Perché alle persone piace Rovazzi e non Stockhausen?

In Musica e Altri Mondi by Francesco Bianchi9 Comments

Per quale motivo la musica classica contemporanea viene avvertita come una forma d’arte incomprensibile e criptica? Perché è oggi per la maggior parte del pubblico qualcosa di difficilmente accessibile, che spesso viene rigettata o al massimo ascoltata come qualcosa di eccentrico e stravagante? Si dovrebbe innanzitutto partire da delle considerazioni sociologiche di ciò che è la musica oggi per come essa viene ascoltata ed esperita. Si può dividere la musica che oggi ascoltiamo in una musica common practice, e una musica uncommon practice: la common è la musica che rispetta dei canoni estetici semplici e codificati, dunque da ascoltare sovrappensiero, con leggerezza, e che soprattutto è espressione del sentire e delle aspirazioni più comuni delle persone; la uncommon è invece l’espressione di concetti e sentimenti che sono eccentrici rispetto alla medietà e a volte al linguaggio verbale stesso (per chiarezza possiamo mettere in questa categoria nomi come Paart, Varése, Nono, Madera, Stockhausen).

La musica che oggi viene prodotta noi la ascoltiamo ovunque: nelle pubblicità, nei centri commerciali, nelle discoteche, per radio. Già notando questo possiamo inferire che probabilmente dietro tutto ciò non c’è solamente una genuina e romantica ispirazione del genio dell’artista, ma anche e soprattutto molte fredde analisi di mercato che orientano lo stile musicale in base al target di riferimento. Il sottofondo delle pubblicità serve a sottolineare delle qualità del prodotto che si commercializza, la musica delle discoteche è fatta per stimolare l’eccitazione e l’euforia di chi ascolta, e allo stesso modo vengono scritti pezzi che servono per rilassarsi, altri da ascoltare quando si è innamorati e via dicendo. I sentimenti e i concetti che veicolano non sono però lasciati alla libertà del compositore, ma vengono decisi in modo tale da essere il più possibile rispondenti alle esigenze e alle aspettative del pubblico. Prendete il caso del fenomeno Rovazzi: dei produttori di una casa discografica sulla base di uno studio di mercato hanno  individuato le aree semantiche più sensibili nel pubblico degli adolescenti, hanno scelto un personaggio sconosciuto per promuovere il mix di questi contenuti che sono emersi soprattutto dal web (sono evidenti le loro “fonti”), si sono inventati che tutto ciò è nato dalla bravura di talent scout di J-Ax e Fedez e hanno creato l’artista musicale più in voga del 2016/2017.

La musica uncommon practice è invece quella che non si propone convogliare l’ascoltatore verso un sentimento o un concetto che già possiede, a lui ben chiaro, ma tenta di spingere a esperire lati della realtà in maniera nuova, sovvertendo la codificazione già acquisita della realtà. Per capire un po’ meglio questa distinzione è necessario rifarsi a qualcosa che è sempre stato presente nell’arte, e che oggi è di capitale importanza nella comprensione alla musica contemporanea classica.

La musica, come tutta l’arte, nasce dall’esigenza di esprimere qualcosa, che sia un concetto, un sentimento, un’emozione, un’illuminazione di un attimo, che il discorso verbale non riesce a cogliere. Quando Dante scrive il sonetto “Ne li occhi porta la mia donna Amore” vuole descrivere quello che lui sente quando vede passare la sua donna per strada, una sensazione che lui conosce benissimo e che però non si può riassumere in una proposizione, ma che la poesia riesce invece ad esprimere. Allo stesso modo quando Beethoven scrive l’inno alla gioia ha ben chiaro in mente cosa voglia dire, ma anche in questo caso, solo con la musica la sua espressione riesce ad essere esaustiva di ciò che egli effettivamente prova. Quando dico che ha ben chiaro cosa egli voglia esprimere, mi riferisco al fatto che l’idea di gioia che lui ha contiene in sé aspetti e lati che linguisticamente sarebbero contraddittori: felicità, spavento, amore, timore, grandezza, umiltà, fratellanza, aggressività, religiosità, cose che in un discorso sulla gioia sarebbero impossibili da tenere insieme e che invece è possibile fare con la musica.  E’ come se l’artista dicesse allo spettatore: “Vedi tu questa cosa la chiami solo gioia, ma c’è di più, c’è altro, e io provo a spiegarti questo altro con la musica”

Ecco la musica uncommon nasce proprio da questa esigenza, dal fatto che si vuole proporre all’ascoltatore un’esperienza che gli dia la possibilità di riorganizzare la sua visione del mondo, il suo modo di leggere l’interiorità: la realtà è più complessa e sfaccettata di come normalmente viene descritta e l’arte permette di ampliare la capacità di leggerla. Dunque ciò che è codificato dal linguaggio, dalle forme di vita e dalle pratiche sociali che dipendono da questo, è inutilizzabile per comprendere la musica classica contemporanea, se non come paradigma negativo dal quale è necessario discostarsi. Per poter iniziare ad interagire con questa musica bisogna innanzitutto comprendere, ancor prima del suo linguaggio, la sua intenzione.

In sostanza tutta la musica che viene prodotta dalle case discografiche oggi usa questo metodo “bottom-up”, per il quale il volere e il sentire delle persone sono i principi indiscussi da cui partire per creare ogni brano: la massa è regina indiscussa di questo processo di creazione in cui la parte alta, l’artista, è sottoposto alla pressione del pubblico. Questo scenario implica una diseducazione generale, che genera nell’ascoltatore il meccanismo immediato di volere qualcosa di riconoscibile, codificabile, facilmente fruibile in ciò che ascolta e di rigettare immediatamente ciò che implica una anche minima dose di attenzione e concentrazione. D’altra parte tutta la musica uncommon si produce con l’intento diametralmente opposto: l’arte deve cercare di esplorare forme nuove di espressione, che vadano oltre ciò che è socialmente codificato e che resistano alla globalizzazione dei suoni che uccide le particolarità locali. Ascoltare musica che non si assoggetta ai canoni del mercato significa compiere un gesto che tenta di salvaguardare la libertà sentimentale, perché è l’uomo che prova le emozioni, ma il vocabolario per definirle lo crea l’arte. Se dunque la musica classica contemporanea rimane così ostica ai più, è sì a causa di una sua intrinseca difficoltà concettuale, ma soprattutto a causa dell’uso perverso che oggi l’industria fa della musica in generale. In questo scenario ascoltare un autore contemporaneo di musica classica significa fare un passo indietro rispetto al flusso dei suoni e simboli che quotidianamente ci investono e ci formano ed alzare lo sguardo oltre la ripetizione di ciò che è già noto. Porgersi in ascolto di queste voci altre non è un esercizio di apprendimento o un bell’ascolto, ma è soprattutto un gesto di libertà.

Francesco Bianchi

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Francesco Bianchi

Filosofia e musica mancano costantemente il luogo del loro incontro tanto utopico quanto necessario. Il compito impossibile di trovarlo è il modesto ufficio che in questa rivista ricopro, scrivendo articoli partoriti attraverso impegnativi dialoghi schizofrenici fra me e i miei alter ego, fra cui possiamo ricordare Stavrogin, il barone di Charlus, Adrian Leverkühn, Simon Tanner, Ferdinand Bardamu e Malte Laurids Brigge.