Astor Piazzolla, passione e rivoluzione

In Musica e Altri Mondi by Giulia Cucciarelli0 Comments

Forse molti di noi non avranno mai passeggiato per i barrios di Buenos Aires, forse non avranno mai messo piede in una milonga, né ammirato gli artisti di strada lungo el Caminito, ma se chiediamo di Astor Piazzolla, chiunque penserà al re del tango.

Eppure i puristi del genere, turbati dalle sue commistioni, lo etichettarono come el asesino del tango; difficile da credere, se pensiamo che stiamo parlando dell’autore di Libertango, il brano che ha superato per fama quasi lo stesso ballo.

“Sì, è sicuro, sono un nemico del tango; ma del tango come lo intendono loro. Se tutto è cambiato, deve cambiare anche la musica di Buenos Aires. Siamo molti a voler cambiare il tango, ma questi signori che mi attaccano non lo capiscono né lo capiranno mai. Io vado avanti, senza considerarli.”

Così nel 1954 Piazzolla si raccontava alla rivista Antena, e non è facile immaginare che a parlare sia proprio l’autore di brani come Adiós Nonino e María de Buenos Aires.

Si dice che in Argentina tutto possa cambiare tranne il tango; troppo semplice classificarlo come genere musicale, il tango è un simbolo, una bandiera, una manera de vivir.

Non si sa chi abbia dato il nome a questa espressione artistica, né perché si chiami così, anche se la maggioranza è concorde nel farlo derivare dal latino tangere, “toccare”, per la vicinanza tra i ballerini che si cimentano in questa danza.

Nato tra Argentina e Uruguay tra la fine dell’Ottocento e i primi anni Venti, si sviluppa come ibrido di generi popolari come milonga, candombe, habanera cubana, rifiutati dalle classi alte, ma diffusissimi nei quartieri periferici. Il ballo è una mescolanza di danze africane e locali, praticato inizialmente nell’ambito della prostituzione; soltanto dopo il 1910, con il successo internazionale del tango, anche nei saloni delle capitali europee divenne una moda.

Accogliente e generosa, l’Argentina dei primi del Novecento era il crocevia dei flussi migratori provenienti da svariate parti d’Europa e non solo, ed anche in questo caso il potere inclusivo della musica fu la chiave per trovare un punto d’incontro tra le differenti culture.

Testimonianza storica di un Paese complesso, il tango affidava alla melodia temi esistenziali come il tempo, l’amore, la morte; testi malinconici esprimevano con rabbia la nostalgia e le speranze di genti diverse, emigranti, ma anche gauchos argentini che cercavano fortuna nei centri urbani.

Il tango dà un passato a chi non ce l’ha e un futuro a chi non lo spera, scrive Arturo Pérez-Reverte. Il “pensiero triste messo in musica”, per dirla con Jorge Luis Borges, divenne poi “pensiero triste che si balla” (frase di Enrique Santos Discepolo, paroliere del celeberrimo Carlos Gardel), linguaggio corporale, strumento di aggregazione.

Buenos Aires cresceva, e con lei l’insicurezza e la frustrazione dei milioni di persone che la popolavano: il tango diventava sempre più musica ibrida di gente ibrida, come tutto ciò che nasce dal basso e scavalca le convenzioni.
I compositori della cosiddetta Vecchia Guardia erano tutti figli di italiani: Osvaldo Pedro Pugliese, Francisco De Caro, Carlos Di Sarli, solo per citarne alcuni.

Inizialmente veniva eseguito da un trio formato da violino, fisarmonica e chitarra, anche se alcuni tanghi erano stati scritti solo per pianoforte, o pianoforte e voce.

Non solo Argentina però: la famosa Cumparcita, composta nel 1915 dal musicista di Montevideo Gerardo Matos Rodriguez, nel cui arrangiamento il pianista Roberto Firpo aggiunse anche un motivo del Miserere di Verdi, fu proclamata nel 1997 inno popolare e culturale uruguayano.

Ciò che era nato come racconto di uno stato d’animo si stava trasformando sempre più in una tradizione, un punto fermo per gli argentini e per chi argentino lo stava poco a poco diventando.

In questo rassicurante scenario, El Gato, o El Gran Astor, come veniva chiamato Astor Piazzolla, intervenne per sconvolgere la regola e far infuriare gli estimatori del genere.

Classe 1921, figlio unico di una coppia di origine italiana, il padre Vicente (detto Nonino dai figli di Astor) e la madre Assunta Manetti, si trasferì nel 1924 con la famiglia a New York, e nel 1930 iniziò ad avvicinarsi alla musica adattando composizioni per piano al bandoneón, un tipo di fisarmonica tipico delle orchestre di tango, portato in Argentina dagli emigranti tedeschi.

Il più grande interprete di tango della prima parte del XX secolo, Carlos Gardel, lo invitò appena quattordicenne ad incidere qualche tema per il film “El dia que me quieras”. Tornato finalmente a Buenos Aires, formò nel 1946 la sua prima orchestra, e si dedicò alla musica da concerto e alla composizione, ricevendo molti premi.

Fu a Parigi, di nuovo lontano dalla terra natia per studiare insieme alla compositrice Nadia Boulanger, che comprese la sua vera vocazione: continuare con la musica popolare.

Tornato in patria, fondò El octeto de Buenos Aires e cominciò qui la sua rivoluzione: la Vecchia Guardia gli andava stretta, il tango tradizionale non gli apparteneva.

I suoi studi di musica classica lo portavano a concepire il tango come musica da ascoltare più che da ballare, da eseguire nelle sale da concerto, e gli strumenti utilizzati fino a quel momento non bastavano più.

Piazzolla inseriva strumenti inusuali  come l’organo Hammond, la batteria, la chitarra elettrica, il basso, il flauto, le percussioni; nelle composizioni incorporava elementi innovativi, presi dalla musica jazz, faceva uso di dissonanze e forme colte come la fuga.

Era nato un nuovo genere: il Tango Nuevo stava sconvolgendo le abitudini della capitale argentina, e i gusti del pubblico latino.

Collaborò con artisti di vario genere, compose circa 3000 brani e ne registrò 500, con orchestre o con gruppi più piccoli.

L’eterno Libertango, inciso nel 1974 in Italia, gli valse un Grammy nel 1998 come miglior brano strumentale, che aveva già vinto nel 1993 con Oblivion, brano composto per il film Enrico IV di Marco Bellocchio.

Impossibile elencare tutti i suoi trionfi: oltre al già citato Adiós Nonino -composto in occasione della morte del padre nel 1959, prolungando la melodia di un brano già scritto nel 1954 fino a trasformarlo in una sorta di lamento- basti ricordare Maria de Buenos Aires, piccola opera scritta con il poeta Horacio Ferrer, Tango seis, per i Melos Ensemble, Milonga en re per il violinista Salvatore Accardo, Balada para un loco, record di vendite in Argentina.

In Italia collaborò con i migliori musicisti, e nel 1972 registrò una trasmissione per la Rai; le tournée lo tennero così occupato da dover rifiutare l’offerta del regista Bertolucci di comporre la colonna sonora di Utimo tango a Parigi.

Nonostante siano trascorsi 25 anni dalla sua morte, quello di Piazzolla rimane la forma più moderna di tango: “per la validità delle composizioni e per la sorprendente inventiva degli arrangiamenti che conferiscono al tango una dimensione del tutto nuova”, recitava la motivazione del Primo Premio Assoluto per il miglior disco di musica strumentale, assegnatogli all’unanimità in Italia dalla giuria del Premio Critica discografica italiana.

L’Argentina, si sa, è terra di rivoluzionari che diventano icone, di personalità che sono di casa anche dall’altra parte del mondo, e con Astor Piazzolla non è stata da meno: dal 2008 è intitolato a lui l’aereoporto di Mar del Plata, sua città d’origine, e nel 2013 Masso Sassorosso, cittadina toscana da dove proveniva la famiglia materna, gli ha dedicato la piazzetta di fronte alla chiesa dove si sposarono i nonni, mentre a Trani, dove affondano le radici paterne, c’è Via Astor Piazzolla.

L’attivista e scrittore statunitense Saul Alinsky affermava: “La storia è una rassegna di rivoluzioni”. Forse è così, ma per la storia del tango, quella di Astor Piazzolla e il suo bandoneón è stata la definitiva.

Giulia Cucciarelli

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