La Rondine di Puccini: quando il Kitsch diventa arte

In Opera by Gianluca Cremona0 Comments

Troppo tempo è passato, e ancora La Rondine viene considerata una composizione minore di Puccini. Ignorata, tacciata di superficialità e banalità, è tuttora fra le opere meno eseguite del compositore toscano, superata di poco dalle Villi e da Edgar, il più clamoroso insuccesso di Puccini (tralasciando il debutto alla Scala della prima versione di Madame Butterfly). Mentre, per quanto riguarda queste due opere, le prime due composte, ci può essere la scusante della poca esperienza del compositore, per non parlare di uno stile ancora “acerbo”, cosa invece può giustificare l’insuccesso di pubblico e critica della Rondine, terzultima opera di Puccini, quando ormai la grandezza del musicista era stata – nei suoi alti e bassi – già decretata?

Alfredo Mandelli, musicologo, ha scritto un saggio molto interessante su questo argomento, intitolato “Il caso La Rondine” (incluso nel libro “L’universo di Puccini da Le Villi a Turandot” di Alberto Cantù). Il critico definisce “caso” La Rondine in quanto vittima di una grande quantità di equivoci e, se è lecito definirle così, “bizzarrie”, che hanno ostacolato l’opera pucciniana attraverso il percorso che l’avrebbe dovuta condurre verso il successo. In primis, sottolinea Mandelli, la nomea di “operetta” che questa opera si è fatta nel tempo.

Al contrario di quel che hanno superficialmente scritto molti critici – e non è raro trovare questa dicitura anche all’interno di importanti trattati di storia della musica – La Rondine non è assolutamente un’operetta; era stata commissionata come operetta da parte di un teatro viennese in origine, ma mai vide la luce in questa veste e, come scrive sempre Mandelli, “sarebbe ora che non venisse più etichettata come ‘operetta’, per poi dichiararla anche mancata. Purtroppo succede ancora.” Questa nomea ha penalizzato La Rondine in quanto è andata ad intaccare la serietà di fondo che invece è sempre stata ricercata da coloro i quali si interessano ad un autore come Puccini. Inoltre, in questo modo, l’opera viene inserita all’interno di una tradizione non propria, con la quale, per ovvi motivi non può (e non vuole!) competere. 

Lasciando da parte le innumerevoli ragioni per le quali La Rondine non è riuscita, utilizzando una metafora decisamente in tema, a “spiccare il volo”, sarebbe il caso di soffermarsi sui motivi per i quali quest’opera debba essere rivalutata, riportata alla luce, in un certo senso, e riaffermata, fino ad arrivare a poterla anche solo paragonare ai grandi capolavori pucciniani.

Il soggetto, ambientato nella Parigi del Secondo Impero, narra di Magda, una mantenuta di alto borgo, sposata con il banchiere Rambaldo. Il primo atto si apre nel salotto di Magda e Rambaldo, nel quale si sta tenendo una riunione conviviale di amici e amiche della coppia. Uno degli ospiti, il poeta Prunier, sta discutendo con le amiche di Magda, sul fatto che a Parigi sia scoppiata una nuova moda, “l’amor sentimentale”. Mentre tutte le donne si divertono a sbeffeggiare il poeta, Magda sembra interessata alle sue parole. A quel punto Prunier le propone di leggerle la mano per indovinare il suo destino: essa “come una rondine migrerà verso il mare”, per poter sperimentare un’ultima volta l’amore vero; questo però non potrà durare per sempre. Proprio nel medesimo momento entra nel salotto il figlio di un vecchio amico di Rambaldo, Ruggero. Quest’ultimo è un giovanotto di provincia curioso di scoprire dove possa trascorrere la prima serata a Parigi. Magda, interessata al ragazzo, decide di scoprire in che locale andrà, per poi travestirsi e andare lì di nascosto.

Il secondo atto è incentrato sul ballo che si tiene al Bar Bullier, nel quale si conoscono e si innamorano molto velocemente – come spesso accade in Puccini – Ruggero e Magda, che invece di rivelare al ragazzo il suo vero nome gli dice di chiamarsi Paulette. Il ballo trascorrerà, fra gruppi di ragazzi che corteggiano donne, scherzi goliardici e dialoghi fra i due protagonisti ed una coppia molto improbabile formata dal poeta sentimentale Prunier e la rozza cameriera di Magda, Lisette, che si è presentata al ballo indossando alcuni abiti della padrona. Alla fine della serata Ruggero bacia Magda, e quest’ultima, vista e riconosciuta da Rambaldo, comunica al marito la propria decisione di abbandonare la sua vecchia vita e di seguire l’amore.

Il terzo atto è ambientato nella casetta di Ruggero in Costa Azzurra. La coppia, nonostante problemi economici, vive la propria vita nel segno dell’ingenua semplicità dell’amore. Entrano in scena Prunier e Lisette. Magda si confida con il poeta, e gli riferisce che si sente in colpa per la condizione nella quale costringe a vivere il suo amato Ruggero. Prunier allora le ricorda la predizione che era stata fatta: la rondine sarebbe migrata verso il mare, ma prima o poi sarebbe dovuta tornare indietro. Quando Ruggero torna a casa commosso con una lettera della madre, che gli ha dato la sua benedizione per sposare la donna, Magda non resiste più: rivela a Ruggero di essere una mantenuta, e di non poter stare più con lui, per non potergli rovinare il futuro. Il ragazzo la implora più volte, ma lei ormai ha deciso di tornare alla propria vecchia vita, e abbandona l’unica casa nella quale aveva trovato finalmente la felicità.

L’atmosfera che accompagna l’opera non appartiene senza dubbio al periodo storico nel quale è collocata: si tratta piuttosto di una quantità di ballabili che contribuiscono a creare un’ambientazione da primo ventennio del 1900 (epoca nel quale l’opera è invece stata composta). Puccini sfoggia quindi tutte le proprie capacità di melodista in quest’opera: un melodista “leggero”, sia chiaro, proprio come era richiesto ai compositori di operette. Melodie volutamente facili, orecchiabili, che il pubblico avrebbe potuto canticchiare all’uscita dal teatro.
Per questo motivo probabilmente un ascoltatore qualunque, rimanendo alla superficialità dell’opera, potrebbe dire “la Rondine è Kitsch”, e sarebbe un atteggiamento del tutto comprensibile. Viene il dubbio che i critici, o il pubblico, non si siano mai chiesti se questo Kitsch possa essere voluto proprio da Puccini. E che dietro di esso si nasconda in realtà un messaggio molto più profondo, se non una pesante critica alla propria società contemporanea? Questa in un primo momento può certamente sembrare un’interpretazione assai forzata, ma dopo un’analisi più attenta ci si accorge che non si discosta troppo dalla realtà.

Quando si alza il sipario, quella che appare è una società stereotipata, caricaturizzata: la discussione che Prunier intrattiene con Magda, le amiche di magda e la cameriera Lisette sul fatto che a Parigi sia scoppiata un’epidemia di amor sentimentale è il simbolo della superficialità di una città i cui abitanti si interessano solamente a denaro e ad uno svago sfrenato senza mai lasciarsi coinvolgere da sentimenti più profondi. L’aspetto superficiale viene quindi reso, musicalmente, attraverso un leggero e scorrevole susseguirsi di temi di carattere “mondano”. L’unico momento nel quale riconosciamo una reale ricercatezza e profondità musicale è la Romanza “chi il bel sogno di Doretta” che viene cantata prima dal poeta, poi da Magda: il testo tratta proprio di come niente al mondo abbia importanza come l’amore (“che importa la ricchezza se al fine è rifiorita la felicità”). La fama di quest’aria ha superato di gran lunga quella dell’intera opera.

È nel secondo atto, al bar Bullier, che subentrano i sentimenti veri, quelli che trascinano sempre i protagonisti pucciniani e che molto spesso li portano alla rovina, senza che essi possano fare qualcosa per combatterli. È questo il caso di Magda, che, proprio come Mimì, sceglie di farsi portare via dall’amore, senza pensare a quali saranno le conseguenze future. A questo punto il tessuto orchestrale si infittisce: nelle scene di ballo si appesantisce, assumendo caratteristiche molto simile ai vari walzer e polke che si susseguono nel secondo atto del Pipistrello di Strauss. Questi momenti si alternano a scene di intimità fra Paulette/Magda e Ruggero, nelle quali invece una delicatezza orchestrale e le leggere armonie di ascendenza francese accompagnano i dialoghi appassionati dei protagonisti (“Perchè mai cercate di saper”). Con grande maestria Puccini alterna situazioni completamente diverse senza dare mai l’idea che la traccia unitaria dell’opera possa essere scalfita. Con grande semplicità e scorrevolezza si passa dall’atmosfera goliardica dell’inizio del secondo atto al lirismo che culmina in un brindisi di fattura assai complessa (“Bevo al tuo fresco sorriso”): inizialmente a cantare è Ruggero, con interventi di Magda; successivamente subentrano Lisette e Prunier, formando un vero e proprio quartetto vocale, ed infine il coro, con un’orchestra che partecipa attivamente. In questo momento abbiamo l’illusoria speranza che questo amore possa portare ad un lieto fine.

Nel terzo atto Puccini sfoggia ancor di più il proprio virtuosismo drammaturgico e compositivo. Nel momento in cui Magda legge la lettera della madre di Ruggero, vengono sovrapposti 3 piani: la commozione della madre, data anche dal fatto che la soprano in questo momento canta in una tessitura piuttosto profonda, proprio come se stesse recitando con la voce dell’autrice della lettera; l’emozione provata da Magda per le parole di quella che potrebbe essere la futura suocera; infine un’orchestra che sottolinea il senso di colpa che affligge la protagonista. La scena successiva è ancora più sorprendente. Mentre Magda decide di lasciare Ruggero, l’orchestra raggiunge toni e colori sinfonici, accompagnando la discussione animata dei protagonisti: la musica però si dissolve fino al punto di sentirla solo come un suono che giunge da lontano, con gli archi che percorrono disegni ascendenti che danno l’idea proprio del volo di una rondine che si solleva verso il cielo.

La tematica non è certo fra le più importanti affrontate da Puccini: qui non si parla nè di tubercolosi, come nella Boheme, nè di morte prematura di bambini, come in Suor Angelica. La complessità del carattere della protagonista, da una parte travolta dagli eventi e incapace di prendere in mano il proprio destino, dall’altra determinata nelle proprie decisioni, rendono quest’opera di particolare interesse. Proprio come in una commedia di Woody Allen siamo portati, senza accorgercene e con leggerezza, ad affrontare tematiche di rilievo, come lo smarrimento dell’uomo nel mondo moderno, così, guardando e ascoltando La Rondine, siamo trasportati in un mondo quasi magico, che cela la propria drammaticità all’interno delle piccole cose. Per di più, mentre sentiamo molto lontane da noi le situazioni terrificanti di Tosca o della Traviata – per citare anche un capolavoro verdiano – il mondo della Rondine non è troppo distante dal nostro, e la tragedia che lo compenetra in modo non evidente è quella che appartiene ancora a quello contemporaneo: l’eterna lotta fra i sentimenti e le ambizioni dell’uomo.

Gianluca Cremona

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Gianluca Cremona

Nato alla Spezia nel 1996, studia pianoforte e composizione al conservatorio della stessa città. Appassionato di Chopin, Brahms, Puccini, Poulenc e Stravinsky.