Guardare l’opera: “La fanciulla del West” di Giacomo Puccini

In Opera by Aurora Tarantola0 Comments

“La fanciulla del West” è una delle ultime opere di Giacomo Puccini, ultimata nel luglio del 1910 e messa in scena per la prima volta nel Dicembre dello stesso anno al Metropolitan di New York, con la direzione di Toscanini. Come d’abitudine, il compositore iniziò il suo lavoro alcuni anni prima, abbandonandolo e dedicandosi in contemporanea ad altre composizioni. Nello specifico, furono anni di profonda crisi e perdite dolorose: un incidente stradale nel 1903 che lo costrinse ad una lunga convalescenza, la morte del librettista Giacosa suo fidato collaboratore e amico, poco dopo quella dell’editore Giulio Ricordi, per Puccini un secondo padre; e infine l’inasprirsi del rapporto con la moglie Elvira e una forte depressione, insieme all’ansia dovuta alla sua notorietà e agli sforzi per mantenerla.

È opportuno però sottolineare che soprattutto dal fronte familiare il compositore ricevette la più massiccia dose di preoccupazioni e problemi. Venne assunta infatti in quel periodo in casa Puccini la giovane domestica Doria Manfredi, su cui Elvira spinta da una forte gelosia e da un probabile esaurimento nervoso, si accanì con violenza accusandola di avere una relazione con il marito. Prima licenziata e poi infamata dalla donna ovunque mettesse piede, Doria cedette alla pressione di Elvira e a quella del piccolo e pettegolo ambiente di Torre del Lago togliendosi la vita con del veleno. La famiglia Puccini fu travolta da un vero e proprio scandalo: Elvira fu accusata di diffamazione e minacce dalla famiglia della ragazza, che vinse la causa. Per fortuna il compositore riuscì ad evitare la prigione per la moglie, accordandosi con i Manfredi e versando loro una ingente somma di denaro. Questa situazione di grande pressione e ansia provocò in Puccini un vero e proprio blocco compositivo, come dice lui stesso in una lettera alla signora inglese ed amica Sybil Seligman: “La mia vita passa in mezzo alla tristezza e alla più grande infelicità […] Come risultato La Fanciulla si è completamente inaridita – e Dio solo sa quando avrò il coraggio di riprendere il lavoro”.

Fu un periodo di forte insofferenza, di produzione sterminata di progetti iniziati e mai finiti, oppure iniziati, lasciati e poi ripresi, che però denotano anche l’inizio di una nuova fase di ricerca in campo formale, stilistico e tematico. Il filo conduttore artistico di questo momento per Puccini, sempre insieme alla ricerca di argomenti e linguaggi nuovi fu l’esotismo, cioè il gusto e la voglia di ricevere stimoli musicali e non da ambienti e culture extraeuropee, da cui era già nata la Butterfly. La ricerca ulteriore di innovazione e la sua irrequietezza nelle scelte trovarono finalmente un compimento ne “La fanciulla del West”. Prese spunto dal dramma in prosa di David Belasco “The Girl of the Golden West” a cui assistette nel 1907 a New York, dove si era recato per seguire una stagione interamente formata da sue opere al Metropolitan. Al contrario di altre volte, Puccini non si innamorò subito del soggetto, ma l’avvicinamento fu graduale e la stesura interrotta più volte. Oltre alle diverse problematiche già esposte prima, ce n’è una di forte consistenza che non va certo ignorata: la stesura del libretto. Dopo la morte di Giacosa, che lavorò per molti anni al fianco di Illica creando un perfetto equilibrio tra azione e poesia (punto forte e di riconoscimento per la produzione pucciniana), il compositore collaborò con diversi librettisti per riuscire ad ottenere un testo che lo soddisfacesse. Scartato in primo luogo il lavoro dello stesso Illica, Puccini si rivolse prima al bolognese Zangarini, con il quale però i rapporti si inasprirono molto presto; gli affiancò così il poeta Civinini. Entrambi si impegnarono molto per far innervosire Puccini, conducendo una stesura del testo lenta e imprecisa, che costrinse il compositore a condurre un lavoro più impervio e ad intervenire lui stesso sul libretto.

Dopo quasi un anno di interruzione, l’opera fu ripresa e finalmente portata a termine nel luglio del 1910. La scelta del debutto in un Paese straniero come gli Stati Uniti, così aperto alle novità, fu dettata in larga parte dalla crisi con la critica che lo aveva fino a pochi anni prima osannava e che in quel periodo era diventata faziosa e indisponente, ostile alla sua evoluzione compositiva, ormai lontana dal melodramma tradizionale di stampo ottocentesco. La Fanciulla riscosse molto successo nel nuovo continente dove venne rappresentata in numerosi teatri, per poi passare in quelli europei e infine in Italia nel 1911 (al Costanzi di Roma). Fu accolta in linea generale in modo positivo: vennero lodate la modernità compositiva e la scelta dell’organico orchestrale. Nonostante ciò, è evidente che il pubblico italiano non era ancora pronto per cogliere la vera essenza dell’opera e che la loro sensibilità era legata a modalità compositive del secolo precedente.

La trama

Siamo in un campo di minatori della California. Il primo atto si svolge alla ‘Polka’, la taverna gestita da una singolare e forte ragazza, Minnie, di cui tutti sono innamorati ma che «il primo bacio deve darlo ancora»; attendendo la sua venuta, gli uomini giocano a carte e sono presi dalla malinconia (“Che faranno i vecchi miei”) pensando alle loro famiglie lontane e sperando in una vita migliore. Minnie finalmente arriva, tra l’euforia di tutti, e si mette a leggere la Bibbia ai minatori (“Dove eravamo?”), cercando di insegnare loro qualcosa. Finita la lezione, Rance, il temuto e rispettato sceriffo del luogo, dichiara alla ragazza di essere innamorato di lei (“Minnie, dalla mia casa son partito”), ma lei risponde elusiva, riferendosi all’idea d’amore che si è fatta vivendo con i suoi genitori (“Laggiù nel Soledad”).

Giunge allora uno straniero di nome Dick Johnson, che Minnie riconosce come l’uomo che ha incontrato un giorno sul sentiero di Monterey e che ha subito amato. In realtà l’uomo non è altro che il temuto bandito Ramerrez, venuto lì per rubare la cassa dei risparmi dei minatori. Quasi subito però rinuncia al piano perché affascinato dalla ragazza ed intenzionato a passare del tempo con lei. Mentre Minnie e Johnson ballano, mentre i minatori lasciano la taverna per inseguire il gruppo di banditi messicani di cui Ramerrez è a capo; rimasti soli, i due si confidano e raccontano le proprie vite, finché alla fine si dichiarano il loro reciproca attrazione (“Quello che tacete”) e la fanciulla invita l’uomo nella sua capanna.

Il secondo atto si svolge tutto nell’abitazione di Minnie. Dopo un breve dialogo con due aborigeni che vivono con lei, finalmente arriva Johnson. Il coinvolgente duetto d’amore fra lui e Minnie è interrotto dall’arrivo di Rance e dei ragazzi del campo, che avvertono Minnie che lo straniero non è altri che il bandito Ramerrez. Minnie, sdegnata, caccia fuori l’uomo, che viene ferito e si rifugia ancora nella capanna; la donna per amore lo nasconde nel solaio. Rientra lo sceriffo, e fruga in ogni angolo senza trovarlo; poi, una goccia di sangue che cade dall’alto rivela la sua presenza. Minnie avanza allora una proposta disperata: giocare una partita a poker; se Rance la vincerà, avrà la donna e la vita del bandito. Ma Minnie bara, e ottiene la salvezza per il suo uomo.

L’ultimo atto vede in scena i minatori, ancora all’inseguimento di Ramerrez. Dopo poco viene catturato e si accingono a impiccarlo. Prima di morire, dichiarando di essere stato «ladro, ma assassino mai», egli rivolge un saluto a Minnie, chiedendo ai minatori di risparmiare alla ragazza il dolore della sua morte (“Ch’ella mi creda libero e lontano”). Con un incredibile e ben preparato colpo di scena, Minnie arriva impetuosa con il suo cavallo, e chiede di risparmiare ai suoi amati minatori la vita dell’uomo, ricordando gli affanni divisi con loro e gli insegnamenti della Bibbia sulla redenzione umana, parlando con loro uno ad uno (“Anche tu lo vorrai”). Commossi, gli uomini concedono il perdono a Johnson, che si allontana con Minnie per vivere una nuova vita onesta e serena.

L’Opera della svolta

“La fanciulla del West” è l’opera di svolta per Puccini, è la netta divisione tra il suo teatro precedente e le nuove vie che il compositore si accingeva ad esplorare. Evoluta è la tecnica compositiva, la drammaturgia, le tematiche presentate, l’orchestrazione, i rimandi ad altri autori, l’attenzione all’elemento visivo.

La tematica centrale di tutta l’opera, sia drammaturgicamente sia musicalmente, è quello della redenzione dell’uomo, della possibilità di uscire da un’esistenza che non appartiene al personaggio e di costruirsi una vita migliore. Tutto questo, molto insolito nel teatro pucciniano dove siamo abituati alla sconfitta inevitabile del personaggio, che lotta con l’ambiente che lo ospita e che lo sovrasta, è presentato fin dall’inizio: qui è la redenzione la cosa necessaria, l’inevitabile e tutto è costruito in prospettiva del lieto fine.

Per molto tempo questo aspetto della Fanciulla ha attirato molte critiche rispetto alla verosimiglianza della situazione, dell’azione e dei personaggi, insieme all’accusa dell’eccessiva influenza di Debussy. Per molto tempo e in varie occasioni infatti Puccini venne accusato di copiare da altri musicisti. La verità è che il compositore fu molto attento a ciò che accadeva intorno a lui; era immerso nel Novecento e cercò sempre di fare suoi determinati aspetti della tecnica compositiva dei suoi colleghi, per inserirli e amalgamarli con il SUO mondo musicale e drammaturgico. In questa prospettiva si colloca lo sguardo che Puccini dà a Debussy: del famoso musicista francese sono tipici gli accordi di nona sui gradi deboli della scala, l’uso della gamma per toni interi, quella pentafona e dei modi gregoriani. In relazione all’uso che ne fa Puccini si potrebbe parlare di sensibilità molto vicine: “La fanciulla del west” è costruita in larga parte da questo tipo di strutture, ma è anche vero che il compositore italiano le utilizzò anche in altre opere precedenti (come “Tosca” e “Madama Buttefly”); inoltre in più occasioni egli esprime la convinzione dei limiti di questa modalità di espressione e la sua volontà di andare oltre, come era solito fare.

Ma non si parla solo di Debussy: la fanciulla è l’emblema del “pluristilismo” e della poliedricità pucciniana non a caso.  Protagonista indiscussa dell’opera è l’orchestra: infatti il motore dell’azione esterna e interna ai personaggi sarà data dai temi, usati in una prospettiva wagneriana. Questi si intrecceranno e si sovrapporranno, sia divisi in cellule, sia interamente, creando un tappeto di rimandi psicologici e di situazione con una tecnica ispirata in parte anche a Ravel e Mahler. Inoltre c’è da notare che i personaggi non cantano mai una melodia o un tema ricorrente. Il loro stile sarà relegato al parlato e all’azione, senza dilatazioni temporali o riflessioni cantabili. Questa definizione ben precisa dei ruoli sarà evidente fin dall’inizio, con la scelta di Puccini di aprire l’opera con un vero e proprio preludio orchestrale a sipario chiuso. L’ampia sequenza tematica simboleggia l’amore e la sua forza redentrice, composto da due frasi di accordi nei due modi della gamma per toni interi seguite da una progressione diatonica, che dona impeto al tema e risolve l’indeterminatezza degli accordi. Dall’animo tormentato si approda alla redenzione. Questo tema reggerà tutto il dramma, riapparendo numerose volte, sia tutto intero, sia diviso nei due momenti, che mostrerà chiaramente come l’opera sia musicalmente costruita in funzione dell’approdo al lieto fine.

C’è da dire però che tra tutti, l’artista a cui Puccini esplicitamente fa riferimento è Wagner: il motivo della redenzione rimanda al “Parsifal”, l’entrata di Minnie a cavallo nel terzo atto va messa in relazione alla Walkure, l’abbraccio dei due amanti nel secondo atto, incuranti della tempesta che spalanca la porta rimanda a Siegmund e Sieglinde. Ma la cosa più evidente è la citazione musicale dal “Tristano e Isotta” : quando Johnson ferito sale le scale per nascondersi aiutato da Minnie, dall’orchestra risuona il motivo cromatico che apre la celebre opera wagneriana (il cosiddetto accordo di Tristano) in funzione tematica. È un gesto conscio con una valenza precisa e un chiaro rimando psicologico: simboleggia un’affinità tra l’inevitabile amore dei due personaggi tedeschi e quello tra i due americani. Inoltre Johnson è ferito dal suo rivale, proprio come Tristano.

I personaggi

Singolare è anche la scelta dei personaggi e il loro numero: oltre alla triade di protagonisti, cioè Minnie (soprano) Johnson (tenore) e Rance (baritono), abbiamo qui un numero consistente di personaggi secondari principalmente minatori. Definirli uno ad uno sarebbe stato drammaturgicamente poco funzionale, quindi Puccini pensò di farne un personaggio unico, dove sono ricalcati i tòpos della vita western e dove la psicologia si fa complessa e contraddittoria. Metà del primo atto è dedicato interamente a loro: sono introdotti da temi minori, ricavati da canti indiani usati per caratterizzare l’ambiente; insieme si aggiungono il tema del lavoro, del gioco e della nostalgia. Lo scorcio di questa tipica serata nella “Polka” mette in luce i contrasti nella vita e nelle personalità dei minatori: accanto ai vizi e alle reazioni istintive e spesso violente troviamo sensibilità, affetto e anche un po’ di ingenuità. Emblematici sono due episodi: il primo è quello del baro, contro il quale tutti si scagliano con cieca violenza, trascinati da Lance che lo marchia per punirlo; il secondo è la parentesi lirica sul tema della nostalgia, prima affidata al cantastorie del posto e poi dalla supplica di Larkens, che vorrebbe tanto tornare a casa (gli altri faranno poi una colletta per pagargli il treno).  La cosa però che li accomuna più di tutti e che fa teneramente sorridere è la loro devozione per Minnie e il loro rapporto di reciproco rispetto, che li porterà poi a desistere dall’impiccare Johnson, insieme agli insegnamenti di redenzione che la giovane ragazza ha dato loro grazie alla lettura della Bibbia.

Sempre in questo primo atto si delineano anche i protagonisti, che rimandano in qualche aspetto alla triade Tosca-Cavaradossi-Scarpia. Rance è il primo ad entrare in scena e ci si presenta subito con il suo fare autoritario: come Scarpia è un uomo di potere e userà questa posizione per cercare di conquistare Minnie e poi per dividerla dal suo amato brigante. È anche lui un uomo cinico, ma al tempo stesso è pervaso da una forte passione (musicalmente resa con una melodia nobile) e da un senso dell’onore che lo costringe ad accettare la sconfitta a carte con Minnie e a lasciar andare i due amanti nel finale.

Minnie è una eroina contraddittoria: è buona, affabile, sognatrice, innamorata delle cose semplici ma anche scaltra, istintiva, disposta a tutto per salvare l’uomo che ama, coraggiosa e a tratti nevroticamente novecentesca; tutti questi aspetti si andranno ad aggiungere alla sua figura gradualmente nel corso della storia. Entrerà in scena su uno scorcio musicale simile a quello di Cio-Cio-San creando un’atmosfera sentimentale (una nona maggiore sormontata da un inciso melodico che arpeggia su una settima maggiore, che la collega al tema iniziale dell’opera). Divide Rance e Sonora che si stavano azzuffando per lei e dimostra il suo affetto materno per tutti gli uomini della taverna.

Poco dopo, nel dialogo con Rance fa percepire la sua vena sognante (tipica delle eroine pucciniane) raccontando della serena infanzia trascorsa in una piccola casetta con i genitori e indica il loro tipo di amore, pieno di felicità e di passione, come quello che lei cerca. Johnson sembra combaciare con il tipo di uomo che lei vorrebbe accanto a se e il suo aspetto passionale e istintuale viene alla luce. Anche quando scoprirà le sue bugie e il suo tradimento farà di tutto per proteggerlo, cedendo al suo cuore e dimostrando coraggio e intelligenza. Lo farà rientrare in casa sua colpito da Rance, si metterà in pericolo per lui puntando tutto sulla partita a carte e accorrerà per salvarlo al patibolo, sfruttando il rapporto speciale che ha con i minatori. È buona si, ma non è ingenua e sicuramente è molto lontana dall’eterno femmineo ottocentesco.

Dall’altra parte Johnson/Ramerrez è un personaggio altrettanto complesso. Potremmo dire in realtà che sia lui il vero protagonista dell’opera. Il suo tema musicale è un frammento sincopato tratto dalla Cake-Walk, danza afro-americana sarà presente fin dal preludio e si farà spazio nell’ambiente e nella psicologia dei personaggi, anche in sua assenza.  È un bandito si, inizialmente dipinto come una figura negativa, una minaccia: nel corso degli eventi però si dimostrerà tutt’altro. Ciò che lo rende nobile e che spinge tutte le sue azioni è l’amore: manderà all’aria la rapina nel primo atto per passare del tempo con Minnie, si innamorerà di lei e per rispetto non insisterà perché lei si conceda e perché lo perdoni appena scoperti gli inganni sulla sua identità, penserà a lei e alla sua felicità prima di morire. Persino il suo aspetto più negativo, cioè il fatto di essere un brigante, trova una giustificazione dei suoi sentimenti: racconta di esser stato costretto a iniziare quella vita per sostenere economicamente la sua famiglia e afferma di volere una vita diversa insieme a Minnie. Insomma, il tòpos del bandito gentiluomo, cambiato dall’amore per una donna. Questa trasformazione è compiuta definitivamente nell’ultimo atto: a lui infatti sarà affidato l’unica vera e propria aria dell’opera “Ch’ella mi creda libero e lontano”. Tradizionale aria in catene, occupa nella trama lo stesso posto di “E lucean le stelle” cantata da Cavaradossi in Tosca e rappresenta anch’essa l’ultimo saluto all’amata, andando incontro alla morte da eroe. Tutta la cantabilità del dramma si condensa in questi pochi minuti: la melodia procede quasi sempre per gradi congiunti nella tonalità di Sol bemolle maggiore, salendo gradualmente per arrivare fino allo slancio nell’acuto (Si bemolle). Nella seconda parte l’orchestra armonizza il canto del tenore a corale, riprendendo la melodia e dando all’aria il carattere di una ninna nanna, segno di innocenza.

Ultimo personaggio, onnipresente in tutte le opere di Puccini è l’ambiente. Da grande “pittore” riuscirà a dare ai luoghi e alle situazioni una chiara connotazione e alla natura locale il suo giusto peso. È disegnata magistralmente fin dalla prima scena l’atmosfera western grazie a citazioni di canti e danze popolari, oltre che all’inizio del secondo atto dove assistiamo al dialogo caricaturale tra due indigeni, al servizio di Minnie. È opportuno citare poi la tempesta, simbolo dell’amore che nascerà tra i due: infatti questa spalancherà la porta al momento del bacio; sarà resa musicalmente attraverso quarte, quinte e ottave parallele che scendono come folate, insieme ai timpani, i piatti sfregati e ad una vera e propria macchina del vento. Lo stesso rilievo va dato all’inseguimento nel terzo atto dove fin da subito percepiamo la tensione, che Puccini renderà con quattro movimenti trattati con tecnica sinfonica (Andante mosso con agitazione-Più mosso-Allegro selvaggio-Andante mosso) che descrivono la struttura ciclica che rende l’idea dell’accerchiamento e della cattura di Johnson.

Per un compositore come Puccini, così attento, aperto alle influenze, figura presente e attiva del suo tempo è stato inevitabile confrontarsi e produrre un’opera come questa, dove la sua priorità è stata rinnovarsi guardando alla nuova arte, che inizierà ad imporre il suo dominio proprio da quegli anni: il cinema. Sembra qui fondamentale trovare un equilibrio tra musica e sguardo, azione. La fanciulla vi si avvicina con i suoi colpi di scena , i suoi tòpos della vita western, con i grandi contrasti e soprattutto con un una forte attenzione all’elemento visivo e agli effetti scenici (come per esempio la costruzione delle grandi scene di massa, la tempesta,il sangue di Johnson che cade sulle mani di Rance, l’arrivo di Minnie su un vero cavallo), che Puccini descrive minuziosamente nelle didascalie. Ma il rinnovamento per lui non è solo qui: è coordinare questa evoluzione con quella del linguaggio musicale, in modo da poter dare all’opera un futuro, in un panorama artistico che sembrava pronto a metterla da parte.

Aurora Tarantola


 

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