I concerti del Tempietto, secondo Quinte Parallele

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L’Associazione Culturale “Concerti del Tempietto” è una realtà storica dell’estate romana. Con più di trent’anni di attività, l’Associazione organizza concerti ed eventi culturali in alcune delle location più belle del centro di Roma, come piazza Campitelli, nelle immediate vicinanze del teatro Marcello. Quest’anno, però, c’è qualcosa in più: Quinte Parallele seguirà per voi i concerti organizzati dall’associazione, e ve li racconterà qui. Vi aspettiamo al tempietto, presto.

16 Agosto, pianoforte, Mozart, Beethoven e Brahms/Rimantas Vingras

L’Urbe comincia a farsi meno torrida e ci permette di godere di serate temperate allietate da una leggera brezza. A rendere splendido questo clima vengono in nostro soccorso i Concerti del Tempietto, trasferiti ora nella magica cornice del Teatro di Marcello; qui la Roma imperiale ogni sera incontra la musica d’arte.  L’artista che si è esibito è il pianista lituano Rimantas Vingras: diplomatosi al Conservatorio di Mosca nel 1996, ha proseguito i suoi studi negli Stati Uniti e ha partecipato a numerosi festival in tutta Europa, di sua creazione è il Festival musicale baltico che si è tenuto a Londra nel 2016.

Il programma della serata aveva una parola chiave: fantasia. La fantasia è una forma musicale, che come dice il nome, non si lega a un modello ben preciso ma nasce dall’improvvisazione dell’autore e dalla libera creazione.  Forma che nasce alla fine del Rinascimento e pone temi in libertà nel brano; sarà poi Bach a conferirle una maggiore dignità musicale, che poi manterrà, con la sua Partita per clavicembalo.

La prima composizione è la “Fantasia KV475”, la più ampia tra le fantasie mozartiane. E’ ben nota la capacità di improvvisatore del giovane Wolfgang, l’approccio al fortepiano fu fondamentale da questo punto di vista. Mozart attraverso il fortepiano, che amò sin da subito, poté sperimentare una nuova gamma dinamica di suoni sulla tastiera che lo portarono a una ricerca sperimentale. Questa fantasia è l’unica completa delle tre del catalogo mozartiano, il che le lega maggiormente all’improvvisazione facendo pensare che furono scritte come appunti di libere esecuzioni più lunghe. Siamo in un Adagio caratterizzato da scale cromatiche che ci portano verso un tema arioso in Re maggiore, breve stasi di calma prima di un Allegro in Do minore agitatissimo che si placa in un Andantino dove permane un senso di inquietudine. Un ultimo e velocissimo Allegro prelude al ritorno del primo disegno che aveva aperto il brano che si conclude ad anello. L’esecuzione di Vingras è stata mirabile e ha saputo cogliere, attraverso il tocco e la resa dei fraseggi, il carattere scuro di questa composizione dove si sente la fine ormai imminente del Classicismo.

Il secondo brano è la “Sonata op. 27 n. 1 quasi una fantasia” di Beethoven. Questo brano, pur essendo una sonata, porta il sottotitolo di “quasi una fantasia” poiché è stata composta nel periodo in cui Beethoven cominciò a volersi svincolare dalle forme preesistenti e creare in maniera innovativa, specialmente nelle sonate. Il sottotitolo evidenzia il carattere compositivo e il modo in cui vengono inseriti i temi in questo lavoro. Il primo movimento è un tema con variazioni in cui sono inseriti due intermezzi, segue poi uno Scherzo bizzarro e caratterizzato dall’essere sfuggente. Il terzo movimento è placido e ricco di abbellimenti, nella visione d’insieme risulta come un’introduzione al grande finale in forma Sonata. La forma che solitamente apriva le sonate nei loro primi movimenti viene qui posta alla fine da Beethoven, che ci porta indietro nel tempo con una costruzione dei fraseggi e dei movimenti delle mani quasi barocchi. Questo rinnovamento attraverso il passato sarà poi una costante che accompagnerà Beethoven con la tastiera in futuro.  La bellissima interpretazione di questo brano da parte del maestro Vingras è chiaro sintomo dell’affinità con questo autore sia dal punto di vista tecnico che musicale, una sonata affatto facile che porta l’esecutore a doversi scontrare con stili molto distanti fra loro presentati in una maniera musicalmente innovativa.

A concludere la serata sono arrivate le Fantasie dall’opera 116 di Brahms. Questo titolo che accomuna i sette brani dell’opera crea un chiaro legame con gli otto “Kreisleriana” di Schumann, che avevano fantasia per sottotitolo. Brahms qui non ricerca aspetti narrativi come Schumann, compone il primo e l’ultimo pezzo in tonalità di Re minore, e vi si può trovare una sorta di ordine dell’opera con il secondo e il terzo pezzo che sono rispettivamente nelle tonalità di La e Sol minore. Per il resto gli altri tre Intermezzi sono un corpo a sé stante e non vanno a creare una struttura generale chiara come i “Kreisleriana”. In queste opere vediamo una scelta di tempo che porta a un’iniziale alternanza di Allegro e Adagio nei primi brani, mentre poi troviamo tre tempi lenti vicini, Brahms compone così 4 pezzi lenti e 3 veloci, negli Adagi vi sono vette di lirismo e introspezione altissime. Nello stile, marcatamente nel secondo e terzo Intermezzo, si sente una maturità nel Romanticismo che, come nel Classicismo sopracitato di Mozart, va verso una decadenza che si percepisce e si annuncia come inevitabile. Rimantas Vingras qui è riuscito a far esplodere il dinamismo di questi pezzi esaltando sia la burrasca degli allegri che la dolcezza e l’introspezione dei tempi placidi, anche qui attraverso una sapiente tecnica e un gusto mirabili.

Il maestro alla fine del programma ha poi concesso due bis incitato dal pubblico tra cui uno di Skrjabin, un preludio che ci riporta verso la sua terra d’origine, frutto del genio di un compositore che sente anch’esso l’ormai avvenuta morte del Romanticismo e mette in musica la tragedia.

                                                                                                                                                                                Lorenzo Papacci

5 Agosto, Recital di pianoforte, Chopin e Liszt/Jakub Dera

Ieri sera, l’usuale incontro fra Quinte Parallele e i Concerti del Tempietto è stata allietata, oltre che dalle bellissime musiche di Liszt e Chopin, da una sorpresa: infatti il concerto si è svolto ai piedi del Teatro Marcello, conferendo alla serata un’atmosfera suggestiva. Il pianista polacco Jakub Dera è stato capace di muoversi in territori spesso molto difficoltosi, senza mai darne l’impressione, in un percorso tracciato fra due “giganti” pianistici dell’800: Chopin e Liszt.

La prima parte del concerto è stata dedicata al compatriota di Jakub, iniziando proprio da uno dei suoi pezzi più famosi: con le atmosfere intime e sognanti del Notturno op.9 n. 2 ci introduce nel mondo di Fryderyk Chopin, sapendone rispettare il disegno melodico, con le sue numerose variazioni e abbellimenti, con leggerezza e disinvoltura, senza che la tecnica sovrasti il cuore anche drammatico e malinconico della composizione.

Si prosegue con la polacca in La maggiore op. 40 n. 1, ossia la “Militare”, che rispetta in pieno il tempo ternario e la divisione del tema in croma-due crome-quattro semicrome delle polacche. Un tema maestoso e trionfale, che fu usato ironicamente anche come colonna sonora del capolavoro “To be or not to be” di Ernst Lubitsch (1942).

Momento centrale della parte relativa a Chopin, e forse il più alto, è il Notturno op.27 n.1 in re bemolle, di cui l’esecutore rende il fascino “improvvisato” della composizione, risolvendo con eleganza le difficoltà legate alle due voci affidate alla mano destra, fra seste e terze che scorrono fluide senza esitazioni.

Si conclude la parte relativa a Chopin di nuovo con una Polacca, in una struttura ad incastro. Stavolta la tonalità in Fa diesis minore ci conduce sui sentieri più complessi e articolati rispetto alla precedente, ed è più difficile stavolta riconoscere i canoni della Polacca, in un’opera di più ardita concezione sperimentale, sempre caratterizzata da un tema maestoso, stavolta più drammatico e violento, dopo un introduzione sommessa e cupa. Forse il pezzo più impegnativo di questa prima parte, viene gestito da Dera con sicurezza e forza espressiva che riescono a rilanciare l’attenzione ad ogni passaggio.

Nella seconda parte del concerto vediamo protagonista il “rivale” per eccellenza di Chopin, Franz Liszt. Ci troviamo nella piena concezione della soggettività totale dell’artista romantico, nelle raccolte per piano conosciute sotto il nome “Années de pèlerinage”, suddivise in seguito in tre parti, che dovevano esprimere le sensazioni e le impressioni dei viaggi che Liszt compì durante la sua relazione scandalosa con la contessa Marie d’Agoult. Si tratta di pagine che cercano di rispecchiare le emozioni scaturite in pari modo dall’entusiasmo per la natura e quello per la cultura, in un contesto di continua scoperta che vuole echeggiare il “bildungsroman” di Goethe, inserendosi perciò in un piano che dal musicale scivola sul letterario. Infatti, in esergo all’inizio di ogni brano, vengono inserite citazioni di autori come Byron e Schiller. La raccolta presa in considerazione dall’interprete è quella relativa al soggiorno in Svizzera, della quale vengono scelti tre brani, perciò si comincia subito con l’eroe nazionale, in “Chapelle de Guillaume Tell”, in cui il racconto si alterna fra una dimensione solenne e una più intima.

Si passa a un brano che ci culla in una narrazione placida e rilassata, “Au lac de Wallenstadt”, in cui il costante fluire delle onde viene reso da un disegno ricorrente di salita e discesa realizzato con delicatezza dalla mano sinistra, mentre la destra dipinge un tessuto melodico incerto nella sua fragilità, in cui le note si susseguono con lenta regolarità come gocce d’acqua. Dalla calma del lago veniamo interrotti da una tempesta, in un pezzo pianistico di grande virtuosismo, “Orage”, introdotto da un attacco brusco a cui segue una cavalcata di veloci arpeggi e ottave che guidano il pezzo fra cromatismi continui che lasciano minore spazio alla melodia, per poi concludersi repentinamente su due accordi bruschi e decisi.

L’ultimo pezzo della serata è uno dei più significativi della raccolta, e di tutto il repertorio pianistico di Liszt. “La vallèe d’Obermann”, infatti, è ispirata dal romanzo “Obermann” di Etienne de Sènancour, che insieme a “René” di Chateaubriand analizzava la difficoltà dell’uomo romantico nel rapportarsi con la Storia, l’inadeguatezza nei confronti della società e il rapporto con la natura. Il brano è caratterizzato da un tema mesto e dal lento incedere, ancora più insicuro in quanto espresso dalla mano sinistra, mentre l’accompagnamento è relegato alla destra. In tutto il brano ascoltiamo le aspirazioni verso l’alto delle melodie sapientemente intrecciate da Liszt, che vengono quasi subito negate e ridimensionate, fino a un finale energico, che sembrerebbe voler affermare una sorta di rivalsa personale, per poi concludersi di nuovo con un accordo incerto, che ci lascia in preda ai dubbi.

Il pianista concede due bis, ossia le prime due Mazurke op.24 di Chopin, per concludere in leggerezza una serata che ha richiesto molta attenzione agli spettatori, ma che li ha ripagati con alcune pagine molto belle e di grande coinvolgimento emotivo.

Enrico Truffi

29 luglio, recital di pianoforte, Scarlatti, Mozart, Giordano, Brahms Ginastera/Daniela Giordano

“Tre cose sono necessarie per un buon esecutore: la testa, il cuore e le dita.” La giovane pianista Daniela Giordano dà prova di tenere ben presente questa massima mozartiana nel suo riuscitissimo recital di ieri sera ai Concerti del Tempietto, realtà che continua a sorprendere piacevolmente il suo pubblico. Il programma, vasto e variopinto, consente agli spettatori di muoversi fra le epoche e gli stili in un discorso stimolante e articolato, capace di tenere desta l’attenzione per tutta la durata dell’esecuzione.

Si comincia all’insegna di una vivacità espressiva decisamente benvenuta, soprattutto quando si tratta di un autore così complesso come Scarlatti. Il vastissimo repertorio sonatistico del compositore napoletano rappresenta una sfida per un esecutore odierno, che deve rendere alla perfezione il dialogo fra i vari temi, i vari “personaggi”, come la pianista stessa li definisce, senza tradire la natura cembalistica delle Sonate. Vengono scelti tre brani, la Sonata il La minore K3, in Mi minore K198 e infine in Sol Maggiore K125, molto brevi eppure intensamente comunicativi, che l’esecutrice affronta con convinzione e intelligenza, ben predisponendo l’ascoltatore per il seguito.

Per proseguire viene eseguita una sonata di Mozart (Fa Maggiore K332), scelta sempre gradita per questi concerti, perché riesce a veicolare sia una leggerezza apprezzabile in una serata afosa come quella di ieri, sia delle complessità e problematicità nascoste, che emergono con forza negli sviluppi dell’Allegro, oppure con appena un accenno di malinconia nelle rapide incursioni in minore di un bellissimo Adagio. Anche in questo caso viene privilegiata la cantabilità dei temi, l’espressività della frase musicale, con un’attenzione lodevole però alla precisione e al rigore mozartiano nella gestione dei tempi e delle dinamiche.

La seconda parte del concerto comincia con un autore associato generalmente al suo contributo operistico, di cui ricorre il 150° anniversario, e di cui la pianista condivide il cognome e la città natale. In questi pezzi generalmente poco noti, Umberto Giordano sfrutta la sua naturale capacità di comporre melodie piacevoli e leggere, e il pubblico può così apprezzare un intermezzo gradevole a ritmi di Valzer, oppure la leggera ironia dello Scherzo “Gerbes de feu”, e conoscere qualcosa di un repertorio meno frequentato ma comunque valido.

Dopo la freschezza dell’autore foggiano si passa ad un pezzo tecnicamente molto impegnativo, e ad un’altra forma pianistica: il tema con Variazioni. Vengono scelte Le Variazioni sopra un tema di Paganini di Brahms, di cui viene eseguito il primo volume. Non è semplice passare da un tipo di tocco “mozartiano” alla forza e al virtuosismo delle variazioni di Brahms, soprattutto a questo punto del concerto, ma la Giordano riesce a esprimere questa necessità , padroneggiando anche i difficoltosi “glissando” della n. 13, riuscendo in tutto ciò a mantenere una chiarezza espositiva invidiabile. La pianista dimostra perciò di avere una conoscenza approfondita del pezzo, donandoci un’interpretazione appassionata e coinvolgente.

Si conclude felicemente di nuovo su territori esplorati meno frequentemente dai concertisti, le “Danzas Argentinas” di Ginastera rappresentano un’altra tappa interessante in un filone che all’inizio del Novecento affondava le sue radici nel folklore e nel “nazionalismo” musicale.

In maniera speculare all’inizio, sono di nuovo tre brani piuttosto brevi, di grande vivacità e mimesi compositiva. Il primo brano colpisce per la sua bitonalità insistita, con la mano sinistra che suona in re bemolle e la destra in do maggiore, e per il ritmo ternario incalzante. Il brano centrale, “La moza donosa” ossia “la donna avvenente” affascina con la sua alternanza di una melodia apparentemente semplice e trascinante, sporcata con dissonanze di quarta, e incursioni in territori più enigmatici, come sottolinea la curiosa conclusione su un accordo atonale sospeso nel vuoto. Anche l’ultimo pezzo non manca di sorprendere, con i suoi passaggi da danza violenta e dissonante a aperture verso ariose incursioni in maggiore, prima di una conclusione brusca e inaspettata.

La riuscita di questo concerto sta tutta nella generosità e disponibilità dell’interprete, che è riuscita a esprimere al meglio una varietà incredibile di toni e colori, come se si trattasse di una “composta di frutta”, come lei stessa ha sottolineato. Da lodare anche la contestualizzazione data dall’interprete ai brani, che ha fornito brevi ma eloquenti spiegazioni dei brani, che hanno aiutato il pubblico nel viaggio fra i vari paesaggi sonori, senza mai dargli l’impressione di un repertorio dettato dalla casualità o dalla necessità. Il Notturno op. 9 n. 2 di Chopin ci accompagna come bis di questo concerto brillante e leggero, e ci prepara per il passaggio all’interno del Teatro Marcello che avverrà nei prossimi concerti.

Enrico Truffi

24 luglio, pianoforte, Beethoven, Chopin e Brahms/Alessandro Romagnoli

Nella serata del 24 Luglio in Piazza Campitelli a Roma, si è ricreata un’atmosfera da nobile salotto romantico grazie ai concerti del Tempietto; nella torrida serata estiva un placido vento e la musica, hanno allietato gli avventori che, immersi tra la storia del centro dell’Urbe, si sono deliziati di un magnifico concerto.  Alessandro Romagnoli, giovane pianista diplomatosi al Conservatorio di S.Cecilia col massimo dei voti, si è esibito in un recital con un programma completamente legato al Romanticismo, dove all’abilità tecnica si sposa il debordante sentimento che esce fuori dai tasti del pianoforte.

Il primo brano della serata è uno dei grandi classici del repertorio beethoveniano: la ”Sonata n. 21 per pianoforte”, la cosiddetta “Waldstein”, chiamata così per il suo dedicatario. Questa sonata, composta tra il 1803 e il 1804 da un Beethoven che aveva appena superato i 30 anni, è il simbolo della nuova maniera creativa che segna la seconda produzione beethoveniana. Qui l’ispirazione diventa motrice di tutto e si lega splendidamente al virtuosismo romantico. L’esecuzione di Romagnoli è stata tesa ad esaltare l’aspetto virtuosistico del pezzo, ma senza mai dimenticare quei portamenti, od oscurare quei fraseggi, che fanno di questo pezzo uno degli apici del genio di Bonn.

Si è poi passati attraverso il programma, nelle elegantissime sale parigine, dove uno Chopin ormai maturo componeva la sua “Barcarola op.60”: questa forma era in origine un’aria vocale che Chopin rivisita in forma pianistica arricchendola con una melodia che ricorda molto quelle dei suoi magnifici notturni, ma questa viene qui accompagnata non dai classici arpeggi che prendono larga parte della tastiera, ma da un accompagnamento che “culla” le orecchie degli ascoltatori come in gondola. Quest’opera è sicuramente uno dei massimi esempi dell’ equilibrio misurato che segnano la musica del polacco, un sentimento che emerge vivo in una perfezione formale e simmetrica.  La scelta di questo brano da parte dell’esecutore segna una profondità interpretativa che è conditio sine qua non per l’esecuzione di questo brano, nella cui melodia cantabile risalta tutto l’aspetto intimistico della musica di Chopin che ha estasiato il pubblico.

Romagnoli ha suonato poi i tre notturni dell’opera 15 di Chopin, tra le pagine più belle di questo autore. Composti tra il 1830 e il 1831, questi notturni sono centrali nella produzione di questo autore; ascoltare queste composizioni ispirate alla notte, sotto un cielo stellato e accanto a un selciato solcato da imperatori e artisti che negli stessi anni di Chopin venivano in Italia è un privilegio. Il primo notturno si apre con una melodia magnifica, sospesa, altissima con un tappeto di terzine che la sostiene, poi Chopin modifica il viaggio dell’ascoltatore, la melodia si fa dirompente e infuocata, con le sue parole possiamo dire che qui il polacco “scaglia fulmini sulla tastiera”, torna poi la quiete apollinea col ritorno della prima sezione che arriva a placare l’incendio divampato, la resa dinamica di Romagnoli è stata sapiente nel far risaltare questi contrasti.  Anche il secondo notturno è segnato da un vivo cambio di atmosfera tra la prima e la seconda parte: qui Chopin apre il brano con un tema placido e riccamente ornamentato, la melodia poi accelera e prende vigore e torna la prima sezione con nuovi ornamenti e una serie di arpeggi conclusivi. Il terzo notturno di questa serie è invece bipartito e già questo segna una sua unicità rispetto al resto di questo tipo di composizioni: la partenza è un canto popolare di origine ucraina che probabilmente sarà stato anche un retaggio dell’infanzia del compositore, questo canto si fa via via più acceso e ci trasporta nella seconda sezione che è segnata da una progressione di accordi dall’andamento coraleggiante, qui Chopin scrive addirittura l’annotazione “religioso”. L’interpretazione di questi tre notturni da parte di Romagnoli è risultata davvero viva e carica di pathos, elemento di cui la musica del polacco vive.

L’ultima parte della serata è stata segnata dall’ultima produzione pianistica di Brahms: le fantasie dall’opera 116. Dopo dodici anni di silenzio Brahms rimette mano alla produzione pianistica ed escono fuori le “Fantasie op. 116” e gli “Intermezzi op.117”. Questi pezzi, in una forma che solitamente lascia una certa libertà al compositore, sono segnati da atmosfere profondamente introspettive e con una certa dose di malinconia, si percepisce che Brahms sente di essere al termine del suo percorso artistico, Clara Schumann rimase profondamente colpita da queste sue composizioni.

Al termine di questo magnifico programma, Romagnoli ha concesso uno splendido bis: la Rapsodia ungherese n.12 di Liszt. Questo brano, come è caratteristica peculiare dello stile di questo autore, mescola la musica popolare con un’altissima dose di virtuosismo, un brano fortemente complesso sia dal punto di vista tecnico formale che da quello interpretativo, con un tema iniziale che torna sempre come idea di fondo o come ossessione. La sua scelta è prova della grande preparazione di questo giovane artista che ha saputo regalare questi fiori musicali tra i più belli del Romanticismo.

Lorenzo Papacci

23 luglio, pianoforte, Brahms, Chopin e Prokofiev/ Allegra Ciancio

Per la settima data dei concerti del Tempietto si torna al recital pianistico. Protagonista dell’esibizione del 23 luglio è Allegra Ciancio, giovane pianista diplomata con il massimo dei voti al Conservatorio Bellini di Catania. Il programma scelto dalla Ciancio raccoglie assieme composizioni molto distanti tra loro, giustapposte in maniera tanto audace quanto originale: il programma del concerto è inaugurato dalla Sonata in Do Maggiore di Brahms, seguita dalla leggendaria Ballade n.1 di Frederic Chopin, uno dei cavalli di battaglia della giovane virtuosa.
A terminare il programma un brano di grande impegno virtuosistico che ci porta nel novecento, ma stavolta in Russia: si tratta della Sonata op. 14 in re minore di Sergei Prokofiev, a cui ha fatto seguito come bis un altro Chopin, lo studio op.25 n.5.

La Sonata in do maggiore è la prima opera del catalogo di Brahms, e fa parte dell’esiguo corpus sonatistico del maestro amburghese che spesso viene messo in ombra da brani più celebri come le 4 ballate o l’opera 116. Storicamente però le Sonate, in particolare le prime due, furono i primi brani a portare a Brahms la notorietà e la fama di cui tuttora gode: Schumann, tra i primi ad ascoltarne l’esecuzione, rimase talmente impressionato da definirle delle sinfonie in miniatura. E della sinfonia questa sonata ha la stessa struttura in quattro tempi. Il primo tempo, un Allegro in Do Maggiore, presenta delle citazioni beethoveniane, mentre il secondo Andante è un tema con variazioni sui motivi della canzone Verstohlen geht der Mond auf. L’esecuzione di Allegra Ciancio, pur con qualche incertezza nei passaggi più impegnativi del brano  riesce chiaramente a mettere in luce l’ascendente che Beethoven esercitava sul giovanissimo Brahms, ma al tempo stesso prelude allo sviluppo futuro della musica del severo maestro tedesco.

La Ballata n.1 di Chopin è uno dei grandi capisaldi del repertorio pianistico, con incisioni di riferimento dei grandi come Arturo Benedetti Michelangeli. La Ballata è costruita su due temi contrastanti che si alternano nel corso del brano alternando un umore più elegiaco ad uno più energico e quasi beethoveniano. La pianista, prediligendo il repertorio romantico, non ha avuto problemi nell’affrontare un brano che è nel suo repertorio da numerosi anni: le scelte stilistiche sono sempre ben calcolate, studiate da chi ha una confidenza enorme con lo spartito maturata in lunghi anni di studio.

A concludere il programma è la sonata op. 14 di Prokofiev, un’opera dalla genesi complicata. Nata da alcuni materiali che il giovanissimo Prokofiev aveva abbozzato negli anni della formazione, l’op.14 conobbe la sua forma attuale solo nel 1913. Come l’op.1 Brahmsiana presenta una struttura in quattro movimenti, in cui brillano momenti incalzanti con ritmi irregolari e frequenti cambi di tempo. La scelta di Allegra Ciancio per un’interpretazione incalzante ma misurata si è rivelata perfettamente in linea con la natura del brano, a tratti nervoso a tratti elegiaco come nella tradizione del Prokofiev che sarebbe maturato negli anni successivi. Particolarmente ben riusciti sono stati il primo e l’ultimo movimento, pur nella loro apparente natura contrastante, che sintetizzano bene un approccio deciso ad un brano di grande difficoltà esecutiva. Il bis chopiniano, tratto dalla raccolta di studi op.25, è quasi una liberazione e un ritorno ai territori romantici più apprezzati, e viene eseguito con una leggerezza invidiabile.

Filippo Simonelli

20 luglio, clarinetto e pianoforte, Fantasie dai temi d’opera e repertorio napoletano / Pellecchia, Vendemmia

Per arrivare a Piazza Campitelli, per chi viene dal Teatro Marcello, si passa per la piccola via Montanara. Per coloro che abbiano avuto a che fare con la città di Napoli, il nome non può non riecheggiare la tipica pizza fritta che, in quanto a bontà, fa concorrenza alla pizza vera e propria. Chi poi, ieri sera, si è spinto oltre questa via, dirigendosi verso il Chiostro di Campitelli, ha avuto modo di fare un salto musicale nella città partenopea: è qui infatti che ha avuto luogo il concerto della stagione estiva del Tempietto, il quale, attraverso le note del clarinettista Piero Pellecchia, accompagnato dalla pianista Rossella Vendemmia, ha presentato al pubblico un programma all’insegna della “italianità”.
Il programma, diviso in due parti, è stato incentrato, per la prima metà, sulle trascrizioni e sulle fantasie tratte da alcune delle opere nostrane più celebri: Trovatore, Norma, Barbiere di Siviglia.
Insomma, con il trio Verdi-Bellini-Rossini, i due musicisti hanno offerto una prova di virtuosità, ma allo stesso tempo di cantabilità, che il pubblico ha saputo apprezzare calorosamente.
Attraverso queste pennellate operistiche, il clarinetto del M°Pellecchia si è mostrato all’altezza del repertorio; quest’ultimo è stato interpretato con il brio che viene richiesto da questi capolavori italiani, anche grazie all’ausilio dei tasti del M°Vendemmia.
Se il clarinetto, strumento ottocentesco par excellence, possiede la capacità incredibile di giocare sui colori dei suoni, è altresì rinomata la sua poliedricità per quello che riguarda il repertorio.
È così che lo zoom musicale si restringe sulla città di Napoli, città dove entrambi i maestri hanno compiuto i loro studi musicali diplomandosi presso il Conservatorio San Pietro a Majella.
Il ritmo della tipica tarantella partenopea si impadronisce così della serata, invadendo in modo gioioso e frizzante la seconda parte del programma del concerto, attraverso un repertorio incentrato sul capoluogo campano.
L’ascoltatore, infatti, ha potuto compiere un viaggio immaginario per le vie e i vicoli napoletani imbattendosi nella “Canzone popolare napoletana con tarantella” di Ernesto Cavallini, passando per il divertimento “Tenet nunc Partenope” (verso preso dall’epitaffio della tomba del poeta Virgilio), e arrivando alla “Partenopea” del, senza dubbio, compositore napoletano S. Napolitano.
I ritmi e le scale proprie della tradizione della capitale della pizza hanno così rimbalzato tra i muri del Chiostro, spandendo nell’aria un movimento e una vitalità invero irresistibili.
Chiude la serata un pot-pourri  in cui le più belle melodie tratte dai film di Nino Rota si sono mescolate e hanno dialogato in un gioco musicale davvero affascinante e coinvolgente.
Anche qui l’intesa tra i due musicisti appare evidente e assicura la buona riuscita di questo pezzo di virtuosismo.
Ma il pubblico, non ancora del tutto pago, ha richiesto anche il bis che ha mostrato un’ulteriore volta la doppia anima del clarinetto: la cantabilità melodica e il virtuosismo brillante.

                                                                                                                                           Matteo Macinanti

 

16 luglio, recital di pianoforte, Chopin, Schumann, Liszt e Skrjabin / Marek Szlezer

Un leggero vento, quello che i Romani chiamano affettuosamente Ponentino, è venuto ieri sera a mitigare l’afa di questo torrido luglio capitolino e ad offrire un lieve quanto piacevole bordone alla serata musicale della Stagione dei Concerti del Tempietto.
Lo scenario raccolto e intimo del Chiostro di Campitelli, sotto l’ombra del Teatro Marcello, ha fatto da sfondo al recital di pianoforte tenuto dal pianista polacco, già veterano del Tempietto, Marek Szlezer.
Un repertorio che attraversa in ordine cronologico il XIX secolo, il più fortunato per la letteratura pianistica, attraverso alcuni dei più celebri poeti del pianoforte.

Il primo pezzo in programma è un vero pilastro dell’800, inderogabile per quanti decidano di cimentarsi nello studio dello strumento solistico per eccellenza: composta tra il 1835 e il 1836 da un venticinquenne Fryderyk Chopin, la Ballata n.1 in Sol minore op.23 è una delle tante perle prodotte nei primi anni della permanenza parigina del pianista polacco.
Certamente tra i pezzi preferiti dello stesso compositore, la Ballata n.1 ricevette un’ottima accoglienza anche dallo stesso Robert Schumann, il quale riconobbe il genio che stava alla base di questa pagina.
Il linguaggio innovativo con il quale viene costruita questa composizione appare evidente già dalle primissime battute: una domanda esposta in una tonalità slegata dal quella d’impianto prelude all’esposizione dei due gruppi tematici che compongono la prima delle quattro Ballate chopiniane.
Il pubblico del Tempietto, attraverso le mani di Szlezer, ha avuto modo di ascoltare uno
Chopin che parla polacco: il tocco delicato e raffinato, soprattutto nel registro alto, prorompe talvolta in momenti di forte intensità, caratterizzati da un’interpretazione accesa e ricca di pathos.

A questa Ballata, cui fanno da contrappunto i garriti dei gabbiani che sorvolano il cielo di Roma, segue un altro pezzo indispensabile del bagaglio dei pianisti: il Carnevale di Vienna di Robert Schumann.
Articolata in cinque movimenti, questa grosse romantische Sonate alterna “quadri fantastici” imperniati su temi brillanti ed euforici, ad altri caratterizzati da un sentimento più intimo, raccolto e spesso mesto.
La doppia personalità di questa pagina pianistica viene interpretata in modo rimarchevole dal pianista trentaseienne, il quale riesce a far “cambiare voce” al suo strumento anche in modo repentino, pronunciando in modo maturo la polifonia interna propria del linguaggio schumanniano.

Nel frattempo la luce incomincia a trascolorare e, durante la pausa, i gabbiani vengono rimpiazzati da alcuni pipistrelli serotini che assistono dall’alto alla seconda parte di questa piacevole serata.

La Ballata n.2 di Liszt, composta nel 1853 a Weimar, si apre con un fermento cromatico dal quale traspare in filigrana l’idea melodica portante del brano.
Il virtuosismo che caratterizza questa pagina viene dominato egregiamente da Szlezer: il pianista di Cracovia riesce ad equilibrare i momenti appassionati con quelli più lirici, calibrando abilmente le dinamiche differenti per ambo le mani.
Chiude il recital un brano non meno ardito come la Sonata n. 2 in Sol diesis minore op. 19 di Aleksandr Skrjabin.
Esempio lodevole della produzione giovanile del compositore russo, la Sonate-fantaisie è per certi versi una composizione già matura: la forma quadripartita tipica della Sonata viene abbandonata per lasciare lo spazio ad una struttura più slanciata, costruita su due soli movimenti.
Szlezer dona al pubblico un’interpretazione basata su una lettura profonda e corposa del materiale sonoro, capace di sottolineare con perizia i passaggi più tensivi di questa piccola perla del repertorio tardo ottocentesco.

Con il bis, caldamente voluto dal pubblico, il protagonista di questo recital chiude sulle note del conterraneo Chopin una serata all’insegna della grande musica pianistica.

Matteo Macinanti

 

14 luglio, recital di pianoforte, Mozart, Hummel, Liszt e Prokofiev, Marco Clavorà Braulin

Alla terza data di incontro fra Quinte Parallele e il Tempietto, questa realtà musicale si conferma come uno degli appuntamenti da non perdere dell’estate romana, soprattutto se siete amanti di musica da camera.La serata ha visto protagonista il giovane Marco Clavorà Braulin, (classe 1993, diplomato a Santa Cecilia a Roma e vincitore di numerosi concorsi pianistici in tutta Italia), che si è cimentato con un programma piuttosto impegnativo, e ha dato il massimo di sé dimostrando un talento già molto consapevole e maturo, e una generosità esecutiva apprezzata appieno da un pubblico entusiasta.

Si comincia con la sonata k310 di Wolfgang Amadeus Mozart, l’unica insieme alla k457 ad essere stata scritta in tonalità minore, generalmente considerata fra le migliori del compositore austriaco. La tonalità minore infatti permette di veicolare una tensione drammatica, sottolineata da un andatura incalzante da marcia nel primo tempo, che ha avuto senz’altro fortuna nella rivalutazione di Mozart come autore pre-romantico (anche se forse affrettata). Il picco è senz’altro rappresentato dall’Andante, che dietro un tema delicato come al solito accompagnato da basso albertino nasconde un clima più minaccioso e tragico nello sviluppo, breve ma intenso, che si ristabilisce nella ripresa del tema. Il Presto, nel suo andamento vagamente sincopato, sembra quasi anticipare il terzo tempo della k457, ma si sviluppa su un modulo ritmico ben preciso distribuito alternativamente alla mano destra e alla mano sinistra, testimonianza della consapevolezza che Mozart iniziava ad avere delle potenzialità espressive dello strumento. Per approcciare questi brani è richiesta leggerezza, precisione del tocco e scioltezza delle dita, e per iniziare un concerto non è sempre facile, ma tolte alcune incertezze nel primo tempo, Braulin ha dimostrato di saper padroneggiare le agilità mozartiane con grazia e grande sapienza musicale.

A spezzare il discorso, viene inserito un brano di Johann Nepomuk Hummel, compositore slovacco che fu allievo dello stesso Mozart in giovane età di cui è stato eseguito un Adagio dai 24 studi op. 125, e si rivela un ottima scelta anche come trait d’union con il brano seguente.

Le trascrizioni di Liszt per pianoforte possono essere un incubo anche per esecutori esperti, e questa in particolare, tratta dall’Overture del Tannhauser di Wagner, non fa eccezione, contenendo pagine di notevole difficoltà; è proprio in questo brano, però, che il talento di Braulin viene messo in risalto maggiormente, grazie anche a una formazione spesso incentrata sull’autore ungherese, di cui dimostra di saper rendere il virtuosismo sfrenato in una cavalcata pianistica di 15 minuti, senza un attimo di calo.

A chiudere il cerchio abbiamo un’altra sonata, stavolta di Prokofiev, la n.7 op 83, che fa parte insieme alla 6 e alla 8 del trittico delle “Sonate di guerra”. Sonata dai toni aggressivi e dissonanti, ha un andamento iniziale quasi scherzoso, che si evolve in atmosfere più tese e circospette nello sviluppo. Anche qui l’andante ha caratteristiche apparentemente più morbide, che si manifestano in un tema lento e quasi dolce, nonostante i numerosi cromatismi, salvo poi riconfermare le atmosfere del primo tempo, con accordi cupi che ricordano suoni di campane funebri. Il terzo tempo, “Precipitato” dà di nuovo occasione a Braulin di sfoggiare la sua ottima tecnica e la sua energia, nel pezzo forse più celebre della Sonata, caratterizzato da ribattute ossessive e atmosfere quasi jazzistiche in 7/8, e nota per la sua grande difficoltà esecutiva, nonostante la brevità.

Accolto da convinti applausi, il giovane esecutore concede un bis all’altezza, eseguendo alcune delle Variazioni su un tema di Paganini di Brahms.

Enrico Truffi

10 luglio, recital di pianoforte, Scarlatti Schubert e Liszt, Ingrid Carbone

Una serata in balìa della passione della musica: la serata del 10 luglio dei concerti del Tempietto è stata un’esperienza completa, dove la potenza del programma musicale si è esplicata in tutta la sua portata grazie ad una esecutrice di rara capacità: Ingrid Carbone. L’artista non ha solamente eseguito degli spartiti, ma è riuscita svuotarsi del suo ego per riempirsi della passione e del trasporto contenuti nella pagine di Schubert e Liszt, per poi riversarlo su degli ascoltatori incantati. Anche l’ambiente raccolto e poetico del Tempietto hanno permesso alla pianista di instaurare un rapporto intimo e autentico con il pubblico, il quale ha percepito fisicamente tutta la potenza emotiva che la musica è riuscita ad esprimere. Il programma è stato incentrato su due autori romantici, cioè Schubert e Liszt con una prima parte su Scarlatti. L’accostamento di questo autore del primo settecento con il pianismo romantico trova una filo chiave di lettura nell’importanza che hanno avuto le sonate di Scarlatti per l’evoluzione della tecnica pianistica che avrà il massimo picco proprio in autori come Schubert e Liszt. In queste sonate troviamo infatti una arditezza armonica e tecnica molto all’avanguardia per l’epoca. Infatti ad esempio le figure disegnate dagli arpeggi, le mani che si incrociano suonando, l’uso delle ottave e delle note ribattute sono tecniche che lasceranno il segno nella storia di questo strumento. Tutto questo lo possiamo vedere in pratica nella Sonata numero 141 dove Scarlatti usa tutte queste tecniche, creando delle armonie complesse e dissonanti, che preludono al tipo di scrittura musicale che incontriamo nella seconda parte del concerto.

Il concerto è proseguito infatti con due Improvvisi di Schubert. L’improvviso è una forma musicale che ha grande fortuna nel romanticismo perché è molto libera. In questo periodo il tema fondamentale dell’arte in generale è l’espressione della libera ispirazione del genio artistico, tramite il quale parla direttamente lo spirito, per cui ogni formalismo è vissuto come una rigidità e come una costrizione. In particolare gli improvvisi di Schubert sono fra i più famosi della storia del pianoforte per la loro estrema bellezza delle linee melodiche, molto cantabili e formalmente compiute. La loro struttura ricorda molto quella di un Lied, genere di cui Schubert fu forse il più grande compositore, perché la scrittura musicale tiene spesso distinta melodia e accompagnamento.

La seconda parte, dopo un breve intervallo, è stata interamente dedicata a Liszt. Come sempre di fronte alle opere pianistiche di questo autore ascoltiamo ad un uso del pianoforte che va oltre le classiche possibilità di questo strumento, perché la complessità della partitura creano suoni e armonie che superano i limiti imposti dallo strumento stesso. Tra i brani suonati troviamo Funerailles, un brano che Liszt scrisse per il fallimento della rivoluzione ungherese: peculiare di questo brano è infatti il clima cupo da marcia funebre. La linea melodica si colora poi di potenti slanci passionali che però non riescono mai a trovare una sorta di risoluzione o di realizzazine, ma ricadono su se stessi e si spengono, in una sorta di aspirazione negata, così come i moti rivoluzionari sono sorti ma non si sono compiuti.

La bravissima Carbone ha eseguito le parafrasi e trascrizioni da Verdi e Schubert. Le trascizioni di Liszt non sono una copia, una semplice trasposizione, ma la riproposizione del medesimo concetto secondo un altro stile e un’altra prospettiva. In questo modo il significato originale del pezzo si arricchisce di aspetti nuovi che derivano da linguaggio artistico in questo caso di Liszt. Nella parafrasi su Rigoletto la struttura del quartetto vocale di Verdi dà la possibilità a Liszt di usare tutto il registro del pianoforte e lasciare libero sfogo a figure musicali ardite e rigogliose. Nella trascrizione del Lied Erlkonig la voce seducente dell’Elkonig è sottolineata da un accompagnamento e una armonizzazione più sognante e sensuale, mentre in Gretchen am Spinnrade la passionalità della melodia di Schubert si espande a diventare un fiume in piena di passioni espresse da grandi accordi e arpeggi suonati in fortissimo.

Infine la pianista ci ha concesso anche due bis, uno di Villa-Lobos e un altro pezzo di Liszt, che non hanno fatto altro che confermare la bellissima impressione fatta precedentemente di una esecutrice che non si è risparmiata per nulla e che ha riversato tutta la sua energia nell’esprimere quelle passioni travolgenti che animano la musica romantica.

In conclusione possiamo dire che il concerto del Tempietto lascia una impressione forte e bella, perché rimette al centro il contatto umano, il calore e il fascino della musica, cioè tutti quegli aspetti che troppo spesso mancano in quelle grandi sale da concerto in cui l’intimità e l’autenticità si disperdono tra la folla che tossisce e i telefoni che suonano.

Francesco Bianchi

7 luglio, violino e pianoforte: Beethoven, Wieniawski e Franck/ Giulio Menichelli, Giuseppe Giulio Di Lorenzo

La Sonata n. 5 op. 24 in Fa maggiore di Ludwig Van Beethoven (1770-1827) è stata pubblicata nel 1801 dedicata al conte Moritz von Fries. Il soprannome con cui oggi ne parliamo, ossia “La Primavera”, le è stato dato solo in fase di pubblicazione dall’editore viennese Mollo. Nonostante il soprannome non sia beethoveniano, ormai ad ascoltarla non possono non venire in mente immagini solari e, appunto, primaverili. Questi colorati pensieri sono di certo guidati dal carattere leggero e spiritoso con cui inizia la sonata.
Come inconfondibilmente è beethoveniana lo si evince dal perfetto equilibrio e, perché no, competizione tra le due parti, del pianoforte e del violino, ricche di particelle ritmiche e tecniche, ma anche di parti più distese e cantabili.
A suonarla per i presenti ieri sera, 7 luglio 2017, a due passi dal Teatro Marcello, sono stati Giulio Menichelli al violino e Giuseppe Giulio Di Lorenzo al pianoforte.
Prima di tutto un plauso va fatto a questi musicisti, che con serietà e dedizione si sono applicati per sostenere una serata di alto livello in una location meravigliosa per una stagione di concerti che ormai è conosciuta a quanti, appassionati di musica, trascorrono l’estate a Roma. E ora andiamo a vedere come è trascorsa la serata.
Un inamovibile Giulio Menichelli per un leggero e colorato inizio di sonata. Unici ed essenziali i suoi movimenti, articolate le dita della mano sinistra, sciolta la destra e una mimica facciale abbastanza eloquente.
Come spesso, molto spesso, succede in Beethoven momenti di luce si alternano a momenti di oscurità, senza quasi essere capaci a un certo momento di distinguerli, e della sonata eseguita ieri sera il II movimento è il più rappresentativo esempio di questa confusa quanto affascinante alternanza. Nello Scherzo ma soprattutto nell’ultimo movimento della sonata si è notato l’equilibrio tra Giulio Menichelli e Giuseppe Giulio Di Lorenzo, con quest’ultimo ben presente nelle battute in cui era protagonista, suonate con il giusto spirito, come detto prima, tra il chiaro e lo scuro, sia leggero e spensierato, sia totalmente immerso in un drammatico momento.
Dall’equilibrio perfetto di Beethoven siamo rapidamente passati a un totale virtuosismo, tipico del compositore polacco Henryk Wieniawski (1835-1880). Di questo compositore sono stati eseguiti due brani. Per prima è stata eseguita la sua Fantasia brillante sui temi del Faust di Gounod Op. 20, che fu composta da Wieniawski, intorno al 1865, contemporaneamente nelle due versioni, sia per violino e pianoforte che per violino e orchestra. Molto probabilmente “punto forte” della serata, insieme ai fuochi d’artificio del finale, per Giulio Menichelli, la Fantasia ben si addice al suo (suonerà strano, come, in effetti, ogni ossimoro suona) carattere pacatamente virtuosistico.
Prima del secondo pezzo di Wieniawski, che è stato lo Scherzo e Tarantella op. 16, scritto nel 1855, di nuovo siamo stati catapultati in un totale e profondissimo sogno melodico e cantabile, con buona dose di difficoltà tecnica e virtuosistica. Questo grazie alla Sonata in La Maggiore di César Franck (1822-1890). Questa sonata è uno dei primi esempi di sonata ciclica, costruzione musicale cioè in cui un tema, una melodia, o materiale tematico si ritrova a più riprese nei vari movimenti. Quattro distinti movimenti, insomma, per suonare coraggiosamente, in altrettanto distinte caratterizzazioni, note che riportano in realtà tutte ad una sola e nitida idea.
Piccola curiosità a riguardo, la Sonata in La Maggiore fu scritta da Franck in occasione del matrimonio del violinista Eugène Ysaÿe, che fu il primo ad eseguirla.
Si diceva fuochi d’artificio per il finale di concerto, Scherzo e Tarantella, in cui Wieniawski ha dato il meglio di sé in quanto a virtuosismo e tecnica, che Giulio Menichelli ha saputo affrontare durante l’esecuzione, sempre supportato da Giuseppe Giulio Di Lorenzo.
A caratterizzare il concerto è stata senza dubbio una decisa e ferma precisione ritmica, tecnica e di dinamiche.
Si chiude il tutto con ben due bis.
Come secondo di nuovo lo Scherzo della sonata di Beethoven, ma, come primo, un fuoriprogramma, Giulio Menichelli e Giuseppe Giulio Di Lorenzo ci hanno regalato per una splendida serata d’estate un sognante pezzo di “meditazione”, Méditation, dalla Thais di Jules Massenet (1842-1912).

Michela Marchiana

 

4 luglio, Sonate per viola: Brahms e Glinka/ Federico Stassi, Giuseppe Grippi

Le due sonate op. 120 furono scritte da un ormai stanco e malinconico Johannes Brahms , quasi in fin di vita. Furono scritte infatti nel 1894, pubblicate nell’anno seguente, e il compositore si sarebbe spento nel 1897.
Nel 1890 Brahms si era promesso che avrebbe lasciato la composizione, ma, dato il suo genio e la sua passione, questa promessa venne molto presto infranta. Nel 1891, a Meiningen, il compositore rimase estasiato da due esecuzioni che si trovò ad ascoltare, ossia il concerto n. 1 per clarinetto e orchestra di Carl Maria Von Weber e il Quintetto con clarinetto di Wolfgang Amadeus Mozart. Il clarinettista in questione era Richard Mühlfeld. Ebbene, Brahms ne fu talmente ammaliato che decise, tre anni più tardi, di dedicare a Mühlfeld e al suo stupendo strumento due sonate, le sonate op.120.
Ma perché scrivere riguardo a due sonate per clarinetto?
Perché le stesse sonate sono quelle che, per quanti fossero stati presenti, abbiamo avuto l’onore di ascoltare ieri sera, 4 luglio 2017.
Brahms amava il suono profondo del clarinetto e ugualmente quello caldo della viola, per questo motivo queste sonate (e non solo) sono state scritte contemporaneamente nelle due versioni, con delle lievi modifiche per sfruttare al meglio le caratteristiche dei due strumenti.
Accompagnati dal luogo magnifico e dalla dolcezza del vento della serata romana, ugualmente dolci sono stati i sorrisi di complicità tra i due esecutori, Federico Stassi alla viola e Giuseppe Grippi al pianoforte, e i sorrisi rivolti al malinconico e nostalgico suonare di un malinconico e nostalgico Brahms.
La forza e la passionalità della Sonata n. 1, di certo più cupa e profonda della Sonata n. 2, che risulta più leggera e brillante (cosa, direi, dovuta alla tonalità di Fa minore della prima “contro” un Mib maggiore della seconda), sono state egregiamente enfatizzate da un deciso Giuseppe Grippi e da un altrettanto trasportato Federico Stassi. La loro decisione nei passaggi più virtuosistici e tecnici è stata, in maniera impercettibile, elegantemente equilibrata dai soavi momenti melodici, che si addicono perfettamente allo scuro e profondo timbro della viola.
Scritta, come detto, quasi in fin di vita, la Sonata n. 2, grazie alla leggerezza dei due musicisti ben bilanciata con il dialogo serrato tra le parti, che, se non ci fosse la differeza dei timbri, ci sarebbe sembrato di ascoltare un unico strumento, un unico strumentista a suonare quella che magicamente è un’unica voce, ha riportato le menti degli ascoltatori (e non solo) ai coloratissimi giorni di una spensierata infanzia. Partendo da un delizioso quanto profondo primo movimento, passando per un misterioso ma melodioso secondo, si raggiunge con un insolitamente tranquillissimo terzo movimento la serenità interiore, che è stata trasmessa dalla apparente facilità con cui Federico Stassi ha eseguito passaggi invece molto difficili tecnicamente, sostenuto con forza e fiducia da Giuseppe Grippi.
Secondo autore della serata, è stato uno dei padri, una delle colonne portanti della musica Russa, Michail Ivanovič Glinka (1804-1857). La sua Sonata per viola in Re minore, di cui è stato eseguito il primo movimento in apertura di concerto e il secondo movimento come bis. Questa sonata fu scritta tra il 1825 e il 1828, ma, nonostante i tre anni trascorsi a lavorarci su, è una sonata incompiuta, di cui abbiamo due movimenti. L’unico movimento ad essere stato scritto per intero da Glinka è stato il primo, per quanto riguarda il secondo, come si potrebbe notare avendo una partitura sotto gli occhi, è formato da poche battute guida composte da Glinka che sono state in seguito sviluppate ed elaborate da Vadim Vasilʹevič Borisovskij (1900-1972), padre della scuola di viola russa.
Pur non avendo abbandonato la dolcezza di Brahms, c’è un incalzare di note, suoni e ritmi dal sapore russo, merito certo del sopracitato Borisovskij ma anche (forse soprattutto) da un ancora giovane e indefinito stile di Glinka. Questa ingenuità e questa poesia giovanile sono state magnificamente rese nella tempra e nel carattere dei due musicisti.
Infine, qualche piccola nota di colore della serata che ha fatto sorridere il pubblico, ma senza perdere la concentrazione: un simpaticissimo e ironico Federico Stassi che sistema le parti sul leggio con le (indispensabili a musicisti e casalinghe) mollette dei panni da stendere per evitare che le parti volino a causa della brezza romana e una pausa con punto di corona per un attacco durante la Sonata n. 2 di Brahms attendendo la fine del rumore di sirena di un’ambulanza di passaggio.
Ma la nota più colorata di tutti, che ha fatto più che sorridere la sottoscritta, sono stati i gemelli appuntati alla camicia dell’evidentemente autoironico violista. In quello di destra c’era scritto “Bow”, cioè arco, e in quello di sinistra “Viola”.
Forse le famose, quanto amate, quanto odiate barzellette sui violisti sono vere? Cosa sarebbe successo se avesse indossato i gemelli al contrario? Meglio non saperlo e attendere il prossimo concerto!

Michela Marchiana

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