Il “robodirettore”: quando l’arte si vende al marketing

In Musica e Altri Mondi, Prima Pagina by Francesco Bianchi0 Comments

Alcuni giorni fa al teatro Verdi di Pisa si è consumato un fatto che ha reso manifesto un processo di trasformazione del mondo dell’arte oramai quasi incontrastabile. L’evento è stata la conduzione d’orchestra da parte di un robot di alcuni brani tratti dal repertorio operistico italiano: salutato da diversi esperti del settore come un “evento epocale” che “ha scritto la storia” perché “apre alla possibilità che una macchina in futuro conduca un’orchestra”, tutta la serata è diventata una grande celebrazioni delle “magnifiche sorti e progressive”. Sia Bocelli, che ha cantato sotto la direzione dell’automa, sia Colombini, il direttore d’orchestra che ha “istruito” il robot sui movimenti da compiere, hanno detto parole di apprezzamento e stupore nei confronti delle capacità dimostrate dalla macchina. Tralasciando le parole del primo, comunque sprizzanti approvazione e ammirazione, vorrei riportare quelle del direttore:

“Le possibilità di movimento delle braccia del robot sono impressionanti, quasi impensabili, è assolutamente fantastico. Potrebbe essere estremamente utile di questi tempi in cui un direttore è un giorno a New York, l’altro a Londra, l’altro ancora a Parigi, e ha poco tempo per essere da solo con l’orchestra. La sua gestualità va molto oltre le possibilità di una macchina, è qualcosa di molto artistico ed espressivo”.
Chiunque sia autenticamente appassionato di arte, qualsiasi essa sia, rabbrividirà leggendo queste dichiarazioni, che hanno un sapore grottescamente distopico con retrogusto di (si spera ipocrita) stupidità. Innanzitutto un direttore che sostiene la possibilità che una macchina lo possa sostituire forse meriterebbe davvero di essere sostituito da una macchina: che la direzione sia solo movimenti di mani è più che puerile pensarlo, in quanto tutti sanno che nasce durante le prove, sulla base di dialoghi, espressioni verbali e non verbali, accenni, intuizioni, dunque soprattutto da una tacita intesa fra chi dirige e gli orchestrali. Argomentare che tutto ciò non possa essere fatto da un robot credo che sia addirittura indegno. Andrei oltre e cercherei di mettere a fuoco ciò che è veramente successo, qual è il punto cruciale che è rivelatore di una trasformazione decisiva che sta prendendo piede nel mondo dell’arte, che secondo chi scrive non è certo la robotizzazione della musica. Analizziamo l’evento dal punto di vista di chi lo ha pensato e organizzato.

Il robot si chiama Yumi, è prodotto dalla multinazionale di robotica ABB. E’ stato rilasciato un paio di anni fa ed ha come fine il coadiuvare l’azione umana nel processi di montaggio in ambienti di lavoro.
Il punto “core” del prodotto su cui spinge tutta la comunicazione aziendale è la collaborazione fra uomo e macchina: già dal nome, Yumi, che significa “io e te”, si vede come il messaggio che si voglia far passare sia quello di una macchina che può lavorare fianco a fianco con gli umani senza pericolo, anzi financo capendoli in alcuni frangenti. Ora, qual miglior occasione per dimostrare la sua capacità di far parte del mondo degli uomini, che organizzare una serata dove Yumi dirige un’orchestra e tutti, direttori cantanti e orchestrali ne celebrano l’ “umanità”? Le stesse dichiarazioni di questi ultimi sono infatti tutte in linea con il payoff di Yumi, andando a sottolineare la compatibilità di questo con gli umani, rafforzando così la brand image di un robot che si integra perfettamente con le persone. Tutto l’evento è stato dunque organizzato al fine di promuovere una determinata immagine del prodotto, la cui risonanza mediatica è stata gestita da un ufficio stampa che ha incentrato tutte le notizie sulle straordinarie capacità di questo robot.

Che il marketing si insinui ovunque non è certo cosa nuova o di cui stupirsi. Quello che però lascia attoniti è come un intero entourage artistico si sia piegato a fare questa gigantesca marchetta e ancora di più come Colombini e Bocelli si siano anche fatti “ambasciatori” dell’umanità e delle capacità artistiche di questo automa. Che lo faccia il CEO della Abb è naturale e pacifico, ma che dei professionisti abdichino al loro ruolo di artisti per concedersi all’endorsement del prodotto andando palesemente contro la verità e si spera le loro idee, è quantomeno stucchevole. Scevro da ogni giudizio morale sulle persone ciò che si vuole mettere in luce è la progressiva di svendita delle opere e delle idee dell’arte: il cambiamento in atto che emerge lapalissianamente è che l’arte non ha più la possibilità di svilupparsi in autonomia, di sussistere senza essere prona a qualche diktat economico. Solo le grandi orchestre riescono a mantenersi templi dell’arte, ma gran parte della musica che viene eseguita arranca fra finanziamenti statali sempre più esigui e mecenatismi sporadici. E’ un’arte che rimane sempre più isolata nella sua torre d’avorio da una parte e dall’altra si abbassa a raccogliere ogni provocazione o input pur di racimolare qualche soldo. Una contraddizione interna che andrà sempre più acuendosi: o rimanere puri ma inascoltati, o aprirsi alle possibilità del grande pubblico rinunciando all’autenticità e alla verità. E’ quello che vediamo tutti giorni nelle mostre gestite dai vari Pinault, in cui la fluttuazione finanziaria legata alle valutazioni delle case d’asta influisce sul valore dell’opera e ancora prima sul suo processo creativo stesso. La musica deve continuare su questa scia? Arrendersi al marketing per ottenere delle possibilità economiche e di visibilità per sperare poi di riuscire a cambiare le cose in un secondo momento? Qual è il giusto compromesso fra “vendita” del prodotto-musica e artisticità? Quando finisce l’arte e comincia la mera speculazione? E’ possibile ritagliarsi degli spazi di libertà anche in uno scenario comunicativo organizzato dal marketing?

Certo, nessuno qui vuol rimpiangere il conte Waldstein e siamo tutti consci che il rapporto fra artisticità e mercato è sempre esistito ed è probabilmente la trasposizione sul piano reale della problematica dell’incomunicabilità dell’interiorità dell’artista. Il punto è capire dove si è ora e verso cosa si sta andando, per cercare magari di cambiare direzione se guardando avanti l’orizzonte diventa sempre più stretto. Il tentativo di decostruzione della notizia del “robodirettore” che si è tentata in questo articolo è un auspicio ad un maggiore senso critico da parte degli ascoltatori, ma soprattutto degli stessi addetti ai lavori. Comunicazione, arte, marketing, verità sono temi che oggi (purtroppo?) si intrecciano e con cui si deve necessariamente fare i conti. A molti non piace e si preferisce distogliere lo sguardo. Probabilmente il futuro dell’arte invece dipende in gran parte anche da questo.

Francesco Bianchi

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Francesco Bianchi

Filosofia e musica mancano costantemente il luogo del loro incontro tanto utopico quanto necessario. Il compito impossibile di trovarlo è il modesto ufficio che in questa rivista ricopro, scrivendo articoli partoriti attraverso impegnativi dialoghi schizofrenici fra me e i miei alter ego, fra cui possiamo ricordare Stavrogin, il barone di Charlus, Adrian Leverkühn, Simon Tanner, Ferdinand Bardamu e Malte Laurids Brigge.