Tell Me Chigiana, l’Accademia raccontata da Quinte Parallele

In Eventi by Silvia D'Anzelmo0 Comments

LAccademia Musicale Chigiana è riconosciuta a livello internazionale come una delle istituzioni musicali italiane di maggior prestigio. Fondata nel 1932 dal Conte Guido Chigi Saracini, è un modello di cultura e promozione musicale che affianca ai corsi di perfezionamento per giovani musicisti, concerti e seminari. L’intento della Chigiana è quello di rendere accessibile a un pubblico estremamente variegato la musica colta di ogni tempo, diminuendo la distanza tra palco e platea; a tal proposito è stato affiancato ai corsi musicali, il workshop di storytelling digitale Tell Me Chigiana per giovani social content editor. Per circa due settimane è stata formata una redazione chiamata a raccontare con immagini, interviste e recensioni il Chigiana International Festival and Summer Academy. E ora, a conclusione dell’esperienza, Quinte Parallele ha raccolto i materiali sparsi in un unico reportage che vi darà un’immagine completa di quello che è lo straordinario mondo della Chigiana.

L’incredibile viaggio sonoro del trio Ettorre, Di Tella, Yonemoto

La nostra esperienza presso l’Accademia Chigiana non poteva aprirsi meglio che con lo scoppiettante recital del duo formato da Giuseppe Ettorre -primo contrabbasso solista dal 1991 presso l’Orchestra e la Filarmonica della Scala- e Pierluigi Di Tella al pianoforte, insieme alla preziosa presenza di una solista d’eccezione: la giovane violinista Kyoko Yonemoto. Il concerto, tenutosi il 1 Agosto presso il Salone dei Concerti di Palazzo Chigi Saracini, è stato soltanto l’inizio di una lunga serie alla quale abbiamo assistito durante le due intense settimane senesi. Dallo storico palazzo sede dell’Accademia alla chiesa di Sant’Agostino, dal Duomo di Siena all’Abbazia di San Galgano: questi i suggestivi luoghi della Chigiana dove la musica è celebrata tra mura cariche di storia e memoria, natura e cultura.

Appena saliti sul palco, Ettorre e Di Tella hanno catturato la simpatia e l’attenzione del vasto pubblico con il loro genuino sorriso. Il loro affascinante viaggio nell’universo sonoro ha percorso un vastissimo arco cronologico e stilistico partendo da  Johann Sebastian Bach fino a Salvatore Sciarrino, passando per Wolfgang A. Mozart, Giovanni Bottesini e Paul Hindemith.

Ad aprire le danze è stata la Sonata in Re maggiore n. 2 BWV 1028 per viola da gamba e continuo di Bach, articolata nei canonici quattro movimenti tra l’alternarsi di tempi lenti e vivaci. Il duo si è subito scaldato e ha mostrato la sua intesa; il suono corposo del contrabbasso di Ettorre si è imposto sin dall’inizio e ci ha guidati verso l’esecuzione del Concerto per Fagotto K 191 in Si Bemolle maggiore (per l’occasione trasportata in La maggiore) di Mozart. A sorpresa, la trascrizione ha reso il dialogo tra strumento solista e organico originario –oboi, corni e archi- senza la minima perdita: le mani sapienti di Di Tella hanno coperto il ripieno orchestrale e sostenuto con brillantezza il canto del “nuovo” solista.

A rimanere impressa lungo tutto il cammino sonoro del duo è stata la costante espressività dei volti, la teatralità quasi melodrammatica della mimica facciale di Ettorre e dei movimenti di Di Tella. Il corrugamento delle fronti, l’arricciarsi delle sopracciglia e l’incattivirsi dello sguardo; il chinarsi sullo strumento o il distendere il volto in un rassicurante sorriso; il danzare dei movimenti, sembravano farci da vera e propria guida all’ascolto, come una mappa carica di dettagli e di sfumature che ci introduceva (e ben traduceva), giusto un istante prima, l’umore e gli affetti di ciò che stava per essere suonato.

Sapere che un compositore come Salvatore Sciarrino, che è all’avanguardia, avesse scritto un pezzo per contrabbasso solo è stata una sorpresa. Esplorazione del bianco I è un pezzo molto particolare perché adopera il contrabbasso in tutte le possibilità tranne quella per la quale è costruito […] dopo aver studiato questo pezzo, sento di conoscere meglio il mio strumento.

Giuseppe Ettorre

Con un repentino cambio di stile e di atmosfera, Ettorre è passato all’introspettivo pezzo di Sciarrino: Esplorazione del bianco I (1986). Il solista ha accompagnato il pubblico nella sensibile analisi  di due dicotomie inscindibili: la luce che nascere dall’ombra, il suono che nasce dal silenzio. A seguire, per stemperare gli animi, la Sonata per Contrabbasso e Pianoforte (1949) di Hindemith: capolavoro che concilia una raffinata arte contrappuntistica di chiara ispirazione bachiana con un linguaggio musicale moderno, duro e dissonante.

Giuseppe Ettorre al contrabbasso e Kyoko Yonemoto al violino

Di tutt’altro taglio è stata la parte finale della serata, interamente dedicata alle composizioni del “Paganini del Contrabbasso” Giovanni Bottesini, di cui sono stati eseguiti il celeberrimo Gran Duo Concertante (1880) e l’avvincente Bolero. Un dialogo serratissimo è stato costruito da Ettorre e la virtuosa del violino Yonemoto: un inseguirsi di note e temi nei soli controbilanciato da un perfetto sincronismo nei trepidanti assieme. Come sempre è stata la concentrazione, la tensione di sguardi e il continuo gioco d’intesa dell’interplay a emergere insieme a tutta la maestria e il virtuosismo dei solisti.

Musica come nessun’altra sulla terra: In C di Terry Riley

La percussione ha un elemento ancestrale che arriva subito, arriva a tutti: le persone non hanno bisogno di capire perché sentono attraverso le vibrazioni.

Antonio Caggiano

Vibrazioni che arrivano dritte all’ascoltatore, ritmi che colpiscono la pancia coinvolgendo la parte emotiva e non cerebrale: sembra che le percussioni siano il fulcro di un ritorno alla semplicità, all’immediatezza che permette di godere liberamente la musica dei nostri giorni. E se rimanevano dubbi a riguardo, l’esecuzione di In C di Terry Riley avvenuta il 3 agosto, sotto l’occhio vigile di Antonio Caggiano, li ha eliminati completamente.

In C, Terry Riley

 

Lo scenario è quello della Chiesa di Sant’Agostino, con le sue volte arricchite da drappi: nulla di meglio per predisporre l’ascoltatore a questa musica, per lasciare fuori il tempo della quotidianità e accogliere il tempo interiore. La magia di In C comincia a crearsi, a prendere vita nell’atto performativo, grazie alla sensibilità dei musicisti: è a loro che Riley affida la scelta dell’ordine delle formule per cui ogni esecuzione è differente non solo nell’interpretazione ma anche nella forma. Questo accomodamento richiede molto tempo, familiarità tra i musicisti che devono sintonizzarsi tra loro in maniera perfetta, trovare il giusto equilibrio. È stato Antonio Caggiano a prendere su di sé l’onere di guidare dal podio questo processo collettivo, con una direzione sobria fondata su un dialogo vivo ed energico con i membri di questo ensemble multiforme.

Un organico estremamente variegato che ha messo in connessione la Chigiana e il Siena Jazz, la sperimentazione minimalista e l’improvvisazione: un immenso caleidoscopio in cui l’esplorazione sonora della tonalità di Do è stata amplificata a dismisura.

L’impulso parte dalle percussioni: marimbe, vibrafoni, crotali, xilofono e glockenspiel lanciano il pattern ritmico, la costante dal quale tutto ha inizio. Un processo che prende avvio con stratificazioni timbriche dovute all’entrata progressiva dei tanti strumenti presenti: archi, fiati, voci e chitarra elettrica si aggiungono alle percussioni. Caggiano fa cenno con le dita ai musicisti, indica alle varie sezioni il frammento da eseguire. Oramai tutti gli strumenti sono in gioco e danzano furiosamente in un equilibrio quasi rituale. È a questo punto che comincia lo sfasamento, le cellule ritmiche iniziano a slittare mentre il direttore gestisce l’intensità delle onde sonore. A turno, i solisti prendono il loro spazio, sostenuti dalla propria sezione strumentale: un suono complesso, denso viene costruito grazie all’intesa con il direttore. Tutti gli esecutori sono protesi verso di lui, la concentrazione aumenta quasi si procedesse verso la trance. Un ritmo elastico, fluttuante prende vita dal rullio delle percussioni.

In C di Terry Riley diretto dal M° Antonio Caggiano

Un’ alternanza tra vuoti e pieni permette di focalizzare l’attenzione sui ritmi, i timbri e le intensità guidando l’ascoltatore in questo bellissimo frastuono. Una realtà non semplicemente interiore ma corporea: durante il concerto, gli ascoltatori erano costantemente protesi verso il palco. Molti di loro hanno cominciato a cambiare posto, a spostarsi verso la parte anteriore della navata centrale occupando ogni spazio possibile, rimanendo anche in piedi. È come se volessero fondersi con gli esecutori, partecipare a quel suono che continua la sua variazione incessante, che si crea costantemente nell’evoluzione. Un coinvolgimento che ben riassume gli effetti cercati e trovati da Riley nella musica: non semplice sperimentazione ma comunicazione, connessione tra gli esseri umani.

Sono quel che suono: musica e identità nel mondo ebraico

Altri incontri, altre musiche: è la volta di David Krakauer, clarinettista di origini ebraiche che unisce all’improvvisazione virtuosistica la tradizione delle proprie radici. La musica della quale si parla è il Klezmer le cui origini si perdono tra le comunità ebraiche sparse nell’Europa dell’Est e migrate negli USA alla fine dell’800. Questa musica partecipa della cultura scritta ma non dimentica le sue origini popolari legate all’oralità.

Abbiamo incontrato il M° Krakauer come docente nel corso di clarinetto tenuto in collaborazione con il M° Alessandro Carbonare; ma lo abbiamo incontrato anche come esecutore nel concerto del 5 agosto che ci ha fatto scoprire la musica Klezmer. Nella prima parte, a esibirsi sono stati gli allievi della Chigiana che hanno sperimentato il diverso approccio dei due maestri.

David Krakauer

I brani klezmer vengono trattati come pezzi jazz, facendo appello all’improvvisazione: è il caso di Hora mit Tsibeles o Araber Tantz composti di piccole sezioni, forme semplici ed elastiche che lasciano all’interprete una certa libertà di scelte, mantenendo sempre alta l’attenzione nell’esposizione dei temi, come nel repertorio classico.

Durante la serata, sul palco si sono alternati gli allievi di clarinetto classico e jazz. A quelli dalla formazione jazzistica è stato affidato il repertorio Klezmer sostenuti dal quartetto in residence Krak’s Action, con Danilo Tarso al pianoforte, Emanuele Guadagno alla chitarra, Pietro Paris al contrabbasso e Dario Rossi alla batteria. Chiacchierando con Danilo Tarso abbiamo avuto la possibilità di approfondire quanto avviene durante le lezioni di Krakauer. Agli allievi con una formazione classica, il Maestro chiede di concentrarsi sul ritmo e dialogare con il gruppo per diventare un “primo fra uguali”: una bella differenza rispetto al consueto atteggiamento del solista nel repertorio colto. Il musicista diviene un ponte che collega le radici di musiche diverse, che improvvisa e si diverte.

Il Klezmer è musica che travolge il pubblico con temi che sembrano conosciuti a tutti, che ci danzano nelle orecchie: ritmi vorticosi, accordi ambiziosi, il tutto sostenuto da sonorità che solitamente identifichiamo come “popolari”. Per questo i musicisti jazz trovano quasi naturale interpretare questo repertorio. Ogni musicista è chiamato a trovare la propria espressione rispettando la caratteristica pronuncia che richiama gli accenti Yiddish, così le note diventano parole di una lingua che porta con sé le tracce dei dialetti di chi la suona.

La seconda parte del concerto ha continuato a trasportare il pubblico sulle note della tradizione musicale ebraica, questa volta tutta italiana, con The Hatzel Project di Enrico Fink. “Hatzel” è la riscoperta musicale dell’anima ebraica nascosta nel nostro paese, è il recupero di memorie e tradizioni che non sembra appartengano all’Italia e che però esistono.

Un evento eccezionale per gli amanti della tradizione musicale ebraica e della musica in generale, applicazione concreta di quello che con il progetto di Rete Toscana Ebraica possiamo fare: portare eventi di grande rilievo con ospiti di fama internazionale nelle città toscane aderenti al progetto. Con l’obiettivo di far conoscere la cultura e le tradizioni ebraiche tutti da vivere sotto le stelle.

Enrico Fink

Per l’occasione, Krakauer si è unito al trio composto da Fink, Santimone e De Rossi. Batterista di alcune fra le formazioni più importanti del jazz italiano, De Rossi trasporta la concezione della musica afroamericana in ambienti e repertori molto diversi, accompagnando artisti quali Vinicio Capossela ed Enrico Rava. Santimone, docente della Siena Jazz University, è perfettamente calato nella sperimentazione jazz di stampo newyorkese: il giusto lievito per gli ingredienti di questa intrigante ricetta. Fink ha dedicato una piccola tournée a The Hatzel Project partendo dalla Chigiana, per dirigersi poi a Monte San Savino e a Firenze: tre concerti sovvenzionati da Re.T.E (Rete Toscana Ebraica), Ucei, Regione Toscana, Accademia Chigiana e Officine della Cultura.

A introdurre il concerto è stato il Chigiana Lounge: Sono quel che suono! Klezmer, Gipsy & Jazz tenuto da Stefano Jacoviello e dallo stesso Fink. I due hanno parlato di musica come identità che portiamo dentro di noi, soprattutto se lontani dal nostro paese.

La musica è il bagaglio più leggero che un migrante possa portare con sé ma è allo stesso tempo estremamente denso e ricco: in essa si celano le tracce degli accenti linguistici e dei ricordi dei paesi di provenienza che da vita quotidiana divengono memoria comune attraverso le registrazioni.

Stefano Jacoviello

La tradizione musicale ebraica italiana è sicuramente meno conosciuta rispetto a quella est europea e, proprio per questo, Fink la rende il fulcro di The Hatzel Project. Il concetto di identità è profondamente legato a quello di percezione. Sono state le comunità ebraiche italiane che, dagli anni ’90 in poi, hanno ripreso il repertorio Klezmer pur non essendone storicamente legate. Questo perché percepivano una fonte di identità in quel repertorio, la maniera nella quale volevano mostrarsi agli altri. Grazie alle migrazioni, l’incontro tra ebrei e zingari a seguito della guerra in Bosnia ha portato la mescolanza di sonorità e musiche non solo all’interno dei Balcani ma anche in Italia. Il Klezmer viene riscoperto insieme alla passione per la musica balcanica divenendo una rivendicazione d’identità passando da “sono quel che suono” a “suono quel che sono”.

Dal mare di Debussy al Titano di Mahler

La sera del 10 Agosto, aspettando le stelle cadenti della notte di San Lorenzo, ci siamo spostate invece presso il Teatro dei Rozzi per il concerto finale della classe del corso di Direzione d’Orchestra. Docente dal 2016 è il M° Daniele Gatti, coadiuvato dal M° Luciano Acocella, due professionisti che non necessitano presentazioni. I loro sette allievi – provenienti da Stati Uniti, Polonia, Svizzera, Guatemala, Corea del Sud e Italia – hanno diretto l’Orchestra Giovanile Italiana e si sono misurati coi vari movimenti di due capolavori sinfonici quali La Mer L 111 (1903-1905) di Claude Debussy e la Sinfonia n° I “Il Titano” (1888-1894) di Gustav Mahler.

Orchestra Giovanile Italia

Profondamente legato ai lavori di Debussy e Mahler, Daniele Gatti ha scelto questi due complessi oggetti sonori per il corso all’Accademia, tra i pochi a vantare la possibilità di un’“Orchestra in Residence” con la quale gli allievi possono provare direttamente gli insegnamenti ricevuti. D’antro canto, per l’OGI è un’occasione straordinaria di crescita a contatto con una delle più prestigiose bacchette del mondo. L’orchestra, nata nel 1980 da una felice intuizione del violista Piero Farulli, ha lo scopo principale di riparare all’inadeguatezza della formazione professionale dei giovani musicisti neo-diplomati chiamati a suonare in orchestra.

La vita in orchestra è qualcosa di particolare: un ambiente stimolante che ci permette di vivere esperienze uniche, visitare diverse città e conoscere nuove persone. Condividere ogni attimo della propria giornata con altri musicisti può essere faticoso ma siamo ragazzi e, rispetto alle orchestre professionali formate da adulti, questo risulta più semplice. Vivere insieme il tempo dello studio e dello svago aiuta ad armonizzarci e a crescere sia a livello artistico che personale. Nei momenti in cui si prova diventiamo un corpo unico e questo è emozionante: le sei ore in cui siamo in teatro sono in assoluto le migliori della nostra giornata.

Orchestra Giovanile Italiana

Tommaso Ussardi, Mateusz Czech e Gevorg Gharabekyan hanno con forza trascinato gli ascoltatori nei “tre scherzi sinfonici per orchestra” di Debussy, rispettivamente De l’aube à midi sur la mer, Jeux de vagues  e Dialogue du vent et de la mer: movimenti paesaggistico-immaginari di questa opera impressionista, densa di amore e fascino per il mare. Dopo che le possenti onde (sonore) si sono infrante contro la platea, è stata la volta di Bruno Campo, Leonard Kwon, June Sung Park e Andrew Crust che hanno sprigionato “Il Titano” di Mahler in tutta la sua potenza. I quattro movimenti hanno dato vita a un crescendo dinamico culminato nella climax finale che ha visto emergere tutta la bravura della OGI e la precisione dei giovani direttori: “uno sforzo comune che ha prodotto risultati da tenere in considerazione per la vita musicale italiana di domani”, per usare le parole dello stesso Gatti a chiusura della serata.

Concerto finale del Corso di Direzione d’Orchestra del M° Daniele Gatti

Luce che diventa suono

Luce che diventa suono. È stato questo il filo conduttore del Chigiana International Festival 2017: un itinerario che ha attraversato luoghi, tempi e musiche differenti. Due eventi speciali hanno visto la luce protagonista assoluta: In nomine lucis e O nata lux. A guidare l’ascoltatore in questa esplorazione sonora è stato il  Coro della Cattedrale di Siena Guido Chigi-Saracini al quale, nella seconda serata, si è unita l’ Orchestra della Toscana, sotto la bacchetta del M° Lorenzo Donati.

Coro “Guido Chigi-Saracini” – Cattedrale di Siena

Maestose strutture sonore hanno invaso il Duomo di Siena la serata del 6 agosto, inondando lo spirito degli ascoltatori. Un tempo magnificamente sospeso ha animato i racconti marmorei delle pavimentazioni, tra le voci del coro e il suono profondo dell’organo. Pace e armonia di suoni dentro, il caos del mondo fuori. Un pellegrinaggio sonoro e spirituale che ha visto come seconda tappa le navate a cielo aperto dell’Abbazia di San Galgano in una perfetta connessione tra musica e universo.

Dalle polifonie vocali del cinquecento al misticismo novecentesco, il programma delle due serate era dedicato agli autori che nei secoli hanno posto la luce al centro della loro poetica musicale: ricerca di luminosità che si intreccia alla spiritualità e alla preghiera e si ripete nei secoli. Una costante nella vita dell’uomo che si esprime attraverso la musica, componente fondamentale per manifestare questo anelito a un mondo altro.

Mentre In nomine lucis era ispirata all’omonima composizione per organo di Giacinto Scelsi, la serata del 7 agosto ha ripreso l’intima preghiera O nata lux de lumine: un testo antico, di autore sconosciuto, cantato durante le lodi del mattino.Oltre a essere il tema conduttore del concerto, O nata lux è testo ispiratore per due degli autori della serata: Thomas Tallis e Morten Lauridsen. Un balzo temporale di quattro secoli, una mentalità e una resa musicale radicalmente diversa accomunata però da una stessa sensibile ricerca di spiritualità. Due mottetti per coro che raccontano la trasfigurazione di Gesù, il momento in cui appare ai discepoli lasciando discendere su di loro la luce dello Spirito Santo. Un fuoco che illumina l’intelletto e ridesta a nuova vita.

Luce che irradia attraverso i secoli con declinazioni ora tenui ora raggianti, indagata nella purezza delle armonie, o nelle sovraccariche abbondanze del Barocco. Nella seconda serata, tocca proprio al luminosissimo Magnificat di Antonio Vivaldi predisporci alle tensioni estatiche del contemporaneo Arvo Pärt. L’agilità del fraseggio e la vivacità dei contrasti ritmici dell’esuberante Magnificat vengono sostituiti dalle linee asciutte della Berliner Messe: il limite estremo di questa ricerca sonora della luce divina.

Un’indagine complessa in cui il Coro Guido Chigi-Saracini diviene strumento perfetto nelle mani di Lorenzo Donati per l’espressione di una sacralità che irradia dall’uomo stesso e si propaga attraverso la voce.

“O nata lux” – Abbazia di San Galgano

A raccontarvi il Chigiana International Festival and Summer Academy sono state le tre social content editor scelte dall’Accademia: Chiara Cesaro, Ilaria Rossi, Silvia D’Anzelmo.

About the Author

Silvia D'Anzelmo

Silvia D’Anzelmo, nata a Formia nel 1990, vive tra Itri, Roma e Napoli. Appassionata di musica fin da bambina, studia pianoforte e Teoria e Analisi musicale privatamente. Nel 2014 si laurea in Musicologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e la Lode e da quel momento svolge un’intensa attività di divulgazione musicale attraverso lezioni concerto per conto dell’Accademia di Santa Cecilia; collabora con varie istituzioni come la “IUC: Istituzione Universitaria dei Concerti” e il Fondi Music Festival per le quali cura le note di sala; inoltre, da circa un anno si dedica alla scrittura di libretti per CD classici e collabora con vari magazine come “Zero”, “La gazzetta musicale” d’Italia, il “Corriere Musicale” per la presentazione e recensione di spettacoli.