Il suono del folklore

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L unedì 8 Maggio a Bologna si terrà nella chiesa di S. Cristina della Fondazza il quarto concerto della rassegna MusicAteneo, che ogni anno accoglie cori e orchestre universitarie da tutto il mondo invitati dal Collegium Musicum Almæ matris (coro e orchestra dell’università di Bologna) a esibirsi e a collaborare in concerti nel periodo primaverile. Il benvenuto viene dato questa volta al coro accademico “Gaudeamus” – dal primo verso dell’inno della goliardia – e all’orchestra da camera dell’università di Vilnius, Lituania. Il ricco e denso programma proposto non mancherà di far scoprire diverse tradizioni, riservando infine una interessante novità.

Apre il concerto, facendo gli onori di casa, l’ottetto di fiati del Collegium Musicum, proponendo, su arrangiamento  di Patrick Clements, estratti dalle danze ungheresi di Brahms e danze slave di Dvořák, in particolare la n° 3 (Allegretto) e la n° 7 (Allegretto) di Brahms e la famosissima n° 8 (Furiant, Presto) dall’ Op. 46 di Dvořák. Era ancora un giovanissimo Brahms quello che scrisse (o forse trascrisse?) per pianoforte a quattro mani queste danze nel periodo in cui, per guadagnare qualcosa, suonava in piccole orchestrine nei porti amburghesi. È possibile quindi immaginare il via vai di facce e nazionalità che si incrociavano in quei luoghi, e la fertilissima combinazione di culture e tradizioni a stretto contatto. Fu infatti il magiaro violinista Eduard Réményi a fargli conoscere temi e melodie della sua Ungheria, spesso ereditato dal virtuosismo tzigano, il quale all’epoca ancora era confuso con la musica propriamente ungherese. Nel novecento, comunque, etnomusicologi del calibro di Kódaly e Bartók, furono in grado di rinvenire le fonti originali di quasi ogni danza: la n° 3, per esempio, sfrutta la melodia di un canto nuziale Tolnai lakodomas di József Riszner, mentre la ben più famosa 5a danza, ripropone pari pari una czardas di Kéler Béla, Bártfai Emlék (Ricordo di Bártfai).

Antonín Dvořák, invece, il folklore boemo lo conosceva bene, e per sempre si portò nel cuore le musiche della sua terra anche quando nel 1892 si trasferì a New York per dirigere il Conservatorio nazionale di musica. E anzi, fu debitore anche a Brahms del successo che si guadagnò meritatamente in tutta Europa quando, ancora sconosciuto, partecipa ad un concorso indetto dal Ministero della cultura austroungarico, che avrebbe assegnato borse di studio annuali “agli artisti , pittori, scultori e musicisti, giovani, poveri e di talento, purché viventi entro i confini dell’impero”. Tra i membri della commissione Johann Herbeck, direttore della Società degli Amici della Musica viennese, Eduard Hanslick, musicologo e professore dell’università di Vienna, e infine proprio Johannes Brahms, i quali non esitarono a premiarlo, riconoscendone subito le doti e la bravura. Grazie a questo importante sostegno, Antonín poté dedicarsi pienamente alla composizione, e di lì a poco scrisse quelle Danze slave, che gli procureranno presto fama e gloria. L’ottetto di fiati ci presenta la n° 8, denominata con il nome Furiant, una danza popolare boema rapida e fiera che alterna, con  frequente spostamento di accenti, ritmo di 2/4 e 3/4, come si percepisce immediatamente dalle prime note del brano.

L’orchestra da camera dell’università di Vilnius, invece ci trasporta sulle rive del Tamigi, con uno dei più famosi compositori inglesi del novecento: Gustav Holst. Anche se le sue origini non sono neanche troppo distanti dalla Lituania: suo nonno, infatti, Gustavus von Holst era un arpista di Riga (nel vicino stato della Lettonia) che nell’800 si spostò in Inghilterra, dove si sposò e pose radici. Il nipote, come il padre, seguì la tradizione di famiglia, e si dedicò alla musica frequentando il Royal College of Music, dove ebbe modo di fare amicizia con Ralph Vaughan Williams, il quale lo introdusse alle folk songs. L’influenza della musica tradizionale inglese si avverte immediatamente in questa Suite, ma non solo. Le sue esperienze come compositore lo resero un educatore molto sensibile e apprezzato, tra gli anni di insegnamento presso diversi istituti, al St. Paul’s Girl’s School prestò il suo servizio dal 1905 fino alla morte. Alla scuola e alla sua orchestra dedicò appunto questa raccolta di danze.

(Placca commemorativa al St. Paul’s Girl’s School)

La prima danza della St. Paul Suite è una tradizionale Jig irlandese, dall’andamento travolgente, nel tipico 6/8 della giga. Il secondo movimento fa uso della tecnica musicale chiamata Ostinato, da cui prende il titolo: i secondi violini ripetono senza mai fermarsi lo stesso andamento circolare di quattro note inesorabilmente per tutto il brano, mentre intorno a loro gli altri strumenti ricamano sopra una giocosa trama contrappuntistica. L’Intermezzo contiene l’unica parentesi veramente lirica della suite, modulando un tema dal sapore esotico suonato dal violino solista, che viene però presto interrotta da una sezione Vivace, di spiccato carattere ritmico. Questi due temi si alterneranno fino alla fine del brano, a cui segue il Finale, nel quale Holst prende la melodia di una danza popolare, il Dargason, e ci sovrappone la melodia del famoso tune Greensleeves, strategia che aveva già precedentemente sperimentato con successo nella Fantasia on the Dargason, contenuta nella Seconda Suite per banda militare.

Il coro accademico “Gaudeamus” invece ci invita a casa loro: Anoj Pusėj Dunojėlio è infatti una canzone tradizionale lituana dal tono semplice e modesto, suggestivamente arrangiato da Vaclovas Augustinas, a cui segue Sicut lilium inter spinas, mottetto di Marek Raczyński, che mette intensamente in musica i pochi versi “Sicut lilium inter spinas / sic amica mea inter filias” estratti dal Cantico dei Cantici: “Come un giglio tra i cardi, / così la mia amata è tra le fanciulle”. Continuando sul repertorio moderno, con O salutaris hostia, del compositore lituano Vytautas Miškinis, ci portano ancora un po’ della brezza baltica, a saggio della bravura e nordica bellezza. Concludono infine il loro intervento cantando Milost‘ mira (Милость Мира), parte della liturgia ortodossa di rito slavo, dall‘Op. 27 di Pavel Grigor’evič Česnokov, direttore di coro e compositore russo dell’era sovietica (morto nel 1944). Il testo di S. Giovanni Crisostomo, che la musica interpreta all’interno della florida tradizione corale russa, è una benedizione e un ringraziamento, ma la vera particolarità di questo brano sono le note incredibilmente basse richieste al basso nella partitura originale: addirittura un si naturale sotto il rigo(!) (note paurose, degne di qualsiasi Rach challenge). Ma non ci saremmo aspettati di meno dal compositore che scrisse il Concerto per basso profondo e coro (Op. 40, n°5), che richiede (facoltativamente!) un sol grave sotto il rigo giusto alla cadenza finale, decisamente non per tutti! Dopo questo, non si può che portare rispetto per un coro del genere.

Ma le sorprese non finiscono,  l’ensemble e il coro di Vilnius si riuniscono per terminare con una vera chicca. Nel 2006 venne commissionata al compositore e violoncellista sudafricano Shane Woodborne (1963) dall’allora direttore generale della Salzburger Sparkasse Bank Walter Schwimbersky, una composizione per ricordare il bicentenario dalla morte di Johann Michael Haydn, fratello minore del più noto Franz Joseph. L’Haydn “salisburghese” (così chiamato per aver passato la maggior parte della sua vita nella cittadina austriaca) pur non raggiungendo la fama del fratello, si fece valere con composizioni di gran pregio soprattutto nel genere sacro e strumentale. Visse nel periodo in cui un nuovo giovane talento si affacciava nella scena musicale salisburghese: infatti possiamo solo immaginare o supporre che le sue musiche abbiano avuto una qualche influenza nel genio mozartiano ai suoi albori. Shane Woodborne dedica a questa figura minore, una godibilissima Messa (nelle sue parti che compongono l’ordinario: Kyrie, Gloria, Sanctus, Agnus Dei), eseguita per la prima volta nel 2007 a Rohrau, il paesino ai confini con l’Ungheria dove nacquero i fratelli Haydn, e per questo chiamata Rohrauer Messe.

Alessandro Panozzo

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