Dove stiamo andando? Ritorno alle origini del problema Rovazzi-Stockhausen

In Musica e Altri Mondi by Willy Bettoni2 Comments

Sono davvero felice che il dibattito intorno a questo tema si sia finalmente acceso e in molti desiderino proporre il loro punto di vista. Credo, tuttavia, che si possa creare un dibattito più costruttivo senza tacciare di arroganza o saccenteria determinate argomentazioni. Richiamarsi ai pensatori del passato e del presente non è un semplice esercizio mnemonico per fare sfoggio della propria preparazione culturale, ma si ricorre alle citazioni per, da una parte dare un fondamento teorico più solido al proprio argomentare e, dall’altra, perché questi “vecchi saggi” sanno esprimersi senza dubbio in maniera più diretta e precisa di quanto possa fare con il mio linguaggio limitato. Insomma, dicono quello che vorrei dire io, solo lo dicono meglio. Inoltre, l’uso di un linguaggio più semplice e “leggero” non mette assolutamente al riparo dal rischio di fraintendimenti. Quindi, che ognuno scriva e parli come più gli aggrada; e che il giudizio riguardi i contenuti, non lo stile.
Lasciando perdere questa parentesi polemica, voglio tornare ad affermare un paio di concetti che credo siano stati fraintesi intorno al processo di “leggerificazione” della musica e intorno al concetto stesso di “leggera”.

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Procediamo con ordine. Nell’articolo precedente scrissi riguardo al concetto di easy listening e alla sua estensione a tutti i generi musicali, per cui è sempre possibile ascoltare una sinfonia di Mahler mentre si cucina. Mi sembra, però, di non aver espresso alcun giudizio di valore su azioni di questo tipo. Ovvero, è una pratica comune quella di ascoltare qualunque tipo di musica come sottofondo. Da nessun pulpito, almeno per quel che mi riguarda, arriverà mai una predica contro questi atteggiamenti. Anzi, trovo le sonate per pianoforte di Schubert molto adatte come sottofondo allo studio; e in cucina e sotto la doccia qualunque musica è ben accetta. Quando viaggio passo dal jazz, al rock, alla classica con salti tanto arditi da far venire il mal di testa al povero Pindaro. Credo che questo passaggio nel mio precedente articolo sia stato frainteso. Non è una critica all’easy listening in sé, ma una critica al fatto che la maggior parte delle persone non conosce la musica, di qualunque genere ed epoca sia, se non attraverso questo tipo di esperienza; cioè, nella maggior parte dei casi non esiste nessun momento genuinamente musicale, nessuna riflessione sulla musica, nessuna capacità di comprendere la musica. Che questa sia pop, rock, metal, punk, house, techno, hip-hop non ha rilevanza. Quello che mi premeva era porre l’accento sull’unico modo in cui si fa esperienza della musica. Come un bordone essa è riempimento; e sempre e solo quello. Nel caso specifico di Rovazzi, tra l’altro, la musica non c’entra assolutamente nulla; il suo successo è legato principalmente al video; tanto che, per parlare spicciolo, la gente per strada non canta la canzone, ma emula le movenze del cosiddetto musicista. Ovviamente questo discorso non è applicabile alla musica “leggera” in toto. Infatti, mi pare, ho sollevato il problema “cos’è opera d’arte?” proprio perché non solo la musica “classica” può avvalersi di questo riconoscimento. Vi sono moltissimi gruppi e cantautori che fanno arte a pieno titolo. Sono comunque convinto che si possa distinguere tra prodotti di qualità e prodotti scadenti. E questa distinzione può essere fatta a prescindere dal gradimento estetico (mi piace/non mi piace) che ci provoca una canzone. A scanso di equivoci vorrei fare degli esempi concreti, anche se questo mi espone fortemente a critiche. La canzone di Ace Wilder “Busy doin’ nothing” è, dal punto di vista musicale uno zero; questo non mi impedisce di apprezzarla e di ascoltarla. Dall’altra parte, una composizione come “la lontananza nostalgica utopica futura” di Luigi Nono è un brano che trovo ai limiti dell’ascoltabile; tuttavia questo non mi impedisce di farne esperienza. Insomma, si sta parlando di due livelli di gradimento differenti: nel primo caso è un gradimento puramente estetico nel senso etimologico del termine; nel secondo caso è un gradimento più intellettuale. Ora, non vorrei che si pensasse che il primo tipo è applicabile alla musica “leggera”, che quindi è piacevole, e il secondo tipo alla musica “classica”, che è spirituale (in senso hegeliano). No! I due tipi si applicano a qualunque prodotto!

Un ulteriore punto su cui mi sono sentito chiamato in causa è il seguente:

«La musica non può essere solo considerata come arte quando è un esercizio intellettuale o attività culturale o solo quando ci si concentra per capirla. Perché anche quando la si ascolta a cuor leggero, in un modo o nell’altro, la musica comunica con noi; non è il momento o il fine con cui prestiamo l’orecchio alla musica che la rende prodotto o arte».

L’arte è arte quando la percepiamo come tale. L’arte richiede impegno perché possa essere compresa. Non è il prodotto artistico che viene incontro a noi, ma siamo noi a dovergli andare incontro. Di per sé l’arte è sempre e comunque arte. Abbandonare la Gioconda in mezzo alla Foresta Amazzonica, lontana da ogni sguardo, sarebbe ridurla a disegnino? Sicuramente no; sicuramente è, per noi, ancora un prodotto artistico. Ma per un indigeno che non è mai uscito dalla foresta quel dipinto risulterà, è un’ipotesi, qualcosa di orribile, proprio perché lontano dalla sua esperienza, lontano dalla sua capacità di comprensione. Oppure, magari, troverà il dipinto esteticamente bello e lo appenderà nella sua capanna; ma sarà per lui arte o no? Ribadisco il concetto: noi andiamo verso l’arte; essa sta ferma lì dove si trova. Siamo noi che dobbiamo aprirci ed accoglierla; siamo noi che dobbiamo fare uno sforzo per comprenderla. Certo che, quando si ascolta la musica (e qui si dovrebbe aprire una parentesi sulla differenza tra ascoltare e sentire) a cuor leggero, essa ci comunica qualcosa, ci mancherebbe altro. Ma in quel momento la musica sta assolvendo ad un’altra funzione che non è quella di opera d’arte. Quindi sì, è proprio il modo in cui noi ci poniamo di fronte al fenomeno che lo rende di volta in volta arte o passatempo.

Due parole vorrei spenderle anche su questa affermazione: «l’arte nasce dall’esigenza di esprimere qualcosa che il discorso verbale non riesce a cogliere». Io non so dove, come e quando sia nata l’esigenza dell’espressione artistica. Credo, però, che ridurre l’arte all’esigenza di esprimere qualcosa che il discorso verbale non riesce a cogliere sia una semplificazione eccessiva. Ridurla poi a veicolo di emozioni è decisamente improprio. Il dibattito storico-filosofico intorno a questi due temi va avanti da centinaia di anni e credo che nessuno di noi riuscirà a risolverlo. Inoltre, la psicologia è ancora abbastanza confusa sui concetti di sentimenti semplici e complessi. Pertanto credo sia meglio glissare su questo punto, sottolineando però che esiste senz’altro un rapporto tra arte, emozioni, espressione, ecc., ma che questi non la esauriscono, né ne sono sufficiente fondamento. A mo di chiusa di questo breve paragrafo, torno a sottolineare il già detto, ovvero che la musica “leggera” ha, nel bene e nel male una sua funzione sociale e socializzante. Da qui in avanti se ne occupino i sociologi.

Passando alla mercificazione della musica e al progressivo istupidimento da me evocato. Questo argomento è legato all’easy listening. Se la musica è concepita solo ed esclusivamente come sottofondo, è chiaro che l’industria punterà a commercializzare solo un certo tipo di prodotti, ovvero quelli meno disturbanti per le orecchie (pigre) delle persone. La passione per Stockhausen (un nome tra molti) non è innata; ma è frutto di conoscenze tecniche (musicali) specifiche e, soprattutto, di un’educazione all’ascolto! Se non ricordo male Barenboim diceva che se ad ogni stagione sinfonica si presentano sempre le stesse musiche, sinfonie di Beethoven, Mozart, Haydn, ecc, il pubblico si impigrisce, le sale si svuotano. Invece, se ogni due, tre, concerti con repertorio classico, si inserisce una composizione moderna e/o contemporanea, il pubblico la prima volta reagisce magari abbandonando la sala, ma pian piano si abitua ad ascoltare anche brani che da principio urtano l’orecchio. Quindi, il mio non è un giudizio negativo in assoluto, quello riguardo all’easy listening e all’industria culturale, ma lo diventa nel momento in cui questo è l’unico metro di giudizio per la pubblicazione e la produzione di musica. Trattandosi di industria punta al guadagno. Questo è un dato di fatto; ed è lampante che certa musica non faccia guadagnare. Quindi, se da un lato la riproducibilità dell’opera d’arte ha dato, almeno in linea teorica, la possibilità a chiunque di accedere al patrimonio culturale, dall’altro è innegabile una sua influenza verso certi standard, verso la creazione di un canone. È vero che al tempo stesso esistono decine di etichette indipendenti che producono musica alternativa, dove con questa parola si indica ciò che non è “mainstream”, ma sono produzioni, queste sì, veramente elitarie.

La musica classica sta morendo! Mi dispiace dover ricorrere ancora una volta ad una citazione, rispolverando un antico testo dalla mia polverosa biblioteca, locata nella torre più alta del mio castello, ma François Fétis sosteneva che quest’urlo disperato, che tante volte s’è levato nella storia della musica, altro non è che un segnale del fatto che la musica sta cambiando. Quindi sì, la musica classica, i musicologi, i musicisti devono cambiare atteggiamento, perdere quella spocchia che li contraddistingue, scendere dall’iperuranio e tornare a vivere in questo mondo. Attenzione però: così facendo si rischia di avviare un processo inverso che porterebbe, questo sì, alla fine della musica classica. Gli addetti ai lavori non devono disprezzare la musica “leggera”, ma devono lavorare affinché la musica “classica” diventi più accessibile e comprensibile a quante più persone possibile. L’espressione «tanto non capisci» deve essere rimossa dal vocabolario degli addetti ai lavori. Colmare il divario tra musica “classica” e musica “leggera” vuol dire aumentare le capacità di comprensione delle persone della prima, non abbassare il livello generale. Detto questo ognuno può poi decidere cosa ascoltare; ma a tutti dobbiamo dare gli strumenti per comprendere le differenze. Le scelte sono una conseguenza di una visione di insieme; non devono essere finte scelte, per cui le mie decisioni avvengono avendo una visione terribilmente parziale.

Concludendo: nessuno vuole screditare la musica di oggi, anche perché la musica di oggi è un bacino talmente vasto che screditarla interamente sarebbe un’impresa titanica. Pedanteria a parte, credo che si debba fare una distinzione di piani. «La musica è musica». Certo, musica è semplicemente un insieme di suoni umanamente organizzati. Tutto è potenzialmente musica; ogni sensibilità musicale va accettata e non ve ne sono alcune migliori di altre. Quindi, se la musica è musica, l’arte è arte, e non tutta la musica è arte. Quindi si può, anzi, si deve distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è. E Rovazzi sarà anche musica, ma non è arte; potrà piacere, ma non è arte; trasmetterà un messaggio, ma non è arte; la ascolteranno milioni di persone, ma non è arte. Un mobile dell’Ikea mi può piacere ed è economico e pratico, ma un mobile fatto da un falegname sarà un pezzo unico e, in alcuni casi, arte. Karl Marx, un altro pensatore dalla lunga barba bianca, interrogandosi sul problema dell’arte scriveva: «[…] la difficoltà non sta nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabile». Questo per dire che il valore artistico di un’opera non diminuisce con il tempo; se Rovazzi, o Rihanna, o chicchessia, tra duemila anni saranno considerati [ancora] artisti, allora sarò pronto a mangiarmi il cappello come Rockerduck ogni volta che viene sconfitto da Paperone. Chiudendo il momento ludico, vorrei lanciare un appello/avvertimento: la musica d’arte, anzi, l’arte tutta, va difesa contro la barbarie che vorrebbe tutto semplice e immediatamente usabile e raggiungibile senza sforzo. E qui concludo con una citazione dal saggio «canone retrogrado» di Maurizio Giani, di cui consiglio vivamente la lettura:

«Dire […] che Beethoven si difende da solo, o che non ha bisogno di difendersi, assume in questo contesto un significato preoccupante. Se davvero la grande arte potesse difendersi da sola, Dresda non sarebbe mai stata distrutta».

Willy Bettoni


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