I concerti del Tempietto, secondo Quinte Parallele

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L’Associazione Culturale “Concerti del Tempietto” è una realtà storica dell’estate romana. Con più di trent’anni di attività, l’Associazione organizza concerti ed eventi culturali in alcune delle location più belle del centro di Roma, come piazza Campitelli, nelle immediate vicinanze del teatro Marcello. Quest’anno, però, c’è qualcosa in più: Quinte Parallele seguirà per voi i concerti organizzati dall’associazione, e ve li racconterà qui. Vi aspettiamo al tempietto, presto.

06 Ottobre. Pianoforte solo, Chopin, Liszt Schumann/ Sebastian Beltramini

Chi ieri sera era presente al Tempietto ha potuto assistere, come sempre, ad un gran momento di arte e musica. L’atmosfera intima e raccolta che crea la location del concerto concede un ascolto  più profondo e riposato che permette alla musica di schiudersi in tutto il suo potere evocativo e espressivo. Sebastian Beltramini, pianista argentino con un eccellente curriculum è stato il protagonista della serata. Ha proposto un programma di grande difficoltà tecnica e interpretativa, incentrato sul repertorio romantico.

Il primo brano suonato è stato l’ Andante spianato e grande polacca brillante, uno dei brani più coinvolgenti ed entusiasmanti di Chopin. Composto nel 1832 consta di due parti distinte, l’andante spianato, molto lento e introspettivo, che era stato concepito inizialmente come Notturno, e la grande polacca brillante cristallina e vivace che Chopin decise di accostare alla crepuscolarità del primo. Questa composizione fu pensata dall’autore per essere eseguita con accompagnamento orchestrale, ma spesso, come in questo caso, viene suonata dal pianoforte solo perché già la potenza ritmica e la vivacità timbrica conferiscono a questa pagina pianistica una grande espressività e intensità. Beltramini con toco potente e preciso è riuscito a ridare tutta la potenza della partitura marcando il carattere fortemente ritmico della Polacca.

Il concerto è proseguito con la Parafrasi sul Rigoletto di Liszt: una delle più famose parafrasi dell’autore, che riprende temi dalla celeberrima opera di Verdi e li riassembla in chiave pianistica nell’inconfondibile stile del compositore ungherese. Questo genere di composizione non è la semplice riproposizione di temi di un altro autore, ma è una autonoma creazione che si struttura su di una logica di andamento quasi proustiano: si tratta di appunto di “reminiscenze”, ricordi, memorie di temi e frammenti che emergono alla coscienza e si organizzano per accostamento e non per ordinamento sillogistico. Anche in questo caso la mano forte e decisa del pianista ha espresso benissimo il carattere esuberante e virtuoso della scrittura musicale di Liszt, permettendo agli uditori di cogliere le diverse sfumature melodiche e armoniche della partitura.

Dopo un breve intervallo Beltramini ha eseguito gli Studi sinfonici, una composizione del primo periodo di Schumann quello in cui scrisse quasi esclusivamente per pianoforte. In questi studi si sente sicuramente lo Schumann che aveva deciso definitivamente di intraprendere la carriera di artista dopo aver ascoltato Paganini: virtuosismo e complessità della scrittura pianistica sono il carattere più evidente della composizione. Non bisogna però cadere nell’errore di considerare lo studio come un esercizio puramente tecnico, mentre va inteso come una esplorazione delle possibilità dello strumento e della mano dell’esecutore, alla ricerca di sonorità e soluzioni nuove che permettano di allargare le possibilità espressive della scrittura musicale pianistica. E’ il genere di studio che compongono anche Chopin con l’op.10 e l’op.25 e Liszt con i celebri Studi trascendentali. In questo caso l’indicazione “Sinfonici” indica infatti la ricerca di ridare tramite il pianoforte una complessità timbrica, armonica e contrappuntistica che è tipica dell’organico orchestrale. Beltramini è stato in grado di rendere magnificamente tutto ciò concludendo dunque la serata muscale con la gioia e la potenza dell’allegro finale degli studi sinfonici. Il modo migliore per invitare le persone a tornare a sentire questi bellissimi concerti!

 

Francesco Bianchi

2 Ottobre. Brahms, Scott, Mozart, Debussy e Wieniawski/David Fonseca e Astrid Steinschaden.

Questa sera ai concerti del Tempietto abbiamo potuto ascoltare il lavoro del duo violino-pianoforte composto da David Fonseca e Astrid Steinschaden.
La “Thuner-Sonate”, la Sonata op. 100 in La Maggiore di Johannes Brahms, fu composta tra le silenziose e magiche montagne svizzere di Thun, appunto, nel 1886. Lavoro della maturità dell’autore, questa sonata ha la profondità, il carattere intimistico, il dialogo serrato ma al tempo stesso disteso tra le parti di cui Brahms era maestro indiscusso. Un tale livello di accuratezza nei dettagli che nei soli due strumenti, un violino e un pianoforte, parrebbe quasi di sentire un’orchestra.
Con questo capolavoro i due giovani musicisti hanno aperto il concerto, destreggiandosi con capacità e accuratezza tra le note, facendo emergere tutti i dettagli che hanno fatto rimanere il pubblico teso e concentrato tutto il tempo. Tra i tre movimenti, il più degno di nota, per l’atteggiamento, carico e adrenalinico, con cui è stato eseguito, è stato il primo, un dialogo ben pronunciato tra Astrid Steinschaden, che passava dolcemente la linea melodica a David Fonseca, che rispondeva in modo altrettanto dolce e al tempo stesso energico, con un carattere brillante, tecnico e deciso che faceva risaltare i vari passaggi spiccatamente ritmici, con un suono timbrato e molto profondo che ha riempito pienamente tutta la sala.
Segue una composizione dell’inglese Cyril Meir Scott, Lotus Land Op. 47  n. 1, trascritto per violino e pianoforte dal buon vecchio Kreisler.
Un pezzo sognante che potrebbe ricordare all’ascoltatore le mille sfumature e nebbie di Claude Debussy, che infatti apprezzava molto i lavori di Scott, ma che, spingendosi oltre, potrebbe far pensare anche a un che di jazzistico.
I due giovani esecutori si sono immersi nello spirito leggero e delicato di questo pezzo, equilibrando bene il suono, che si faceva soffiato e delicato e quasi impercettibile nei momenti di tensione emotiva e di pensiero intimistico, ma che diventava pieno, timbrato e profondo nei momenti più intensi ed esposti.
Come se si trattasse di due persone diverse, David Fonseca e Astrid Steinschaden sono riusciti abilmente a cambiare subito atmosfera e spirito, pronti per suonare il Rondò in Sol Maggiore dalla Serenata n. 7 “Haffner” di Woflgang Amadeus Mozart.
Lo spirito giocoso, leggero, come se fosse tutto uno scherzo, di questa composizione, trascritta per violino e pianoforte, al solito, da Kreisler, è stata suonata, a differenza dei momenti precedenti della serata, con il giusto divertito carattere, con il suono leggero e spiccato che proveniva dal violino di David Fonseca, che ha dato prova della brillantezza e della tecnica di cui è dotato, soprattutto nelle cadenze, di notevolissima difficoltà tecnica e musicale, egregiamente accompagnato da Astrid Steinschaden.
Dopo questa breve e spiritosa parentesi, siamo tornati a immergerci nel sospeso e delicato mondo musicale, con Claude Debussy e “Claire de Lune”, la trascrizione per violino e pianoforte rende amabilmente giustizia a questa composizione, simbolo di una luce fioca che accompagna docilmente le idee e i pensieri. E stasera il pubblico si è lasciato trasportare e cullare da questa composizione grazie ai due musicisti, che hanno riconfermato le loro capacità interpretative.
Segue la Melodia op. 42 n. 3 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, con cui il pubblico, grazie alla gustosissima esecuzione, si è potuto rilassare, innamorare e godere l’ascolto. Anche i passaggi più tecnici e complessi erano parte di un’atmosfera ormai creata dai movimenti e dalle espressioni dei musicisti per dare un senso di calma e tranquillità e buon umore per lo spirito.
Dal sogno al virtuosismo si passa a Henryk Wieniawski e la sua Polacca in Re Maggiore, ultimo brano della serata. Brano incentrato sul virtuosismo, che mette alla prova anche i migliori esecutori. Alternando momenti più ritmici e serrati a momenti più melodici e distesi, il compositore non abbandona mai le maggiori difficoltà tecniche e virtuosistiche per il violino, e il nostro David Fonseca è riuscito a rendere al meglio, apparentemente senza il minimo sforzo (tanto di cappello!) quella quantità infinita di note e passaggi complessi scritti sullo spartito.
Come bis il duo ci ha regalato il Vocalise di Rachmaninov, che ha riconfermato l’atmosfera calda, sognante, magica e, verrebbe da dire, “bambina”, per la purezza e innocenza della musica stessa, dell’intera serata.

Michela Marchiana

29 Settembre. Violino solo e violino e pianoforte. Bach, Beethoven, De Falla/Elena Bugliari Renzi e Astrid Steinschaden.

Di nuovo eccoci ad assistestere ai Concerti del Tempietto, stasera ad apprezzare il lavoro e lo studio di Elena Bugliari Renzi al violino e Astrid Steinschaden al pianoforte.
Apre la serata, e subito si crea un’atmosfera magica, il violino solo, con la seconda partita di Johann Sebastian Bach  (BWV1004). L’unica tra le Sei sonate e partite per violino solo ad avere, in chiusura, la Ciaccona.
Composta da Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga, e naturalmente dalla Ciaccona, questa partita, come  le altre del resto,  è una strabiliante composizione di polifonia, basata su un gioco di domanda-risposta tra i vari accordi e bicordi, su un’alternanza di voci gravi e voci acute, sempre diverse e sempre nuove.
La nostra violinista Elena Bugliari Renzi è stata in grado di eseguire il colosso che è Bach con grande maestria, con una pienezza nel suono che da solo ha riempito la sala e con grande rispetto nei confronti di uno spartito che da solo ha già scritte tra il pentagramma mille e mille sfaccettature e interpretazioni diverse, senza quasi bisogno che l’esecutore aggiunga nulla se non la propria bravura e il proprio rispetto e amore nei confronti della musica. Si è sentita parecchio la mancanza della Ciaccona, che meritava forse il suo spazio nel concerto.
Dopo questo momento di pura concentrazione e contemplazione musicale, quasi fosse un momento di preghiera, la serata si riaccende di divertimento con la Sonata n. 5 in Fa Maggiore op. 24, detta la “Primavera”, di Ludwig van Beethoven.
Il soprannome non beethoveniano fa comunque ormai pensare a questa composizione come un’idea calda e colorata, adatta (anche se non si tratta direttamente di primavera) questa estate finita e a questo colorato autunno appena arrivato.
Il gioco delle parti in questa sonata, come nel resto di Beethoven, è la sua caratteristica principale. Le parti del violino e del pianoforte sono esattamente uguali, di pari importanza, di pari difficoltà, con passaggi sia strettamente tecnici che dolcemente cantabili.
La già nominata Elena Bugliari Renzi, con la pianista Astrid Steinschaden, hanno reso giustizia a questi fragili equilibri della composizione del genio di Bonn, eseguendo con una loro interpretazione la Sonata, che ha funzionato a livello di insieme e che ha trasportato il pubblico in una gioiosa interpretazione controbilanciata da una cupa e triste malinconia, come ci si aspetta dalle composizioni beethoveniane. L’esecuzione in generale ha fatto emergere un’idea da parte delle musiciste diversa dal consueto, non incentrata sullo spirito gioioso e sulla brillantezza e leggerezza nel suonare ma piuttosto basata sulla massa sonora dei due strumenti, con forse troppa attenzione a far emergere ogni singolo segno scritto in partitura. Emerge, tra tutti nella sonata, il secondo movimento, carico di pathos e profondità. Curiosi ma originali e ben eseguiti lo Scherzo e l’Allegro finale eseguiti a una velocità sovrumana che ha forse fatto perdere quei dettagli importanti che sarebbero potuti emergere a qualche tacca di metronomo in meno.
Chiude la serata (prima del bis) la Danza Spagnola di Manuel de Falla, nella scoppiettante e trascinante trascrizione per violino e pianoforte di Franz Kreisler.
Una fine con i fuochi d’artificio per le due splendide musiciste che hanno mostrato un carattere da tigri in una energica esecuzione di questa danza. Sono emerse, come nel resto della serata, la brillantezza e l’abilità tecnica delle due, con di nuovo particolare attenzione all’immancabile massa sonora. Un grande applauso e uno chapeau alle due ragazze.
Chiude effettivamente la serata un bis, che è stato Vocalise di Rachmaninov, romanza composta e pubblicata nel 1915. Suonata con grande emozione e legata anche a ricordi particolarmente speciali.

Michela Marchiana 

24 Settembre, Szymanowski, Paderewski/ Duo Mroczek-Slezer

Pochi musicisti nel corso della storia si sono distinti anche per aver portato avanti una carriera parallela. Ives era un assicuratore, Borodine un chimico, ma i nomi celebri si contano sulla punta delle dita. Tra quelli che magari non vengono subito alla mente c’è quello di Ignaz Paderewski, che alternava una fiorente carriera da pianista, poi anche compositore, con una instancabile attività politica che l’avrebbe portato poi a diventare dopo la prima guerra mondiale capo del governo della neonata Polonia unita. Nella sua musica, questi due aspetti convivono, così come convivono in misure differenti in gran parte delle espressioni artistiche frutto dei polacchi, perennemente alla ricerca di una patria in cui riconoscersi e al tempo stesso debitori delle grandi tradizioni romantiche nazionali.

La sua musica, accompagnata a quella del suo connazionale e contemporaneo Szymanowski, è stata al centro dell’esibizione del duo Mroczek-Slezer. I due hanno eseguito due sonate per violino e pianoforte, rispettivamente l’op. 13 di Paderewski e l’op. 9 di Szymanowski, che difficilmente si trovano nel repertorio cameristico delle più blasonate stagioni d’europa. E a torto. Perché pur mantenendo sostanzialmente intatto lo spirito romantico del tempo in cui furono composte, le due sonate nascono da impulsi del tutto nuovi ed originali per l’epoca.

Szymanowski compose la sua sonata op. 13 a soli ventun’anni, quando era ancora studente di Zygmunt Noskowski. Nonostante fosse nata come un semplice studio sulla padronanza delle forme classiche, la sonata ha guadagnato una rilevanza sempre maggiore, tanto da essere eseguita, nel 1909 da Artur Rubinstein, uno dei più grandi virtuosi di allora nelle terre dello Zar, con il violino di Pawel Kochanski a Varsavia. La sonata, come da regola, si sviluppa nei classici tre movimenti, che però mantengono una linea di continuità ciascuno con il precedente, in modo da essere concepibili anche come un continuum. Una menzione particolare la merita il secondo tempo, che maggiormente si discosta dal canone di riferimento: la sezione centrale è un piccolo scherzo nello scherzo, con i due strumenti che suonano esclusivamente in pizzicato e staccato, creando un momento lieve e giocoso che spezza un po’ la pesante trama della costruzione sonatistica.

La sonata di Paderewski, in una tonalità drammatica per eccellenza come il la minore, alterna momenti di alto slancio drammatico e di più quieto lirismo. Il duo, nella tiepida serata romana, riesce a rendere questa alternanza di emozioni bilanciando l’intensità della parte pianistica con la cantabilità della linea del violino.

23 Settembre, pianoforte, Chopin, Debussy, Mendelssohn, Scriabin/ Elia Cecino

Gli enfant prodige sono una costante della storia della musica classica. Fin dalla più tenera età il talento precoce di compositori, virtuosi e direttori, indirizzati con cura e capaci di valorizzare le proprie doti, ha dato i primi inequivocabili segnali. Questo è probabilmente il caso di Elia Cecino, che a 16 anni da poco compiuti ha già fatto le spalle larghe sopra agli ottantotto tasti del pianoforte. Il giovanissimo pianista, con un curriculum impressionante per la giovane età ed una serie di concerti tenuti su entrambe le sponde dell’atlantico, si è presentato all’appuntamento del Tempietto con una serie di brani che rientrano a pieno titolo tra i fondamentali del repertorio pianistico dell’ottocento.

 

Il giovane pianista ha aperto la sua serata con un monumento del pianoforte romantico, la Polacca tragica in fa diesis minore op. 44 di Frederic Chopin. Il brano datato 1841 presenta due sezioni tumultuose in capo e in coda nella tonalità d’impianto, mentre la parte centrale è una mazurka in la maggiore. Fin da subito il brano presenta notevoli difficoltà tecniche, dalla ricchezza di abbellimenti ai repentini mutamenti di espressione, che il pianista ha affrontato con una sicurezza invidiabile. Si rimane sempre in francia, ma oltre mezzo secolo dopo, con la raccolta Estampes di Claude Debussy. I tre brani che compongono la suite sono di natura diametralmente opposta al romanticismo chopiniano, pur costituendone un corollario nella storia della musica per pianoforte francese. Le pagode, i paesaggi spagnoli e i giardini della normandia che Debussy riproduce rispettivamente nelle tre “stampe” vivono episodicamente, separate l’una dall’altra eppure in un continuum stilistico caratteristico delle raccolte di Debussy. Le scelte espressive e la cura dei dettagli unici di ciascun brano rendono l’esecuzione di Elia Cecino molto godibile, quasi un momento di interruzione prima di un nuovo virtuosistico tuffo nel romanticismo. Questa volta però si vola in Germania, terra di Mendelssohn, autore delle possenti Variations Serieuses. Mendelssohn concepì queste variazioni, oggi catalogate come op. 54, nel 1841, quando aveva già una onoratissima carriera di compositore, nonché enfant prodige egli stesso, ma stava al contempo costruendo una fortuna parallela come nuovo scopritore dell’opera bachiana. Ed è proprio al modello bachiano per eccellenza, quello corale, che fa riferimento il tema centrale su cui poggiano le 15 variazioni. Una melodia corale da cui poi si sviluppano di volta temi magici e virtuosità sensazionali, tra cui anche i più grandi pianisti hanno faticato a raccapezzarsi. Assolutamente di livello, pur con qualche leggera debolezza nelle ultime più tumultuose variazioni, è l’esecuzione di Elia Cecino. Non si fatica a credere che abbia tutto il tempo a disposizione per studiare e ristudiare queste pagine di musica, ammirandone ogni volta la bellezza, come a suo tempo ebbe a dire Ignaz Moscheles.

A concludere il programma è stata un’altra pagina di romanticismo pianistico, la Terza Sonata di Scriabin. La sonata, pur non essendo cronologicamente classificabile come opera matura di Scriabin, presenta già in nuce gran parte di quei sinceri elementi di genio che tanto avrebbero stregato Tolstoj. Partendo da una forma convenzionale, quella della sonata, l’autore russo se ne discosta fin dalla scelta della composizione in quattro tempi, inserendo tra il primo tempo Drammatico e l’andante più lirico un breve ma intenso allegretto. Le emozioni che traspaiono dai pentagrammi di Scriabin sono tanto esasperate quanto sinceramente sentite, mettendo alla prova l’esecutore diviso di volta in volta tra contrasti soverchianti. Pur con alle spalle la stanchezza della precedente ora di concerto, il giovanissimo pianista ha saputo regalare al pubblico un’esecuzione sincera e al tempo stesso personale dell’opera di Scriabin. Qualche scelta vagamente difensiva nel primo e nell’ultimo tempo, decisamente i più vigorosi ed impegnativi hanno permesso ad Elia Cecino di creare un’esecuzione fluida nella sua totalità, confluita poi con naturalezza nel bis Lisztiano con cui ha chiuso il concerto.

Filippo Simonelli

11 Settembre, pianoforte, Schubert, Liszt, Brahms/ Maximilian Trebo

In maniera quasi provvidenziale, la pioggia torna a cadere su Roma e i Concerti del Tempietto, data la frescura serale che comincia a profumare d’Autunno,  ci aprono le porte della meravigliosa Sala Baldini. L’occasione dell’11 Settembre, è quella del recital pianistico di Maximilian Trebo, giovanissimo artista di Bolzano: Trebo ha cominciato a suonare a 7 anni col maestro Roberto Fabris e ha proseguito i suoi studi col maestro Vincenzo Balzani al conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Nonostante la giovane età, lo troviamo già vincitore di più di una ventina di concorsi, tra nazionali ed internazionali. Ha già suonato in tutta Italia e lungo l’Europa, essendosi esibito a Vienna, Parigi, Salisburgo, Bruxelles, Monaco e Mosca.

Il programma della serata era incentrato completamente sul primo Romanticismo, ad aprire la lista dei brani eseguiti  troviamo i “Sei Momenti musicali” dall’opera 94 di Schubert:  questi fanno parte dell’ultima produzione schubertiana, introducono il concetto del “foglio d’album” romantico e vi si può provare a trovare un filo conduttore. Dal punto di vista della tonalità vediamo come il primo sia in Do maggiore e poi Schubert proceda fino al quarto per terze discendenti; gli ultimi due pezzi invece sono in Fa minore e La bemolle maggiore, tonalità complementari.  Sono, questi, brani pianistici profondamente intimi e sentimentali e seguono perlopiù una forma tripartita. In questi possiamo vedere delle deliziose e brevi miniature dove affiorano ricordi sotto forma di temi associati in una forma libera, dove troviamo anche reminiscenze di lieder. L’interpretazione di Trebo è stata semplicemente magnifica, seppur con qualche scivolamento, egli è riuscito a dare lucentezza e vigore ai temi di Schubert, che rasentano la perfezione formale.

Si è poi passati a una perla della produzione di Franz Liszt: la Rapsodia Ungherese n.12. Questo lavoro contiene, come tutto il ciclo delle rapsodie ungheresi, i temi della musica tzigana, che Liszt accosta non nel complesso di una narrazione, ma come evocazioni di stati d’animo e di situazioni. La dodicesima rapsodia si apre con un tema basato su note ribattute, che ritroveremo sino alla fine, partendo da questi accordi severi e cupi, il tutto si apre gioiosamente in una forma che sposa squisitamente il virtuosismo di Liszt alla dolcezza della melodia. Questo brano è un banco di prova per i più grandi artisti della tastiera, è strabiliante vedere come questo musicista ventunenne si trovi perfino più vicino a un brano del genere, che al precedente. Si badi bene che non si parla qui di un mero virtuosismo e di uno sfoggio tecnico gestuale, ma di una sensibilità musicale che va accostata a una difficoltà tecnica incredibile. Trebo, nonostante la giovane età, è riuscito a non perdere mai l’orizzonte della sensibilità e della profondità che questo pezzo ha.

La stessa apertura accordale la ritroviamo nell’ultimo brano della serata: la Prima Sonata di Brahms. Scritta tra il 1852 e il 1853, si apre con un Allegro infuocato, che ricorda l’op. 106 beethoveniana, il movimento si sviluppa in lentezza nella sua idea musicale e la vera illuminazione la troviamo col sopraggiungere del secondo tema, lirico e carico di pathos.  Segue poi un Andante, che è in forma di “tema e variazioni”, qui ritroviamo un lied tedesco che “fa nascere” una melodia costruita su due frasi di quattro misure. Nella cadenza conclusiva dell’Andante appare poi un tema, che sarà la base del successivo Scherzo, dall’impronta brillante, in cui si gioca sulle dinamiche che vanno dal pianissimo al fortissimo. Dopo un trio, che in qualche modo rimanda allo stile di Mendelssohn e alle sue romanze, con un tema cantabile, caldo e coinvolgente, si apre l’ultima sezione: l’Allegro con fuoco. Quest’ultimo movimento è segnato da una sorta di irrequietezza che in qualche modo “si spegne” quasi in una chiusura meditativa per poi tornare di nuovo ad aprirsi. L’esecuzione di Trebo per questo brano è stata fortemente caricata dal punto di vista dinamico, con la sua interpretazione egli evidentemente voleva sottolineare la parte virtuosa di questo brano e gli improvvisi slanci dinamici; dalla prima all’ultima nota questo giovane ragazzo ha dimostrato una tecnica veramente pregevole, essendo sempre studiata per non intaccare mai la musicalità del pezzo, ma rendendo sempre in maniera brillante e viva i fraseggi di questi pezzi.

A ulteriore dimostrazione della tecnica mirabolante di questo artista, sono arrivati i bis: il primo è stato il Momento Musicalen.4  di Rachmaninov. Nei Momenti musicali Rachmaninov fa fuoriuscire il pessimismo di fondo del suo Romanticismo che si sposa al sentimento in una veste scura, ma commovente ad ogni nota. Troviamo in questi lavori linee melodiche sentimentali che si spezzano e non vengono risolte, simbolo della tragedia dell’esistenza. I  Momenti musicali costituiscono il primo vero banco di prova di Rachmaninov come compositore. Il quarto Momento rimanda apertamente a Chopin, in particolare allo Studio Rivoluzionario dell’opera 10, la cui melodia viene quasi citata, ma qui la mano sinistra si slancia lungo la tastiera in un accompagnamento che suona in maniera tragica e ansante, brano questo di una complessità esecutiva enorme. La scelta di un pezzo del genere come bis è la riprova ulteriore della particolare sensibilità artistica di questo pianista, è questo un brano dove è sempre complesso riuscire a far emergere tutti i colori della melodia senza “spegnerli” nel “gesto” virtuoso; si possono avere solo parole lusinghiere per Trebo, che si dimostra un artista particolarmente versato  nei brani di maggiore complessità tecnica, caratterizzati da un dinamismo roboante.  Come ultimo bis, Trebo ha scelto un brano jazzistico, dove all’impianto tecnico pari ai precedenti, si legano frasi e sonorità più ballabili.

                                                                                                                                                                                Lorenzo Papacci

5 Settembre, “Piano Visions”, Marco Lo Muscio

Serata particolare ai Concerti del Tempietto di ieri sera. Particolare anche data la natura dell’ospite della serata, l’organista, pianista e compositore Marco Lo Muscio, collaboratore fra gli altri di Steve e John Hackett, personalità a tutto tondo, capace di passare dal progressive rock più concitato al repertorio classico, dalle cavalcate pianistiche jazz à la Keith Jarrett alla musica contemporanea, e primo interprete finora che abbiamo sentito portare composizioni originali. É stato un concerto all’insegna della solennità, con alcuni “Ricercare” raffinati, brani sospesi e atmosferici che hanno richiamato i vasti paesaggi e gli scontri epici del fantasy tolkeniano. La decisione di iniziare con una composizione giovanile di Debussy, una delle “Images Oubliées” o “Inedites” è in linea con questo tipo di impostazione, e introduce l’ascoltatore in un mondo meditativo e interiore, che anticipa quelli che saranno i connotati più tipici delle composizioni successive dell’autore francese.

A seguire, si entra nel vivo con due omaggi a Steve Hackett, il primo dei quali è un brano che il chitarrista dei Genesis ha dedicato a Lo Muscio, in questo caso arrangiato al pianoforte solo, farcito delle raffinatezze e dei preziosismi prog, in un susseguirsi di accordi arpeggiati per richiamare il suono morbido e fluido della chitarra di Hackett. L’altro brano è invece composto da Lo Muscio e dedicato al chitarrista, si tratta di un personale omaggio alla famosa “Horizons”, contenuta nell’album Foxtrot dei Genesis e a sua volta ispirata dalla prima Suite per violoncello di Bach. Il brano, dopo un inizio che accenna il tema della composizione originale, prosegue per una via particolare, con un basso ossessivo e martellante quasi blues, in modo misolidio, che ci riporta ancora a suggestioni prog di artisti come Keith Emerson o Tony Banks.                                                                                   Altro brano composto da Lo Muscio, il Ricercare “The Cathedral of Pienza”, è un brano che nasce dalla collaborazione con il Festival di musica di Pienza. Si tratta di un brano pensato per l’organo, ma non sfigura al pianoforte, dove l’incedere lento e regolare del brano ci riporta a una musicalità austera e distante nel tempo, ma allo stesso tempo celebrazione di una delle cattedrali più importanti del Rinascimento. Questo Ricercare dal sapore ancora barocco ci introduce un Ricercare contemporaneo, dell’autore ungherese Gyorgy Ligeti, sempre influenzato però dalla musica barocca, in particolare dall’autore Girolamo Frescobaldi, considerato fra i più influenti innovatori di fine ‘500 nel campo delle Fughe e dei Ricercare. Il brano è posto alla fine delle raccolta di pezzi per pianoforte solo “Musica Ricercata”, in cui la “Ricerca” non fa riferimento al tipo di composizione quanto a un impianto teorico di “ricerca della musica”, che viene a galla poco a poco. Infatti La raccolta è strutturata in maniera che dal primo brano, che contempla solo due classi di altezza (le note La e Re), si arrivi progressivamente a un brano che le contempli tutte.

Si passa così alla seconda parte del concerto, sebbene non ci sia stata una vera pausa, che inizia con un omaggio a Keith Jarrett, con un pezzo trascinante come un fiume in piena. Caratterizzato da arpeggi con intevalli di quarta, come nelle corde a vuoto di una chitarra, con accordi gravi e violenti a interrompere questo flusso dal piglio vagamente improvvisato e jazzistico, il brano è accattivante e spezza con la sua energia la rappresentazione, introducendoci brani dal carattere più libero e sciolto. Infatti brani sempre dal tono improvvisato sono i “Canti Magici” di Federico Mompou, compositore catalano poco conosciuto, dalle atmosfere impressioniste e oniriche, che ci viene presentato con questi brevi brani dal carattere libero e slegato.

Picco emotivo dell’esibizione, viene eseguito il terzo “tempo” della Fantasia in Do di Robert Schumann, un tempo finale lento e meditativo, in netta contraddizione con la norma. Anche in questo caso, la Fantasia , che è uno dei risultati più alti di Schumann (ma anche di tutta la produzione pianistica ottocentesca), consente a Schumann di liberarsi dalle forme per abbandonarsi a un lungo discorso dalle continue sorprese armoniche e melodiche, mantenendo comunque il rispetto per i modelli, e venne infatti ammirato e imitato soprattutto da Franz Liszt nella sua Sonata in Si minore. Per concludere, Lo Muscio si esibisce nel suo Poema per pianoforte “Dark and Light- The Book of Gandalf”, che narra delle avventure dello stregone nella prima parte del romanzo di Tolkien “La compagnia dell’anello”. Viene introdotto un tema solenne e maestoso, che rappresenta lo stregone in tutta la sua altezza e saggezza, che viene intercalato a brani dall’aspetto più narrativo, grazie ad arpeggi costanti della mano sinistra, che ci trasportano insieme ai protagonisti nel loro viaggio avventuroso per salvare la Terra di Mezzo. Come bis, Lo Muscio è stato raggiunto sul palco dall’organista e direttore d’orchestra Johannes Skuldik, che ha eseguito insieme a lui il primo e l’ultimo brano dalla suite per pianoforte a quattro mani “Ma Mère l’Oye” di Ravel. Un concerto appassionante, che ha proposto un programma in grado di spaziare da Ligeti a Schumann, ma che è riuscito nonostante ciò a mantenere un filo conduttore chiaro e coerente per tutta la durata della performance.

Enrico Truffi

26 Agosto, violino e pianoforte, Tartini, Gluck, Mozart, Liszt, Chopin, Williams e Bartók/ Duo Bogoevska-Shotarovska

Nelle ancora calde serate di fine agosto andare ad ascoltare della buona musica, grazie ad artisti ed esecutori che hanno dedicato il loro tempo e il loro impegno per prepararsi al meglio, è sempre la migliore delle soluzioni. Ci si aggiunga poi una meravigliosa Città Eterna e la serata sfiora la perfezione.
Protagoniste del concerto la giovane violinista Eva Bogoevska e la pianista Verica Shotarovska.
«Una notte sognai che avevo fatto un patto e che il diavolo era al mio servizio. Tutto mi riusciva secondo i miei desideri e le mie volontà erano sempre esaudite dal mio nuovo domestico. Immaginai di dargli il mio violino per vedere se fosse arrivato a suonarmi qualche bella aria, ma quale fu il mio stupore quando ascoltai una sonata così singolare e bella, eseguita con tanta superiorità e intelligenza che non potevo concepire nulla che le stesse al paragone. Provai tanta sorpresa, rapimento e piacere, che mi si mozzò il respiro. Fui svegliato da questa violenta sensazione e presi all’istante il mio violino, nella speranza di ritrovare una parte della musica che avevo appena ascoltato, ma invano. Il brano che composi è, in verità il migliore che abbia mai scritto, ma è talmente al di sotto di quello che m’aveva così emozionato che avrei spaccato in due il mio violino e abbandonato per sempre la musica se mi fosse stato possibile privarmi delle gioie che mi procurava.»
Così avrebbe scritto Giuseppe Tartini, nel 1713, parlando dell’ispirazione avuta per comporre la Sonata n. 4, conosciuta universalmente come “Il trillo del diavolo”. Questa sonata, con i suoi tecnici, brillanti e virtuosistici, ma anche melodici, dolci e cantabili movimenti è stata la prima protagonista della serata.
Un ottimo inizio per le due musiciste, delicata la pianista e precisissima la violinista, ogni centimetro dell’archetto era meticolosamente calcolato per l’esecuzione, peccato forse per un Allegro non troppo allegro, ma nel complesso sono riuscite in maniera egregia a catturare il pubblico.
Piccolo intervallo tra le due sonate la trascinante e ben eseguita Melodie di Gluck.
Terza è stata la Sonata n. 18 in Sol maggiore di Wolfgang Amadeus Mozart. Questa sonata fa parte delle sei sonate Palatine (K. 301-306), così chiamate perché erano dedicate alla moglie di Karl Theodor, che era principe elettore del Palatinato. Come alcune altre della raccolta, questa sonata è in due movimenti e il dialogo con il pianoforte è molto marcato e presente, senza che il violino sia solo sul palco o totalmemte al centro dell’attenzione.
Un più che buono equilibrio è quello che è risultato dell’esecuzione delle giovani musiciste, con dinamiche ben pronunciate e una tecnica notevolissima.
Dopo essere stata la volta del violino, si passa a un momento tutto dedicato al pianoforte.
Si inizia con un brano che, con i soli 88 tasti, rappresenta la mescolanza perfetta tra le arti. Si tratta di “Sposalizio”, prima composizione del secondo libro del ciclo “Années de pèlerinage” di Frana Liszt. In questo secondo libro della raccolta il compositore riporta in musica tutta l’arte che lo circonda durante il suo viaggio in Italia, poesia, pittura e quant’altro. “Sposalizio” è ispirato alla celebre tela di Raffaello, datata 1504, “Sposalizio della Vergine”, sulle nozze tra Maria e Giuseppe.
Suoni e colori. Questo è ciò che viene percepito dall’ascoltatore, e questa sera, grazie all’interpretazione di Verica Shotarovska, il pianoforte, oltre che suoni, tirava fuori arte.
Con le varie dinamiche, i cambi di tempo, i “rubato” e gli “accelerando”, Verica ha trasportato il pubblico in un’analisi artistica piena di pathos e sensibilità.
Segue, senza quasi il tempo di un applauso, il Valse Oubliée n.1, composizione tarda di Liszt e spesso ignorata ma sempre di grande impatto. Un valzer molto particolare che necessita di una grande capacità interpretativa che la pianista ha ampiamente dimostrato, sciolta, sicura e spedita.
E infine per il pianoforte, prima del gran finale di nuovo insieme con la violinista Eva Bogoevska, è stato il momento di Fryderyk Chopin, di cui sono stati eseguiti valzer dall’Opera postuma, che come chiusura della prima parte, se così si può dire, sono stati molto di impatto.
Per chiudere in grande bellezza torna il duo per regalare ai suoi ascoltatori, in un ambiente più che adatto e favorevole, il tema dal film “Schindler’s List” di John Williams, che è stato anche il bis del concerto. Interpretazione molto studiata e di effetto da parte di entrambi gli strumenti, che hanno saputo emozionare gli ascoltatori e, cosa non da poco, hanno toccato i loro spiriti.
Come ultimo pezzo il folklore più popolare che ci sia, le Danze popolari rumene di Béla Bartòk. Interpretate a dovere in maniera profonda ma leggera, toccante ma giocosa, come richiesto da questo tipo di musica.
Il pubblico, più che entusiasta, ha dimostrato il proprio apprezzamento e la propria ammirazione nei confronti delle due giovani musiciste con una standing ovation tra scroscianti applausi.

Michela Marchiana

24 Agosto, clarinetto e pianoforte, Fantasie d’opera, Klezmer e Gershwin/ Duo Tinelli-Mazzoccante

Un concerto strepitoso. Brillante, divertente, e soprattutto poliedrico il duo Tinelli-Mazzoccante. Clarinetto e pianoforte si accompagnano a vicenda in questa serata della stagione estiva del Tempietto in cui, ancora una volta, sono i fornici del Teatro Marcello a fungere da cassa di risonanza naturale e da splendida cornice all’evento musicale.
Tante sono le sfumature musicali che vengono offerte al pubblico: la grande musica italiana operistica, la tradizione popolare del klezmer e il jazz classicheggiante americano.
Ma procediamo con ordine: ad aprire il concerto viene proposta una “Fantasia su temi dell’opera “Macbeth” di Giuseppe Verdi composta da Benedetto Carulli, abile clarinettista e maestro attivo nell’800, famoso per essere stato il primo a trascrivere riduzioni di opere liriche per clarinetto e pianoforte.
Tinelli si misura in modo magistrale con il virtuosismo e con la cantabilità che caratterizzano questa felice trascrizione. Menzione d’onore anche per il pianista Mazzoccante, il quale ha saputo rimpiazzare l’organico orchestrale originale con una potenza espressiva non indifferente.
È ancora Verdi il protagonista del pezzo successivo. L’autore, il marchigiano Michele Mangani, ha tracciato nella sua fantasia “Verdiana” un viaggio all’interno delle note del “Cigno di Busseto”: tra i tremoli di Rigoletto, la straziante melodia portante della Traviata e le marce di Aida il clarinetto fa sentire la sua superba voce accompagnando, con un controllo equilibrato della dinamica e dell’esecuzione veloce di arpeggi e scale, l’ascoltatore in questo intenso itinerario operistico.
Il pianoforte, da parte sua, non si accontenta di fare solo il basso accompagnatore e, per questo motivo, prorompe di volta in volta con le sue battute che dialogano vivacemente con lo strumento solista.
Al pubblico non serve nessuna pausa per affrontare la seconda parte del concerto, tanto è dinamico il ritmo suggerito dalla musica. Il duo inoltre intrattiene gli stessi spettatori traghettando il focus della serata dall’opera italiana alle musiche popolari dell’ungherese Béla Kovács, autore vivente ed ex primo clarinetto dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Budapest e dell’Orchestra Filarmonica della stessa capitale. La prima composizione, “Sholem – Alekhem”, appartiene al genere klezmer, la tradizionale musica popolare degli Ebrei europei che mischia le proprie scale tradizionali con quelle delle popolazioni dell’Europa dell’Est.
Pianto e riso: questi sono gli ingredienti della musica klezmer e in questo il clarinetto di Tinelli sembra quasi diventare una voce umana tanto è espressiva la musica che emette.
Il pubblico applaude entusiasta e qualche curioso ascoltatore del contiguo Ghetto ebraico, catturato dal repertorio insolito, origlia da lontano le prodezze degli effetti ottenuti dal clarinettista e dal suo valido accompagnatore.

Segue una rivisitazione del brano popolare “il Carnevale di Venezia”, ad opera dello stesso autore ungherese, reinventato in diverse chiavi, dal jazz al tango.
Il pubblico divertito ascolta e ridacchia mentre i due strumentisti si provano in questa musica che diventa quasi un simpatico sketch musicale.
A chiusura del programma viene presentata la trascrizione della celebre “Rhapsody in Blue” di George Gershwin. Il glissando più famoso scritto per clarinetto introduce questa sprizzante pagina novecentesca in cui momenti dominati da ritmi “urbani” si alternano a momenti di alto lirismo cantabile. Clarinetto e pianoforte si scambiano spesso i ruoli e danno vita ad un’esecuzione vivace e spigliata alla quale non possono non seguire un primo bis operistico dalla Tosca di Puccini, un secondo bis sempre gershwiniano e infine un ultimo encore di un Paganini jazzato che chiude con brio un concerto più che riuscito.

                                                                                                                                                                              Matteo Macinanti

 

16 Agosto, pianoforte, Mozart, Beethoven e Brahms/Rimantas Vingras

L’Urbe comincia a farsi meno torrida e ci permette di godere di serate temperate allietate da una leggera brezza. A rendere splendido questo clima vengono in nostro soccorso i Concerti del Tempietto, trasferiti ora nella magica cornice del Teatro di Marcello; qui la Roma imperiale ogni sera incontra la musica d’arte.  L’artista che si è esibito è il pianista lituano Rimantas Vingras: diplomatosi al Conservatorio di Mosca nel 1996, ha proseguito i suoi studi negli Stati Uniti e ha partecipato a numerosi festival in tutta Europa, di sua creazione è il Festival musicale baltico che si è tenuto a Londra nel 2016.

Il programma della serata aveva una parola chiave: fantasia. La fantasia è una forma musicale, che come dice il nome, non si lega a un modello ben preciso ma nasce dall’improvvisazione dell’autore e dalla libera creazione.  Forma che nasce alla fine del Rinascimento e pone temi in libertà nel brano; sarà poi Bach a conferirle una maggiore dignità musicale, che poi manterrà, con la sua Partita per clavicembalo.

La prima composizione è la “Fantasia KV475”, la più ampia tra le fantasie mozartiane. E’ ben nota la capacità di improvvisatore del giovane Wolfgang, l’approccio al fortepiano fu fondamentale da questo punto di vista. Mozart attraverso il fortepiano, che amò sin da subito, poté sperimentare una nuova gamma dinamica di suoni sulla tastiera che lo portarono a una ricerca sperimentale. Questa fantasia è l’unica completa delle tre del catalogo mozartiano, il che le lega maggiormente all’improvvisazione facendo pensare che furono scritte come appunti di libere esecuzioni più lunghe. Siamo in un Adagio caratterizzato da scale cromatiche che ci portano verso un tema arioso in Re maggiore, breve stasi di calma prima di un Allegro in Do minore agitatissimo che si placa in un Andantino dove permane un senso di inquietudine. Un ultimo e velocissimo Allegro prelude al ritorno del primo disegno che aveva aperto il brano che si conclude ad anello. L’esecuzione di Vingras è stata mirabile e ha saputo cogliere, attraverso il tocco e la resa dei fraseggi, il carattere scuro di questa composizione dove si sente la fine ormai imminente del Classicismo.

Il secondo brano è la “Sonata op. 27 n. 1 quasi una fantasia” di Beethoven. Questo brano, pur essendo una sonata, porta il sottotitolo di “quasi una fantasia” poiché è stata composta nel periodo in cui Beethoven cominciò a volersi svincolare dalle forme preesistenti e creare in maniera innovativa, specialmente nelle sonate. Il sottotitolo evidenzia il carattere compositivo e il modo in cui vengono inseriti i temi in questo lavoro. Il primo movimento è un tema con variazioni in cui sono inseriti due intermezzi, segue poi uno Scherzo bizzarro e caratterizzato dall’essere sfuggente. Il terzo movimento è placido e ricco di abbellimenti, nella visione d’insieme risulta come un’introduzione al grande finale in forma Sonata. La forma che solitamente apriva le sonate nei loro primi movimenti viene qui posta alla fine da Beethoven, che ci porta indietro nel tempo con una costruzione dei fraseggi e dei movimenti delle mani quasi barocchi. Questo rinnovamento attraverso il passato sarà poi una costante che accompagnerà Beethoven con la tastiera in futuro.  La bellissima interpretazione di questo brano da parte del maestro Vingras è chiaro sintomo dell’affinità con questo autore sia dal punto di vista tecnico che musicale, una sonata affatto facile che porta l’esecutore a doversi scontrare con stili molto distanti fra loro presentati in una maniera musicalmente innovativa.

A concludere la serata sono arrivate le Fantasie dall’opera 116 di Brahms. Questo titolo che accomuna i sette brani dell’opera crea un chiaro legame con gli otto “Kreisleriana” di Schumann, che avevano fantasia per sottotitolo. Brahms qui non ricerca aspetti narrativi come Schumann, compone il primo e l’ultimo pezzo in tonalità di Re minore, e vi si può trovare una sorta di ordine dell’opera con il secondo e il terzo pezzo che sono rispettivamente nelle tonalità di La e Sol minore. Per il resto gli altri tre Intermezzi sono un corpo a sé stante e non vanno a creare una struttura generale chiara come i “Kreisleriana”. In queste opere vediamo una scelta di tempo che porta a un’iniziale alternanza di Allegro e Adagio nei primi brani, mentre poi troviamo tre tempi lenti vicini, Brahms compone così 4 pezzi lenti e 3 veloci, negli Adagi vi sono vette di lirismo e introspezione altissime. Nello stile, marcatamente nel secondo e terzo Intermezzo, si sente una maturità nel Romanticismo che, come nel Classicismo sopracitato di Mozart, va verso una decadenza che si percepisce e si annuncia come inevitabile. Rimantas Vingras qui è riuscito a far esplodere il dinamismo di questi pezzi esaltando sia la burrasca degli allegri che la dolcezza e l’introspezione dei tempi placidi, anche qui attraverso una sapiente tecnica e un gusto mirabili.

Il maestro alla fine del programma ha poi concesso due bis incitato dal pubblico tra cui uno di Skrjabin, un preludio che ci riporta verso la sua terra d’origine, frutto del genio di un compositore che sente anch’esso l’ormai avvenuta morte del Romanticismo e mette in musica la tragedia.

                                                                                                                                                                                Lorenzo Papacci

5 Agosto, Recital di pianoforte, Chopin e Liszt/Jakub Dera

Ieri sera, l’usuale incontro fra Quinte Parallele e i Concerti del Tempietto è stata allietata, oltre che dalle bellissime musiche di Liszt e Chopin, da una sorpresa: infatti il concerto si è svolto ai piedi del Teatro Marcello, conferendo alla serata un’atmosfera suggestiva. Il pianista polacco Jakub Dera è stato capace di muoversi in territori spesso molto difficoltosi, senza mai darne l’impressione, in un percorso tracciato fra due “giganti” pianistici dell’800: Chopin e Liszt.

La prima parte del concerto è stata dedicata al compatriota di Jakub, iniziando proprio da uno dei suoi pezzi più famosi: con le atmosfere intime e sognanti del Notturno op.9 n. 2 ci introduce nel mondo di Fryderyk Chopin, sapendone rispettare il disegno melodico, con le sue numerose variazioni e abbellimenti, con leggerezza e disinvoltura, senza che la tecnica sovrasti il cuore anche drammatico e malinconico della composizione.

Si prosegue con la polacca in La maggiore op. 40 n. 1, ossia la “Militare”, che rispetta in pieno il tempo ternario e la divisione del tema in croma-due crome-quattro semicrome delle polacche. Un tema maestoso e trionfale, che fu usato ironicamente anche come colonna sonora del capolavoro “To be or not to be” di Ernst Lubitsch (1942).

Momento centrale della parte relativa a Chopin, e forse il più alto, è il Notturno op.27 n.1 in re bemolle, di cui l’esecutore rende il fascino “improvvisato” della composizione, risolvendo con eleganza le difficoltà legate alle due voci affidate alla mano destra, fra seste e terze che scorrono fluide senza esitazioni.

Si conclude la parte relativa a Chopin di nuovo con una Polacca, in una struttura ad incastro. Stavolta la tonalità in Fa diesis minore ci conduce sui sentieri più complessi e articolati rispetto alla precedente, ed è più difficile stavolta riconoscere i canoni della Polacca, in un’opera di più ardita concezione sperimentale, sempre caratterizzata da un tema maestoso, stavolta più drammatico e violento, dopo un introduzione sommessa e cupa. Forse il pezzo più impegnativo di questa prima parte, viene gestito da Dera con sicurezza e forza espressiva che riescono a rilanciare l’attenzione ad ogni passaggio.

Nella seconda parte del concerto vediamo protagonista il “rivale” per eccellenza di Chopin, Franz Liszt. Ci troviamo nella piena concezione della soggettività totale dell’artista romantico, nelle raccolte per piano conosciute sotto il nome “Années de pèlerinage”, suddivise in seguito in tre parti, che dovevano esprimere le sensazioni e le impressioni dei viaggi che Liszt compì durante la sua relazione scandalosa con la contessa Marie d’Agoult. Si tratta di pagine che cercano di rispecchiare le emozioni scaturite in pari modo dall’entusiasmo per la natura e quello per la cultura, in un contesto di continua scoperta che vuole echeggiare il “bildungsroman” di Goethe, inserendosi perciò in un piano che dal musicale scivola sul letterario. Infatti, in esergo all’inizio di ogni brano, vengono inserite citazioni di autori come Byron e Schiller. La raccolta presa in considerazione dall’interprete è quella relativa al soggiorno in Svizzera, della quale vengono scelti tre brani, perciò si comincia subito con l’eroe nazionale, in “Chapelle de Guillaume Tell”, in cui il racconto si alterna fra una dimensione solenne e una più intima.

Si passa a un brano che ci culla in una narrazione placida e rilassata, “Au lac de Wallenstadt”, in cui il costante fluire delle onde viene reso da un disegno ricorrente di salita e discesa realizzato con delicatezza dalla mano sinistra, mentre la destra dipinge un tessuto melodico incerto nella sua fragilità, in cui le note si susseguono con lenta regolarità come gocce d’acqua. Dalla calma del lago veniamo interrotti da una tempesta, in un pezzo pianistico di grande virtuosismo, “Orage”, introdotto da un attacco brusco a cui segue una cavalcata di veloci arpeggi e ottave che guidano il pezzo fra cromatismi continui che lasciano minore spazio alla melodia, per poi concludersi repentinamente su due accordi bruschi e decisi.

L’ultimo pezzo della serata è uno dei più significativi della raccolta, e di tutto il repertorio pianistico di Liszt. “La vallée d’Obermann”, infatti, è ispirata dal romanzo “Obermann” di Etienne de Sènancour, che insieme a “René” di Chateaubriand analizzava la difficoltà dell’uomo romantico nel rapportarsi con la Storia, l’inadeguatezza nei confronti della società e il rapporto con la natura. Il brano è caratterizzato da un tema mesto e dal lento incedere, ancora più insicuro in quanto espresso dalla mano sinistra, mentre l’accompagnamento è relegato alla destra. In tutto il brano ascoltiamo le aspirazioni verso l’alto delle melodie sapientemente intrecciate da Liszt, che vengono quasi subito negate e ridimensionate, fino a un finale energico, che sembrerebbe voler affermare una sorta di rivalsa personale, per poi concludersi di nuovo con un accordo incerto, che ci lascia in preda ai dubbi.

Il pianista concede due bis, ossia le prime due Mazurke op.24 di Chopin, per concludere in leggerezza una serata che ha richiesto molta attenzione agli spettatori, ma che li ha ripagati con alcune pagine molto belle e di grande coinvolgimento emotivo.

Enrico Truffi

29 luglio, recital di pianoforte, Scarlatti, Mozart, Giordano, Brahms Ginastera/Daniela Giordano

“Tre cose sono necessarie per un buon esecutore: la testa, il cuore e le dita.” La giovane pianista Daniela Giordano dà prova di tenere ben presente questa massima mozartiana nel suo riuscitissimo recital di ieri sera ai Concerti del Tempietto, realtà che continua a sorprendere piacevolmente il suo pubblico. Il programma, vasto e variopinto, consente agli spettatori di muoversi fra le epoche e gli stili in un discorso stimolante e articolato, capace di tenere desta l’attenzione per tutta la durata dell’esecuzione.

Si comincia all’insegna di una vivacità espressiva decisamente benvenuta, soprattutto quando si tratta di un autore così complesso come Scarlatti. Il vastissimo repertorio sonatistico del compositore napoletano rappresenta una sfida per un esecutore odierno, che deve rendere alla perfezione il dialogo fra i vari temi, i vari “personaggi”, come la pianista stessa li definisce, senza tradire la natura cembalistica delle Sonate. Vengono scelti tre brani, la Sonata il La minore K3, in Mi minore K198 e infine in Sol Maggiore K125, molto brevi eppure intensamente comunicativi, che l’esecutrice affronta con convinzione e intelligenza, ben predisponendo l’ascoltatore per il seguito.

Per proseguire viene eseguita una sonata di Mozart (Fa Maggiore K332), scelta sempre gradita per questi concerti, perché riesce a veicolare sia una leggerezza apprezzabile in una serata afosa come quella di ieri, sia delle complessità e problematicità nascoste, che emergono con forza negli sviluppi dell’Allegro, oppure con appena un accenno di malinconia nelle rapide incursioni in minore di un bellissimo Adagio. Anche in questo caso viene privilegiata la cantabilità dei temi, l’espressività della frase musicale, con un’attenzione lodevole però alla precisione e al rigore mozartiano nella gestione dei tempi e delle dinamiche.

La seconda parte del concerto comincia con un autore associato generalmente al suo contributo operistico, di cui ricorre il 150° anniversario, e di cui la pianista condivide il cognome e la città natale. In questi pezzi generalmente poco noti, Umberto Giordano sfrutta la sua naturale capacità di comporre melodie piacevoli e leggere, e il pubblico può così apprezzare un intermezzo gradevole a ritmi di Valzer, oppure la leggera ironia dello Scherzo “Gerbes de feu”, e conoscere qualcosa di un repertorio meno frequentato ma comunque valido.

Dopo la freschezza dell’autore foggiano si passa ad un pezzo tecnicamente molto impegnativo, e ad un’altra forma pianistica: il tema con Variazioni. Vengono scelte Le Variazioni sopra un tema di Paganini di Brahms, di cui viene eseguito il primo volume. Non è semplice passare da un tipo di tocco “mozartiano” alla forza e al virtuosismo delle variazioni di Brahms, soprattutto a questo punto del concerto, ma la Giordano riesce a esprimere questa necessità , padroneggiando anche i difficoltosi “glissando” della n. 13, riuscendo in tutto ciò a mantenere una chiarezza espositiva invidiabile. La pianista dimostra perciò di avere una conoscenza approfondita del pezzo, donandoci un’interpretazione appassionata e coinvolgente.

Si conclude felicemente di nuovo su territori esplorati meno frequentemente dai concertisti, le “Danzas Argentinas” di Ginastera rappresentano un’altra tappa interessante in un filone che all’inizio del Novecento affondava le sue radici nel folklore e nel “nazionalismo” musicale.

In maniera speculare all’inizio, sono di nuovo tre brani piuttosto brevi, di grande vivacità e mimesi compositiva. Il primo brano colpisce per la sua bitonalità insistita, con la mano sinistra che suona in re bemolle e la destra in do maggiore, e per il ritmo ternario incalzante. Il brano centrale, “La moza donosa” ossia “la donna avvenente” affascina con la sua alternanza di una melodia apparentemente semplice e trascinante, sporcata con dissonanze di quarta, e incursioni in territori più enigmatici, come sottolinea la curiosa conclusione su un accordo atonale sospeso nel vuoto. Anche l’ultimo pezzo non manca di sorprendere, con i suoi passaggi da danza violenta e dissonante a aperture verso ariose incursioni in maggiore, prima di una conclusione brusca e inaspettata.

La riuscita di questo concerto sta tutta nella generosità e disponibilità dell’interprete, che è riuscita a esprimere al meglio una varietà incredibile di toni e colori, come se si trattasse di una “composta di frutta”, come lei stessa ha sottolineato. Da lodare anche la contestualizzazione data dall’interprete ai brani, che ha fornito brevi ma eloquenti spiegazioni dei brani, che hanno aiutato il pubblico nel viaggio fra i vari paesaggi sonori, senza mai dargli l’impressione di un repertorio dettato dalla casualità o dalla necessità. Il Notturno op. 9 n. 2 di Chopin ci accompagna come bis di questo concerto brillante e leggero, e ci prepara per il passaggio all’interno del Teatro Marcello che avverrà nei prossimi concerti.

Enrico Truffi

24 luglio, pianoforte, Beethoven, Chopin e Brahms/Alessandro Romagnoli

Nella serata del 24 Luglio in Piazza Campitelli a Roma, si è ricreata un’atmosfera da nobile salotto romantico grazie ai concerti del Tempietto; nella torrida serata estiva un placido vento e la musica, hanno allietato gli avventori che, immersi tra la storia del centro dell’Urbe, si sono deliziati di un magnifico concerto.  Alessandro Romagnoli, giovane pianista diplomatosi al Conservatorio di S.Cecilia col massimo dei voti, si è esibito in un recital con un programma completamente legato al Romanticismo, dove all’abilità tecnica si sposa il debordante sentimento che esce fuori dai tasti del pianoforte.

Il primo brano della serata è uno dei grandi classici del repertorio beethoveniano: la ”Sonata n. 21 per pianoforte”, la cosiddetta “Waldstein”, chiamata così per il suo dedicatario. Questa sonata, composta tra il 1803 e il 1804 da un Beethoven che aveva appena superato i 30 anni, è il simbolo della nuova maniera creativa che segna la seconda produzione beethoveniana. Qui l’ispirazione diventa motrice di tutto e si lega splendidamente al virtuosismo romantico. L’esecuzione di Romagnoli è stata tesa ad esaltare l’aspetto virtuosistico del pezzo, ma senza mai dimenticare quei portamenti, od oscurare quei fraseggi, che fanno di questo pezzo uno degli apici del genio di Bonn.

Si è poi passati attraverso il programma, nelle elegantissime sale parigine, dove uno Chopin ormai maturo componeva la sua “Barcarola op.60”: questa forma era in origine un’aria vocale che Chopin rivisita in forma pianistica arricchendola con una melodia che ricorda molto quelle dei suoi magnifici notturni, ma questa viene qui accompagnata non dai classici arpeggi che prendono larga parte della tastiera, ma da un accompagnamento che “culla” le orecchie degli ascoltatori come in gondola. Quest’opera è sicuramente uno dei massimi esempi dell’ equilibrio misurato che segnano la musica del polacco, un sentimento che emerge vivo in una perfezione formale e simmetrica.  La scelta di questo brano da parte dell’esecutore segna una profondità interpretativa che è conditio sine qua non per l’esecuzione di questo brano, nella cui melodia cantabile risalta tutto l’aspetto intimistico della musica di Chopin che ha estasiato il pubblico.

Romagnoli ha suonato poi i tre notturni dell’opera 15 di Chopin, tra le pagine più belle di questo autore. Composti tra il 1830 e il 1831, questi notturni sono centrali nella produzione di questo autore; ascoltare queste composizioni ispirate alla notte, sotto un cielo stellato e accanto a un selciato solcato da imperatori e artisti che negli stessi anni di Chopin venivano in Italia è un privilegio. Il primo notturno si apre con una melodia magnifica, sospesa, altissima con un tappeto di terzine che la sostiene, poi Chopin modifica il viaggio dell’ascoltatore, la melodia si fa dirompente e infuocata, con le sue parole possiamo dire che qui il polacco “scaglia fulmini sulla tastiera”, torna poi la quiete apollinea col ritorno della prima sezione che arriva a placare l’incendio divampato, la resa dinamica di Romagnoli è stata sapiente nel far risaltare questi contrasti.  Anche il secondo notturno è segnato da un vivo cambio di atmosfera tra la prima e la seconda parte: qui Chopin apre il brano con un tema placido e riccamente ornamentato, la melodia poi accelera e prende vigore e torna la prima sezione con nuovi ornamenti e una serie di arpeggi conclusivi. Il terzo notturno di questa serie è invece bipartito e già questo segna una sua unicità rispetto al resto di questo tipo di composizioni: la partenza è un canto popolare di origine ucraina che probabilmente sarà stato anche un retaggio dell’infanzia del compositore, questo canto si fa via via più acceso e ci trasporta nella seconda sezione che è segnata da una progressione di accordi dall’andamento coraleggiante, qui Chopin scrive addirittura l’annotazione “religioso”. L’interpretazione di questi tre notturni da parte di Romagnoli è risultata davvero viva e carica di pathos, elemento di cui la musica del polacco vive.

L’ultima parte della serata è stata segnata dall’ultima produzione pianistica di Brahms: le fantasie dall’opera 116. Dopo dodici anni di silenzio Brahms rimette mano alla produzione pianistica ed escono fuori le “Fantasie op. 116” e gli “Intermezzi op.117”. Questi pezzi, in una forma che solitamente lascia una certa libertà al compositore, sono segnati da atmosfere profondamente introspettive e con una certa dose di malinconia, si percepisce che Brahms sente di essere al termine del suo percorso artistico, Clara Schumann rimase profondamente colpita da queste sue composizioni.

Al termine di questo magnifico programma, Romagnoli ha concesso uno splendido bis: la Rapsodia ungherese n.12 di Liszt. Questo brano, come è caratteristica peculiare dello stile di questo autore, mescola la musica popolare con un’altissima dose di virtuosismo, un brano fortemente complesso sia dal punto di vista tecnico formale che da quello interpretativo, con un tema iniziale che torna sempre come idea di fondo o come ossessione. La sua scelta è prova della grande preparazione di questo giovane artista che ha saputo regalare questi fiori musicali tra i più belli del Romanticismo.

Lorenzo Papacci

23 luglio, pianoforte, Brahms, Chopin e Prokofiev/ Allegra Ciancio

Per la settima data dei concerti del Tempietto si torna al recital pianistico. Protagonista dell’esibizione del 23 luglio è Allegra Ciancio, giovane pianista diplomata con il massimo dei voti al Conservatorio Bellini di Catania. Il programma scelto dalla Ciancio raccoglie assieme composizioni molto distanti tra loro, giustapposte in maniera tanto audace quanto originale: il programma del concerto è inaugurato dalla Sonata in Do Maggiore di Brahms, seguita dalla leggendaria Ballade n.1 di Frederic Chopin, uno dei cavalli di battaglia della giovane virtuosa.
A terminare il programma un brano di grande impegno virtuosistico che ci porta nel novecento, ma stavolta in Russia: si tratta della Sonata op. 14 in re minore di Sergei Prokofiev, a cui ha fatto seguito come bis un altro Chopin, lo studio op.25 n.5.

La Sonata in do maggiore è la prima opera del catalogo di Brahms, e fa parte dell’esiguo corpus sonatistico del maestro amburghese che spesso viene messo in ombra da brani più celebri come le 4 ballate o l’opera 116. Storicamente però le Sonate, in particolare le prime due, furono i primi brani a portare a Brahms la notorietà e la fama di cui tuttora gode: Schumann, tra i primi ad ascoltarne l’esecuzione, rimase talmente impressionato da definirle delle sinfonie in miniatura. E della sinfonia questa sonata ha la stessa struttura in quattro tempi. Il primo tempo, un Allegro in Do Maggiore, presenta delle citazioni beethoveniane, mentre il secondo Andante è un tema con variazioni sui motivi della canzone Verstohlen geht der Mond auf. L’esecuzione di Allegra Ciancio, pur con qualche incertezza nei passaggi più impegnativi del brano  riesce chiaramente a mettere in luce l’ascendente che Beethoven esercitava sul giovanissimo Brahms, ma al tempo stesso prelude allo sviluppo futuro della musica del severo maestro tedesco.

La Ballata n.1 di Chopin è uno dei grandi capisaldi del repertorio pianistico, con incisioni di riferimento dei grandi come Arturo Benedetti Michelangeli. La Ballata è costruita su due temi contrastanti che si alternano nel corso del brano alternando un umore più elegiaco ad uno più energico e quasi beethoveniano. La pianista, prediligendo il repertorio romantico, non ha avuto problemi nell’affrontare un brano che è nel suo repertorio da numerosi anni: le scelte stilistiche sono sempre ben calcolate, studiate da chi ha una confidenza enorme con lo spartito maturata in lunghi anni di studio.

A concludere il programma è la sonata op. 14 di Prokofiev, un’opera dalla genesi complicata. Nata da alcuni materiali che il giovanissimo Prokofiev aveva abbozzato negli anni della formazione, l’op.14 conobbe la sua forma attuale solo nel 1913. Come l’op.1 Brahmsiana presenta una struttura in quattro movimenti, in cui brillano momenti incalzanti con ritmi irregolari e frequenti cambi di tempo. La scelta di Allegra Ciancio per un’interpretazione incalzante ma misurata si è rivelata perfettamente in linea con la natura del brano, a tratti nervoso a tratti elegiaco come nella tradizione del Prokofiev che sarebbe maturato negli anni successivi. Particolarmente ben riusciti sono stati il primo e l’ultimo movimento, pur nella loro apparente natura contrastante, che sintetizzano bene un approccio deciso ad un brano di grande difficoltà esecutiva. Il bis chopiniano, tratto dalla raccolta di studi op.25, è quasi una liberazione e un ritorno ai territori romantici più apprezzati, e viene eseguito con una leggerezza invidiabile.

Filippo Simonelli

20 luglio, clarinetto e pianoforte, Fantasie dai temi d’opera e repertorio napoletano / Pellecchia, Vendemmia

Per arrivare a Piazza Campitelli, per chi viene dal Teatro Marcello, si passa per la piccola via Montanara. Per coloro che abbiano avuto a che fare con la città di Napoli, il nome non può non riecheggiare la tipica pizza fritta che, in quanto a bontà, fa concorrenza alla pizza vera e propria. Chi poi, ieri sera, si è spinto oltre questa via, dirigendosi verso il Chiostro di Campitelli, ha avuto modo di fare un salto musicale nella città partenopea: è qui infatti che ha avuto luogo il concerto della stagione estiva del Tempietto, il quale, attraverso le note del clarinettista Piero Pellecchia, accompagnato dalla pianista Rossella Vendemmia, ha presentato al pubblico un programma all’insegna della “italianità”.
Il programma, diviso in due parti, è stato incentrato, per la prima metà, sulle trascrizioni e sulle fantasie tratte da alcune delle opere nostrane più celebri: Trovatore, Norma, Barbiere di Siviglia.
Insomma, con il trio Verdi-Bellini-Rossini, i due musicisti hanno offerto una prova di virtuosità, ma allo stesso tempo di cantabilità, che il pubblico ha saputo apprezzare calorosamente.
Attraverso queste pennellate operistiche, il clarinetto del M°Pellecchia si è mostrato all’altezza del repertorio; quest’ultimo è stato interpretato con il brio che viene richiesto da questi capolavori italiani, anche grazie all’ausilio dei tasti del M°Vendemmia.
Se il clarinetto, strumento ottocentesco par excellence, possiede la capacità incredibile di giocare sui colori dei suoni, è altresì rinomata la sua poliedricità per quello che riguarda il repertorio.
È così che lo zoom musicale si restringe sulla città di Napoli, città dove entrambi i maestri hanno compiuto i loro studi musicali diplomandosi presso il Conservatorio San Pietro a Majella.
Il ritmo della tipica tarantella partenopea si impadronisce così della serata, invadendo in modo gioioso e frizzante la seconda parte del programma del concerto, attraverso un repertorio incentrato sul capoluogo campano.
L’ascoltatore, infatti, ha potuto compiere un viaggio immaginario per le vie e i vicoli napoletani imbattendosi nella “Canzone popolare napoletana con tarantella” di Ernesto Cavallini, passando per il divertimento “Tenet nunc Partenope” (verso preso dall’epitaffio della tomba del poeta Virgilio), e arrivando alla “Partenopea” del, senza dubbio, compositore napoletano S. Napolitano.
I ritmi e le scale proprie della tradizione della capitale della pizza hanno così rimbalzato tra i muri del Chiostro, spandendo nell’aria un movimento e una vitalità invero irresistibili.
Chiude la serata un pot-pourri  in cui le più belle melodie tratte dai film di Nino Rota si sono mescolate e hanno dialogato in un gioco musicale davvero affascinante e coinvolgente.
Anche qui l’intesa tra i due musicisti appare evidente e assicura la buona riuscita di questo pezzo di virtuosismo.
Ma il pubblico, non ancora del tutto pago, ha richiesto anche il bis che ha mostrato un’ulteriore volta la doppia anima del clarinetto: la cantabilità melodica e il virtuosismo brillante.

                                                                                                                                           Matteo Macinanti

 

16 luglio, recital di pianoforte, Chopin, Schumann, Liszt e Skrjabin / Marek Szlezer

Un leggero vento, quello che i Romani chiamano affettuosamente Ponentino, è venuto ieri sera a mitigare l’afa di questo torrido luglio capitolino e ad offrire un lieve quanto piacevole bordone alla serata musicale della Stagione dei Concerti del Tempietto.
Lo scenario raccolto e intimo del Chiostro di Campitelli, sotto l’ombra del Teatro Marcello, ha fatto da sfondo al recital di pianoforte tenuto dal pianista polacco, già veterano del Tempietto, Marek Szlezer.
Un repertorio che attraversa in ordine cronologico il XIX secolo, il più fortunato per la letteratura pianistica, attraverso alcuni dei più celebri poeti del pianoforte.

Il primo pezzo in programma è un vero pilastro dell’800, inderogabile per quanti decidano di cimentarsi nello studio dello strumento solistico per eccellenza: composta tra il 1835 e il 1836 da un venticinquenne Fryderyk Chopin, la Ballata n.1 in Sol minore op.23 è una delle tante perle prodotte nei primi anni della permanenza parigina del pianista polacco.
Certamente tra i pezzi preferiti dello stesso compositore, la Ballata n.1 ricevette un’ottima accoglienza anche dallo stesso Robert Schumann, il quale riconobbe il genio che stava alla base di questa pagina.
Il linguaggio innovativo con il quale viene costruita questa composizione appare evidente già dalle primissime battute: una domanda esposta in una tonalità slegata dal quella d’impianto prelude all’esposizione dei due gruppi tematici che compongono la prima delle quattro Ballate chopiniane.
Il pubblico del Tempietto, attraverso le mani di Szlezer, ha avuto modo di ascoltare uno
Chopin che parla polacco: il tocco delicato e raffinato, soprattutto nel registro alto, prorompe talvolta in momenti di forte intensità, caratterizzati da un’interpretazione accesa e ricca di pathos.

A questa Ballata, cui fanno da contrappunto i garriti dei gabbiani che sorvolano il cielo di Roma, segue un altro pezzo indispensabile del bagaglio dei pianisti: il Carnevale di Vienna di Robert Schumann.
Articolata in cinque movimenti, questa grosse romantische Sonate alterna “quadri fantastici” imperniati su temi brillanti ed euforici, ad altri caratterizzati da un sentimento più intimo, raccolto e spesso mesto.
La doppia personalità di questa pagina pianistica viene interpretata in modo rimarchevole dal pianista trentaseienne, il quale riesce a far “cambiare voce” al suo strumento anche in modo repentino, pronunciando in modo maturo la polifonia interna propria del linguaggio schumanniano.

Nel frattempo la luce incomincia a trascolorare e, durante la pausa, i gabbiani vengono rimpiazzati da alcuni pipistrelli serotini che assistono dall’alto alla seconda parte di questa piacevole serata.

La Ballata n.2 di Liszt, composta nel 1853 a Weimar, si apre con un fermento cromatico dal quale traspare in filigrana l’idea melodica portante del brano.
Il virtuosismo che caratterizza questa pagina viene dominato egregiamente da Szlezer: il pianista di Cracovia riesce ad equilibrare i momenti appassionati con quelli più lirici, calibrando abilmente le dinamiche differenti per ambo le mani.
Chiude il recital un brano non meno ardito come la Sonata n. 2 in Sol diesis minore op. 19 di Aleksandr Skrjabin.
Esempio lodevole della produzione giovanile del compositore russo, la Sonate-fantaisie è per certi versi una composizione già matura: la forma quadripartita tipica della Sonata viene abbandonata per lasciare lo spazio ad una struttura più slanciata, costruita su due soli movimenti.
Szlezer dona al pubblico un’interpretazione basata su una lettura profonda e corposa del materiale sonoro, capace di sottolineare con perizia i passaggi più tensivi di questa piccola perla del repertorio tardo ottocentesco.

Con il bis, caldamente voluto dal pubblico, il protagonista di questo recital chiude sulle note del conterraneo Chopin una serata all’insegna della grande musica pianistica.

Matteo Macinanti

 

14 luglio, recital di pianoforte, Mozart, Hummel, Liszt e Prokofiev, Marco Clavorà Braulin

Alla terza data di incontro fra Quinte Parallele e il Tempietto, questa realtà musicale si conferma come uno degli appuntamenti da non perdere dell’estate romana, soprattutto se siete amanti di musica da camera.La serata ha visto protagonista il giovane Marco Clavorà Braulin, (classe 1993, diplomato a Santa Cecilia a Roma e vincitore di numerosi concorsi pianistici in tutta Italia), che si è cimentato con un programma piuttosto impegnativo, e ha dato il massimo di sé dimostrando un talento già molto consapevole e maturo, e una generosità esecutiva apprezzata appieno da un pubblico entusiasta.

Si comincia con la sonata k310 di Wolfgang Amadeus Mozart, l’unica insieme alla k457 ad essere stata scritta in tonalità minore, generalmente considerata fra le migliori del compositore austriaco. La tonalità minore infatti permette di veicolare una tensione drammatica, sottolineata da un andatura incalzante da marcia nel primo tempo, che ha avuto senz’altro fortuna nella rivalutazione di Mozart come autore pre-romantico (anche se forse affrettata). Il picco è senz’altro rappresentato dall’Andante, che dietro un tema delicato come al solito accompagnato da basso albertino nasconde un clima più minaccioso e tragico nello sviluppo, breve ma intenso, che si ristabilisce nella ripresa del tema. Il Presto, nel suo andamento vagamente sincopato, sembra quasi anticipare il terzo tempo della k457, ma si sviluppa su un modulo ritmico ben preciso distribuito alternativamente alla mano destra e alla mano sinistra, testimonianza della consapevolezza che Mozart iniziava ad avere delle potenzialità espressive dello strumento. Per approcciare questi brani è richiesta leggerezza, precisione del tocco e scioltezza delle dita, e per iniziare un concerto non è sempre facile, ma tolte alcune incertezze nel primo tempo, Braulin ha dimostrato di saper padroneggiare le agilità mozartiane con grazia e grande sapienza musicale.

A spezzare il discorso, viene inserito un brano di Johann Nepomuk Hummel, compositore slovacco che fu allievo dello stesso Mozart in giovane età di cui è stato eseguito un Adagio dai 24 studi op. 125, e si rivela un ottima scelta anche come trait d’union con il brano seguente.

Le trascrizioni di Liszt per pianoforte possono essere un incubo anche per esecutori esperti, e questa in particolare, tratta dall’Overture del Tannhauser di Wagner, non fa eccezione, contenendo pagine di notevole difficoltà; è proprio in questo brano, però, che il talento di Braulin viene messo in risalto maggiormente, grazie anche a una formazione spesso incentrata sull’autore ungherese, di cui dimostra di saper rendere il virtuosismo sfrenato in una cavalcata pianistica di 15 minuti, senza un attimo di calo.

A chiudere il cerchio abbiamo un’altra sonata, stavolta di Prokofiev, la n.7 op 83, che fa parte insieme alla 6 e alla 8 del trittico delle “Sonate di guerra”. Sonata dai toni aggressivi e dissonanti, ha un andamento iniziale quasi scherzoso, che si evolve in atmosfere più tese e circospette nello sviluppo. Anche qui l’andante ha caratteristiche apparentemente più morbide, che si manifestano in un tema lento e quasi dolce, nonostante i numerosi cromatismi, salvo poi riconfermare le atmosfere del primo tempo, con accordi cupi che ricordano suoni di campane funebri. Il terzo tempo, “Precipitato” dà di nuovo occasione a Braulin di sfoggiare la sua ottima tecnica e la sua energia, nel pezzo forse più celebre della Sonata, caratterizzato da ribattute ossessive e atmosfere quasi jazzistiche in 7/8, e nota per la sua grande difficoltà esecutiva, nonostante la brevità.

Accolto da convinti applausi, il giovane esecutore concede un bis all’altezza, eseguendo alcune delle Variazioni su un tema di Paganini di Brahms.

Enrico Truffi

10 luglio, recital di pianoforte, Scarlatti Schubert e Liszt, Ingrid Carbone

Una serata in balìa della passione della musica: la serata del 10 luglio dei concerti del Tempietto è stata un’esperienza completa, dove la potenza del programma musicale si è esplicata in tutta la sua portata grazie ad una esecutrice di rara capacità: Ingrid Carbone. L’artista non ha solamente eseguito degli spartiti, ma è riuscita svuotarsi del suo ego per riempirsi della passione e del trasporto contenuti nella pagine di Schubert e Liszt, per poi riversarlo su degli ascoltatori incantati. Anche l’ambiente raccolto e poetico del Tempietto hanno permesso alla pianista di instaurare un rapporto intimo e autentico con il pubblico, il quale ha percepito fisicamente tutta la potenza emotiva che la musica è riuscita ad esprimere. Il programma è stato incentrato su due autori romantici, cioè Schubert e Liszt con una prima parte su Scarlatti. L’accostamento di questo autore del primo settecento con il pianismo romantico trova una filo chiave di lettura nell’importanza che hanno avuto le sonate di Scarlatti per l’evoluzione della tecnica pianistica che avrà il massimo picco proprio in autori come Schubert e Liszt. In queste sonate troviamo infatti una arditezza armonica e tecnica molto all’avanguardia per l’epoca. Infatti ad esempio le figure disegnate dagli arpeggi, le mani che si incrociano suonando, l’uso delle ottave e delle note ribattute sono tecniche che lasceranno il segno nella storia di questo strumento. Tutto questo lo possiamo vedere in pratica nella Sonata numero 141 dove Scarlatti usa tutte queste tecniche, creando delle armonie complesse e dissonanti, che preludono al tipo di scrittura musicale che incontriamo nella seconda parte del concerto.

Il concerto è proseguito infatti con due Improvvisi di Schubert. L’improvviso è una forma musicale che ha grande fortuna nel romanticismo perché è molto libera. In questo periodo il tema fondamentale dell’arte in generale è l’espressione della libera ispirazione del genio artistico, tramite il quale parla direttamente lo spirito, per cui ogni formalismo è vissuto come una rigidità e come una costrizione. In particolare gli improvvisi di Schubert sono fra i più famosi della storia del pianoforte per la loro estrema bellezza delle linee melodiche, molto cantabili e formalmente compiute. La loro struttura ricorda molto quella di un Lied, genere di cui Schubert fu forse il più grande compositore, perché la scrittura musicale tiene spesso distinta melodia e accompagnamento.

La seconda parte, dopo un breve intervallo, è stata interamente dedicata a Liszt. Come sempre di fronte alle opere pianistiche di questo autore ascoltiamo ad un uso del pianoforte che va oltre le classiche possibilità di questo strumento, perché la complessità della partitura creano suoni e armonie che superano i limiti imposti dallo strumento stesso. Tra i brani suonati troviamo Funerailles, un brano che Liszt scrisse per il fallimento della rivoluzione ungherese: peculiare di questo brano è infatti il clima cupo da marcia funebre. La linea melodica si colora poi di potenti slanci passionali che però non riescono mai a trovare una sorta di risoluzione o di realizzazine, ma ricadono su se stessi e si spengono, in una sorta di aspirazione negata, così come i moti rivoluzionari sono sorti ma non si sono compiuti.

La bravissima Carbone ha eseguito le parafrasi e trascrizioni da Verdi e Schubert. Le trascizioni di Liszt non sono una copia, una semplice trasposizione, ma la riproposizione del medesimo concetto secondo un altro stile e un’altra prospettiva. In questo modo il significato originale del pezzo si arricchisce di aspetti nuovi che derivano da linguaggio artistico in questo caso di Liszt. Nella parafrasi su Rigoletto la struttura del quartetto vocale di Verdi dà la possibilità a Liszt di usare tutto il registro del pianoforte e lasciare libero sfogo a figure musicali ardite e rigogliose. Nella trascrizione del Lied Erlkonig la voce seducente dell’Elkonig è sottolineata da un accompagnamento e una armonizzazione più sognante e sensuale, mentre in Gretchen am Spinnrade la passionalità della melodia di Schubert si espande a diventare un fiume in piena di passioni espresse da grandi accordi e arpeggi suonati in fortissimo.

Infine la pianista ci ha concesso anche due bis, uno di Villa-Lobos e un altro pezzo di Liszt, che non hanno fatto altro che confermare la bellissima impressione fatta precedentemente di una esecutrice che non si è risparmiata per nulla e che ha riversato tutta la sua energia nell’esprimere quelle passioni travolgenti che animano la musica romantica.

In conclusione possiamo dire che il concerto del Tempietto lascia una impressione forte e bella, perché rimette al centro il contatto umano, il calore e il fascino della musica, cioè tutti quegli aspetti che troppo spesso mancano in quelle grandi sale da concerto in cui l’intimità e l’autenticità si disperdono tra la folla che tossisce e i telefoni che suonano.

Francesco Bianchi

7 luglio, violino e pianoforte: Beethoven, Wieniawski e Franck/ Giulio Menichelli, Giuseppe Giulio Di Lorenzo

La Sonata n. 5 op. 24 in Fa maggiore di Ludwig Van Beethoven (1770-1827) è stata pubblicata nel 1801 dedicata al conte Moritz von Fries. Il soprannome con cui oggi ne parliamo, ossia “La Primavera”, le è stato dato solo in fase di pubblicazione dall’editore viennese Mollo. Nonostante il soprannome non sia beethoveniano, ormai ad ascoltarla non possono non venire in mente immagini solari e, appunto, primaverili. Questi colorati pensieri sono di certo guidati dal carattere leggero e spiritoso con cui inizia la sonata.
Come inconfondibilmente è beethoveniana lo si evince dal perfetto equilibrio e, perché no, competizione tra le due parti, del pianoforte e del violino, ricche di particelle ritmiche e tecniche, ma anche di parti più distese e cantabili.
A suonarla per i presenti ieri sera, 7 luglio 2017, a due passi dal Teatro Marcello, sono stati Giulio Menichelli al violino e Giuseppe Giulio Di Lorenzo al pianoforte.
Prima di tutto un plauso va fatto a questi musicisti, che con serietà e dedizione si sono applicati per sostenere una serata di alto livello in una location meravigliosa per una stagione di concerti che ormai è conosciuta a quanti, appassionati di musica, trascorrono l’estate a Roma. E ora andiamo a vedere come è trascorsa la serata.
Un inamovibile Giulio Menichelli per un leggero e colorato inizio di sonata. Unici ed essenziali i suoi movimenti, articolate le dita della mano sinistra, sciolta la destra e una mimica facciale abbastanza eloquente.
Come spesso, molto spesso, succede in Beethoven momenti di luce si alternano a momenti di oscurità, senza quasi essere capaci a un certo momento di distinguerli, e della sonata eseguita ieri sera il II movimento è il più rappresentativo esempio di questa confusa quanto affascinante alternanza. Nello Scherzo ma soprattutto nell’ultimo movimento della sonata si è notato l’equilibrio tra Giulio Menichelli e Giuseppe Giulio Di Lorenzo, con quest’ultimo ben presente nelle battute in cui era protagonista, suonate con il giusto spirito, come detto prima, tra il chiaro e lo scuro, sia leggero e spensierato, sia totalmente immerso in un drammatico momento.
Dall’equilibrio perfetto di Beethoven siamo rapidamente passati a un totale virtuosismo, tipico del compositore polacco Henryk Wieniawski (1835-1880). Di questo compositore sono stati eseguiti due brani. Per prima è stata eseguita la sua Fantasia brillante sui temi del Faust di Gounod Op. 20, che fu composta da Wieniawski, intorno al 1865, contemporaneamente nelle due versioni, sia per violino e pianoforte che per violino e orchestra. Molto probabilmente “punto forte” della serata, insieme ai fuochi d’artificio del finale, per Giulio Menichelli, la Fantasia ben si addice al suo (suonerà strano, come, in effetti, ogni ossimoro suona) carattere pacatamente virtuosistico.
Prima del secondo pezzo di Wieniawski, che è stato lo Scherzo e Tarantella op. 16, scritto nel 1855, di nuovo siamo stati catapultati in un totale e profondissimo sogno melodico e cantabile, con buona dose di difficoltà tecnica e virtuosistica. Questo grazie alla Sonata in La Maggiore di César Franck (1822-1890). Questa sonata è uno dei primi esempi di sonata ciclica, costruzione musicale cioè in cui un tema, una melodia, o materiale tematico si ritrova a più riprese nei vari movimenti. Quattro distinti movimenti, insomma, per suonare coraggiosamente, in altrettanto distinte caratterizzazioni, note che riportano in realtà tutte ad una sola e nitida idea.
Piccola curiosità a riguardo, la Sonata in La Maggiore fu scritta da Franck in occasione del matrimonio del violinista Eugène Ysaÿe, che fu il primo ad eseguirla.
Si diceva fuochi d’artificio per il finale di concerto, Scherzo e Tarantella, in cui Wieniawski ha dato il meglio di sé in quanto a virtuosismo e tecnica, che Giulio Menichelli ha saputo affrontare durante l’esecuzione, sempre supportato da Giuseppe Giulio Di Lorenzo.
A caratterizzare il concerto è stata senza dubbio una decisa e ferma precisione ritmica, tecnica e di dinamiche.
Si chiude il tutto con ben due bis.
Come secondo di nuovo lo Scherzo della sonata di Beethoven, ma, come primo, un fuoriprogramma, Giulio Menichelli e Giuseppe Giulio Di Lorenzo ci hanno regalato per una splendida serata d’estate un sognante pezzo di “meditazione”, Méditation, dalla Thais di Jules Massenet (1842-1912).

Michela Marchiana

 

4 luglio, Sonate per viola: Brahms e Glinka/ Federico Stassi, Giuseppe Grippi

Le due sonate op. 120 furono scritte da un ormai stanco e malinconico Johannes Brahms , quasi in fin di vita. Furono scritte infatti nel 1894, pubblicate nell’anno seguente, e il compositore si sarebbe spento nel 1897.
Nel 1890 Brahms si era promesso che avrebbe lasciato la composizione, ma, dato il suo genio e la sua passione, questa promessa venne molto presto infranta. Nel 1891, a Meiningen, il compositore rimase estasiato da due esecuzioni che si trovò ad ascoltare, ossia il concerto n. 1 per clarinetto e orchestra di Carl Maria Von Weber e il Quintetto con clarinetto di Wolfgang Amadeus Mozart. Il clarinettista in questione era Richard Mühlfeld. Ebbene, Brahms ne fu talmente ammaliato che decise, tre anni più tardi, di dedicare a Mühlfeld e al suo stupendo strumento due sonate, le sonate op.120.
Ma perché scrivere riguardo a due sonate per clarinetto?
Perché le stesse sonate sono quelle che, per quanti fossero stati presenti, abbiamo avuto l’onore di ascoltare ieri sera, 4 luglio 2017.
Brahms amava il suono profondo del clarinetto e ugualmente quello caldo della viola, per questo motivo queste sonate (e non solo) sono state scritte contemporaneamente nelle due versioni, con delle lievi modifiche per sfruttare al meglio le caratteristiche dei due strumenti.
Accompagnati dal luogo magnifico e dalla dolcezza del vento della serata romana, ugualmente dolci sono stati i sorrisi di complicità tra i due esecutori, Federico Stassi alla viola e Giuseppe Grippi al pianoforte, e i sorrisi rivolti al malinconico e nostalgico suonare di un malinconico e nostalgico Brahms.
La forza e la passionalità della Sonata n. 1, di certo più cupa e profonda della Sonata n. 2, che risulta più leggera e brillante (cosa, direi, dovuta alla tonalità di Fa minore della prima “contro” un Mib maggiore della seconda), sono state egregiamente enfatizzate da un deciso Giuseppe Grippi e da un altrettanto trasportato Federico Stassi. La loro decisione nei passaggi più virtuosistici e tecnici è stata, in maniera impercettibile, elegantemente equilibrata dai soavi momenti melodici, che si addicono perfettamente allo scuro e profondo timbro della viola.
Scritta, come detto, quasi in fin di vita, la Sonata n. 2, grazie alla leggerezza dei due musicisti ben bilanciata con il dialogo serrato tra le parti, che, se non ci fosse la differeza dei timbri, ci sarebbe sembrato di ascoltare un unico strumento, un unico strumentista a suonare quella che magicamente è un’unica voce, ha riportato le menti degli ascoltatori (e non solo) ai coloratissimi giorni di una spensierata infanzia. Partendo da un delizioso quanto profondo primo movimento, passando per un misterioso ma melodioso secondo, si raggiunge con un insolitamente tranquillissimo terzo movimento la serenità interiore, che è stata trasmessa dalla apparente facilità con cui Federico Stassi ha eseguito passaggi invece molto difficili tecnicamente, sostenuto con forza e fiducia da Giuseppe Grippi.
Secondo autore della serata, è stato uno dei padri, una delle colonne portanti della musica Russa, Michail Ivanovič Glinka (1804-1857). La sua Sonata per viola in Re minore, di cui è stato eseguito il primo movimento in apertura di concerto e il secondo movimento come bis. Questa sonata fu scritta tra il 1825 e il 1828, ma, nonostante i tre anni trascorsi a lavorarci su, è una sonata incompiuta, di cui abbiamo due movimenti. L’unico movimento ad essere stato scritto per intero da Glinka è stato il primo, per quanto riguarda il secondo, come si potrebbe notare avendo una partitura sotto gli occhi, è formato da poche battute guida composte da Glinka che sono state in seguito sviluppate ed elaborate da Vadim Vasilʹevič Borisovskij (1900-1972), padre della scuola di viola russa.
Pur non avendo abbandonato la dolcezza di Brahms, c’è un incalzare di note, suoni e ritmi dal sapore russo, merito certo del sopracitato Borisovskij ma anche (forse soprattutto) da un ancora giovane e indefinito stile di Glinka. Questa ingenuità e questa poesia giovanile sono state magnificamente rese nella tempra e nel carattere dei due musicisti.
Infine, qualche piccola nota di colore della serata che ha fatto sorridere il pubblico, ma senza perdere la concentrazione: un simpaticissimo e ironico Federico Stassi che sistema le parti sul leggio con le (indispensabili a musicisti e casalinghe) mollette dei panni da stendere per evitare che le parti volino a causa della brezza romana e una pausa con punto di corona per un attacco durante la Sonata n. 2 di Brahms attendendo la fine del rumore di sirena di un’ambulanza di passaggio.
Ma la nota più colorata di tutti, che ha fatto più che sorridere la sottoscritta, sono stati i gemelli appuntati alla camicia dell’evidentemente autoironico violista. In quello di destra c’era scritto “Bow”, cioè arco, e in quello di sinistra “Viola”.
Forse le famose, quanto amate, quanto odiate barzellette sui violisti sono vere? Cosa sarebbe successo se avesse indossato i gemelli al contrario? Meglio non saperlo e attendere il prossimo concerto!

Michela Marchiana

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