rimarrà intrappolato in un circolo vizioso di ritmi a coda di rondine e motivi serpentini che si mordono la coda».

A sostenere quest’efficace paradosso sono Louis Andriessen ed Elmer Schoenberger, compositore il primo musicologo il secondo, nel loro L’orologio apollineo appena edito (Il Saggiatore, pagg. 385, euro 34). Il sottotitolo – Su Stravinsky – non deve, però, trarre in inganno: non si tratta di una biografia (non viene nemmeno fornita la data di nascita del compositore e si parte dalla sua sepoltura con l’esecuzione della sua ultima opera imponente, i Requiem Canticles, prima delle esequie del 15 aprile 1971 a Venezia). È, piuttosto, una dissezione accuratissima della musica stravinskyana nella sua essenza ontologica.

Rifiutate le “fasi”, gli incasellamenti, le periodizzazioni, le catalogazioni, lo scopo dei due autori è quello di ascoltare Stravinsky. Raramente un testo musicologico si rivela unico e prezioso come L’orologio apollineo il quale scandaglia la «Summa theologiae della musica» del genio russo: «La musica di Stravinsky è labirintica. In ogni passaggio c’è il filo di Arianna», scrivono i due autori, e questo filo di Arianna, nel volume, lo si ricerca (anche con numerosi esempi musicali) nella compattezza della produzione stravinskyana perché l’opulenta pluralità di linguaggi che caratterizza l’opera di Stravinsky non è altro che l’espressione delle sfaccettature del pensiero creativo stesso: «Penso che la mia musica meriti di essere considerata come un tutt’uno», affermò lo stesso Stravinsky nel 1971.

Pochi autori sono stati decisivi e divisivi (nel senso di creare un “prima” e un “dopo” di essi) come il compositore russo, ma la sua influenza non va ricercata tanto nella citazione o nella replicazione di una tecnica compositiva: no, secondo Andriessen e Schoenberger la vera influenza di Stravinsky «si può vedere in un atteggiamento specifico verso il materiale musicale già esistente», ovvero «ispirata dal fraintendimento, dalla distorsione intenzionale, dalla buona conclusione sbagliata». Basta prendere ancora oggi, secondo i due autori, Le sacre du printemps per accorgersi di quanto, dopo cent’anni, sia ancora «così efficace da riuscire a dare a chi la sente per la prima volta la sensazione che la sua vita stia cambiando, o quanto meno che le sue idee sulla musica stiano finendo sottosopra».

Perché, in fondo, Stravinsky è come «il Gatto del Cheshire di Alice nel paese delle meraviglie, il cui sorriso “rimase lì per qualche tempo dopo che il resto era sparito”».

Mattia Rossi

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