Guardare l’opera: Sigfrido di Richard Wagner

In Opera by Silvia D'Anzelmo0 Comments

Riprendiamo ora le fila del nostro racconto: eravamo rimasti sulla rupe del Wallhalla circondata dalla fiamma del dio Loge, Brünnhilde addormentata e Wotan, ormai conscio delle contraddizioni insanabili della realtà, che si avvia per il mondo come girovago spettatore: “Wotan si erge alla statura tragica di volere la propria distruzione” e questo, per Wagner, è “tutto ciò che dobbiamo imparare dalla storia dell’umanità: volere ciò che è necessario e portarlo a termine noi stessi”; ma c’è qualcosa di positivo in tutto questo: “l’ultimo prodotto creativo di questa suprema volontà auto-annullante è l’essere umano libero dalla paura, un uomo che non cessa mai di amare: Siegfried.”

Siamo finalmente giunti alla seconda giornata della Tetralogia, quella che presenta l’eroe tanto atteso, l’uomo libero grazie al quale la corruzione del mondo, avviata con Das Rheingold, si arresterà o dovrebbe arrestarsi. Siegfried non conosce la paura, anzi, non conosce proprio nulla: oscure gli sono le sue origini, il passato del mondo e il suo futuro, egli non immagina neanche quale onere ha sulle sue spalle; ma è proprio questa la fonte della sua sana energia -a differenza di Wotan che sa, conosce ed è costretto a rinunciare all’azione- che gli permette di affrontare le prove più difficili e superarle senza alcuna difficoltà.

Il suo è un mondo sospeso nel tempo e nello spazio ma anche nel giudizio: non c’è legge morale per Siegfried, né costrutti sociali o convenzioni da rispettare, il suo è un mondo libero, avvolto dalle fronde nodose degli alberi della foresta; egli vive una realtà di fiaba dove si affollano nani, draghi velenosi, uccelli parlanti e vergini fanciulle da strappare al sonno eterno: con la drammaturgia del Siegfried, Wagner rimescola ancora una volta le carte in tavola in questo immenso mosaico che è la Tetralogia e ci racconta una storia semplice che fa sognare, una fiaba appunto.

Siamo nel folto della foresta, il nibelungo Alberich è immerso nei suoi pensieri, alla ricerca ossessiva di un modo per realizzare i suoi ambiziosi progetti: ottenere l’anello, raggiungere il potere. La musica cupa, assillante del Preludio sonorizza le sue riflessioni: i fagotti cristallizzano le macchinazioni di Mime mentre i clarinetti rievocano il tema dell’Anello, ancora una volta inganno, frode e brama di potere. Il lavorio incessante del nano è delineato dalla riapparizione del Tema martellante dei Nibelunghi mentre il lamentoso corno inglese ne sonorizza la frustrazione; i pensieri di Mime proseguono il loro corso soffermandosi sul potere dell’anello con un’apparizione fugace, affidata alla tromba bassa, del Tema della Spada con la quale Siegfried dovrebbe annientare il drago Fafner.

Il monologo del nano prosegue verbalmente quello che il Preludio ha delineato a livello sonoro, egli esplicita i suoi loschi progetti e palesa la sua intenzione di usare Siegfried per uccidere il drago, impadronirsi del tesoro e diventare così signore del mondo; anche l’atmosfera sonora rimane la stessa, ed egli può esprimere la sua frustrazione in forme del canto che seguono le simmetrie serrate del Lied, addirittura con l’uso del da capo marcatamente segnato a livello testuale dalla ripetizione delle parole “Tormento forzato/Fatica senza meta”.

Con un orso al guinzaglio, Siegfried irrompe in scena uscendo dal folto della foresta e travolgendo il pavido Mime: ora siamo davvero entrati nella fiaba, Siegfried è la fiaba mentre gli altri personaggi sono contaminati dalla corruzione e devono sottostare a regole e leggi che il giovane neanche conosce. Lo spirito ingenuo e spontaneo del ragazzo è sottolineato fin dalla sua entrata in scena con una squillante antitesi sonora rispetto ai rovelli macchinosi di Mime che hanno tinto di scuro la partitura fino a questo momento: archi gravi e violini si rincorrono forsennati delineando il motivo chiaro del Corno sul quale Siegfried attesta la sua presenza vocale con il possente grido “Hoiho! Hoiho!”.

Il giovane trae insegnamenti confusi dalla natura che lo guida nella sua crescita personale con percorsi alternativi alla razionalità: Siegfried ha osservato nel ruscello la sua immagine e si è accorto che non somiglia a quella del nano che crede suo padre, inoltre, nella foresta tutti gli animali si uniscono in coppie per poter procreare: dov’è sua madre? Un lungo scontro musicale contrappone la falsità di Mime alla collera di Siegfried che ha bisogno di sapere, di conoscere le proprie origini; Mime è costretto a narrargli la tragica sorte dei genitori, l’incontro con Sieglinde morente che gli affida suo figlio e, a ricompensa delle sue cure, gli consegna i frammenti di Notung. Un sentimento ancora  sconosciuto si anima in Siegfried, è l’amore espresso dal timbro caldo degli archi gravi che riprendono melodicamente il profilo del tema d’amore tra Siegmund e Sieglinde; finalmente, egli sa di non appartenere a quei luoghi né al nano ed è libero di andare alla ventura per il mondo.

Il giovane si allontana ed entra in scena Wotan che, spogliato dei suoi panni di onnipotente, vaga silente per il mondo; il viandante pone al nano tre enigmi di cui l’ultimo è un aiuto fondamentale affinché la narrazione proceda come deve: chi saprà ritemprare la spada Notung? Mime non conosce la risposta e crede di aver perso la vita ma il viandante si allontana lasciandolo con un’oscura predizione: Notung sarà ritemprata da chi non conosce la paura, è a costui che spetta la testa del nano. Mime è atterrito e angosciato ma ormai sa come ritemprare l’invincibile spada: Siegfried che “non ha imparato la paura” lo farà per lui. Il giovane, bramoso di imparare cosa sia questa misteriosa paura, si mette  all’opera per temprare la spada,  mentre Mime escogita un piano per salvare la pelle dalla profezia dell’oscuro viandante: dopo aver usato Siegfried per uccidere il drago gli somministrerà una pozione soporifera e lo ucciderà.

Un tremolo sottile e insinuante di viole e violoncelli apre il secondo atto presso la tana del gigante-drago Fafner: i timbri profondi e vibranti della tuba contrabbasso delineano il motivo del drago mentre timpani e contrabbassi presentano un’idea che non ci è nuova eppure appare distorta, bruttamente contraffatta, è il motivo dei giganti corrotto dal potere dell’anello. La profonda notte di questa foresta è abitata da strane e malevole creature mai dormienti, sempre bramose come Alberich che, inquieto, si appressa alla caverna del drago quasi richiamato dal potere dell’anello e dell’oro; anche a lui fa visita il Viandante che questa volta viene riconosciuto.

 

È quasi l’alba e Mime avanza nel folto della foresta insieme a Siegfried che ha trascinato presso l’antro del drago con la promessa di insegnargli cos’è la paura; dopo aver recuperato l’oggetto magico, la spada Notung, le tappe di questa fiaba procedono con il superamento delle prove da parte dell’eroe alla scoperta della paura: la prima è l’uccisione del drago Fafner. Scacciato Mime, il giovane Siegfried si mette in ascolto della natura in una fusione panica che solo a lui è possibile perché ingenuo, istintivo; disteso per terra, il giovane spia tra le fronde di un albero il sorgere dell’alba e ascolta il mormorio della foresta che si risveglia: un respiro sonoro fitto ma tenue che lo accompagna concretizzandosi nel cinguettio d’uccello che Siegfried tenta di imitare con il suo corno.

La melodia di selva, formata dal tema squillante del corno mescolato a quello della spada, risveglia il drago Fafner che avanza mugghiando: Siegfried si slancia contro di lui e lo trafigge al cuore. Estraendo la spada si macchia le dita con il sangue bruciante del mostro, lo porta istintivamente alla bocca e lo assaggia: quel sangue prodigioso lo rende capace di comprendere il linguaggio degli uccelli e i veri pensieri celati sotto le false parole degli uomini. Ascolta ancora l’uccellino cinguettare e, questa volta, riesce perfettamente a intendere quel che vuole comunicare: l’animale lo esorta a entrare nell’antro di Fafner per appropriarsi dell’elmo magico e dell’anello di cui Siegfried non sa che farsene. Riemerso dal profondo della caverna incontra Mime ma questa volta, messo in guardia dall’uccello, è perfettamente in grado di intendere la sua natura viscida e traditrice e, all’offerta del filtro che dovrebbe ristorarlo dopo la lotta, Siegfried rifiuta sapendo bene che si tratta di un sonnifero per addormentarlo e ucciderlo: compreso l’atteggiamento del nano, e irritato dalle sue insistenze Siegfried lo colpisce a morte.

Il giovane non è soddisfatto della propria impresa, non ha imparato cos’è la paura dunque la sua vittoria è stata del tutto inutile e superflua; mentre l’eroe riflette affranto, l’uccello della foresta viene ancora una volta in suo soccorso raccontandogli di una vergine che riposa in sonno eterno presso la rocca del Wallhalla circondata da fiamme altissime: forse è lì che Siegfried potrà imparare cos’è la paura.

Con l’atto terzo, la fiaba viene forzatamente innestata nel mito riprendendo le fila del racconto lasciato in sospeso con Die Walküre, l’atmosfera onirica e a-problematica della prima parte della narrazione viene spezzata dai rovelli del re degli dèi che prelude alla conclusione del Siegfried in cui fiaba e mito si congiungono fisicamente. Ritorna l’angoscioso groviglio della volontà di Wotan in un viluppo di violini e viole mentre crescono nei bassi dell’orchestra  suoni cupi che rimandano agli antichi tormenti collegati alle leggi, alle imposizioni che informano un mondo che il dio credeva di dominare e dal quale è stato dominato.

Ai piedi di una montagna appare Wotan cupo e angosciato: ha bisogno di consiglio e tenta di risvegliare la più saggia di tutte le donne, Erda. La primordiale madre della natura, un tempo onnisciente, è richiamata da un torpore profondo che non è più pensiero, non è più meditazione ma sonno inerme. Stralci del tema della natura compaiono del tutto trasfigurati in un senso di cupo smarrimento che indica la confusione della dea davanti alle cose del mondo e alla corruzione: ella non può essere di alcun aiuto a Wotan, non sa rispondere ai suoi interrogativi e lo esorta a interpellare la figlia, Brünnhilde la vergine. Ma il dio sa che non può chiedere aiuto alla valchiria che egli stesso ha punito e, non trovando altra soluzione, decide di abdicare e rinunciare al proprio potere in favore del giovane Siegfried, libero e al di sopra di ogni legge.

Mentre Erda risprofonda nel suo torpore, Wotan scorge in lontananza Siegfried che scala la rupe per arrivare alla vergine: il dio tenta di sbarrargli il passo cercando di affermare la propria autorità ma il giovane non conosce il mondo dei patti né il rispetto delle regole e si sbarazza del re degli dèi come fosse un inutile vecchio: la potenza di Wotan è finita per sempre.

Arrivato in cima, Siegfried scorge la figura di un guerriero disteso bocconi, si avvicina e cerca di aiutarlo togliendo l’elmo e sganciando la sua armatura; spogliata delle sue vesti guerriere, Brünnhilde appare in tutta la sua bellezza di donna: è davanti alla sua disarmante diversità che il giovane impavido scopre cos’è la paura; stupore, timore, agitazione pervadono il cuore dell’eroe per la prima volta. Con un bacio Siegfried ridesta Brünnhilde, la quale saluta il sole, gli dei, il mondo e poi si rivolge al giovane dichiarando di averlo atteso da sempre e di averlo amato prima ancora che lui nascesse; confuso, Siegfried crede di avere davanti a sé la madre che credeva perduta per sempre ma, la vergine gli spiega che Sieglinde è morta dandolo alla luce: ella è Brünnhilde la vergine valchiria sulla rupe addormentata per volere del dio Wotan.

Il lungo dialogo con la vergine guerriera confonde il giovane che si sente animato da un grande trasporto e vorrebbe ghermirla per farla sua ma Brünnhilde si schernisce: per essere sua deve rinunciare definitivamente alla sua antica natura di valchiria, rinunciare al suo passato glorioso per essere semplicemente donna; ancora una volta la dicotomia è tra potere e amore ma, in questo caso, la valchiria accetta il proprio destino e sceglie la seconda via.

Brünnhilde sceglie Siegfried perché rappresenta un tipo nuovo di uomo, non legato al passato, ai piani di Wotan o alla storia dell’anello. Egli è “puramente umano” così come Wagner lo descrive: ingenuo, forte, violento, arrogante, innocente; un uomo che agisce con l’impulso piuttosto che con la ragione ed è grazie a questo approccio alternativo alla vita che egli risulta l’eroe vincente, l’unica vera possibilità di salvezza per il mondo. Egli vive in uno stato di totale incoscienza, la sua è una fiaba incastonata in un mosaico più grande e indicibilmente più complesso eppure proprio questa semplicità è la chiave di volta. Tutta la struttura narrativa del Siegfried ruota intorno all’eroe inconsapevole con una semplificazione estrema dei nessi drammaturgici e della stessa musica che devono esprimere l’immediatezza, la naturalezza non mediata di un racconto fiabesco.

Nei primi due atti la trama dei leitmotive si affievolisce, lascia tacere i legami con la narrazione precedente creando un mondo sonoro istintivo che segue le azioni dell’eroe senza paura; intorno a lui i personaggi conoscono ciò che è accaduto prima della sua nascita. I livelli della narrazione risultano sdoppiati: dal un lato l’ingenuità della fiaba che racconta le tappe della crescita interiore di Siegfried dalla conoscenza del sé a quella dell’altro da sé; dall’altra la consapevolezza interessata degli altri personaggi  sonorizzate dai  riferimenti musicali a cose passate apparentemente lontanissime ma che sotterraneamente continuano ad agire.

Musicalmente, l’immediatezza della fiaba è data dal largo uso della simmetria dovuta alla quadratura del periodo e sciolte nel flusso libero della prosa musicale soltanto al terzo atto quando i due livelli dell’azione si ricongiungono con il confluire della fiaba nel mito. Un cambio radicale di stile, dovuto alla ripresa della composizione dell’opera dopo ben undici anni e due opere non da poco –Tristan und Isolde e Meistersinger- crea una marcata discontinuità stilistica tra i primi due atti e l’ultimo, discontinuità che, lontana dall’essere problematica, diviene risorsa funzionale all’azione.

Silvia D’Anzelmo

About the Author

Silvia D'Anzelmo

Silvia D’Anzelmo, nata a Formia nel 1990, vive tra Itri, Roma e Napoli. Appassionata di musica fin da bambina, studia pianoforte e Teoria e Analisi musicale privatamente. Nel 2014 si laurea in Musicologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e la Lode e da quel momento svolge un’intensa attività di divulgazione musicale attraverso lezioni concerto per conto dell’Accademia di Santa Cecilia; collabora con varie istituzioni come la “IUC: Istituzione Universitaria dei Concerti” e il Fondi Music Festival per le quali cura le note di sala; inoltre, da circa un anno si dedica alla scrittura di libretti per CD classici e collabora con vari magazine come “Zero”, “La gazzetta musicale” d’Italia, il “Corriere Musicale” per la presentazione e recensione di spettacoli.