Il Don Giovanni di “Silete Venti!” alla Pergola di Firenze

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Dal 10 al 13 gennaio il Teatro della Pergola di Firenze ha ospitato un nuovo e singolare allestimento del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart che aveva già fatto la sua prima prova al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano il 1° e il 3 dicembre 2016. Finanziatore del progetto nonché scenografo è Barnaba Fornasetti -figlio del multiforme artista Piero Fornasetti- ma l’idea di questa nuova edizione del “Don Giovanni” di Mozart è di Simone Toni fondatore e direttore dell’orchestra “Silete Venti!” specializzata nell’esecuzione del repertorio barocco e settecentesco con strumenti d’epoca. L’intento di Toni è proprio quello di poter ritrovare un contatto autentico con Mozart attraverso l’uso dei mezzi che egli aveva a disposizione e la ricerca di un suono “settecentesco” a cui non siamo più abituati.

Il progetto è estremamente accurato, anzi, quasi filologico nella ricreazione della prassi esecutiva dell’epoca riproposta grazie allo studio approfondito delle fonti che riguardano la rappresentazione praghese del Don Giovanni che viene scelta come punto di riferimento: il direttore d’orchestra si rivolge alla fonte principale dell’opera, l’autografo del 1787, da cui l’edizione viennese del 1788 si distacca per varie interpolazioni ma soprattutto per l’omissione del sestetto finale che muta in parte il significato dell’opera; se nella prima edizione, Mozart chiude con la moraleggiante ma ironica “antichissima canzon” con la quale il teatro si spegne e i personaggi rimasti in scena diventano marionette senza più alcun motivo per rimanervi dato che hanno perduto il loro “eroe”, il polo attrattivo dell’intera azione, nella versione viennese il sipario si chiude sul dissoluto che sprofonda tra le fiamme dell’inferno dando un valore più forte e assoluto alla sua punizione. Toni cerca dunque di ripristinare la versione originale eliminando anche quelle che sono le normali “stratificazioni” dovute al tempo e alla prassi esecutiva dipendete dal variare dell’estetica; la “Silete Venti!” cerca di riproporre un suono diverso da quello gonfio e robusto tipico delle orchestre moderne composte da moltissimi esecutori rispetto al suono secco e più esile dell’esiguo organico settecentesco: la ricerca dei giusti equilibri timbrici data anche dalla posizione degli orchestrali diviene essenziale e Toni propone una disposizione in parallelo diversa dal semicerchio a cui siamo abituati. Inoltre, per questa edizione del Don Giovanni che mira all’autenticità tutti gli strumenti sono d’epoca tranne il fortepiano che è riproduzione fedele fatta costruire appositamente da Fornasetti.

L’esecuzione degli orchestrali della “Silete Venti” guidata da Toni risulta di altissima qualità nella precisione dei fraseggi, nella pulizia del suono grazie alla quale si riuscivano ad apprezzare particolarmente gli sbalzi emotivi e i diversi affetti che si avvicendano per tutta la durata dell’opera. È da considerare anche la difficoltà esecutiva, superata con egregia maestria, di alcune scene come la III dell’atto II in cui Don Giovanni si esibisce nella Canzonetta “Deh, vieni alla finestra!” accompagnato dal mandolino suonato da Raffaele La Ragione fuoriscena, o meglio a cavalcioni di un palchetto della Pergola con il direttore alle sue spalle; espediente simile viene utilizzato per la scena della punizione del dissoluto, con il Commendatore che esegue la sua parte nel buio di un palchetto senza mai mostrarsi e senza troppi aiuti dal direttore.

Dello stesso livello risulta la prova dei cantanti, in particolare, dei ruoli femminili e di Renato Dolcini interprete di Leporello; partendo da Christian Senn, Don Giovanni nelle recite fiorentine, risulta estremamente accurato e convincente a livello vocale, meno in quanto a presenza scenica e recitazione da cui non scaturisce il naturale fascino e la carica erotica che ci si aspetterebbe dal più grande seduttore che l’arte abbia mai inventato. Migliore risulta il Leporello di Dolcini che unisce la sua bravura canora a una più curata presenza scenica anche se, a mio avviso, la sua recitazione era troppo tendente alla parodia e alla comicità mentre il servo di Don Giovanni è un personaggio buffo (mai ridicolo!) specchio imitatore del suo padrone; buona la prova sia del Don Ottavio di André Agudelo che Mauro Borgioni nelle doppie vesti di Masetto e del Commendatore. Passando ai ruoli femminili, si nota una maggiore naturalezza nel canto e nella recitazione, la migliore è senz’altro Raffaella Milanesi nei panni di una disperata Donna Anna, a seguire Lucìa Marìn-Cartòn la cui voce fresca e leggera rende bene la giovinezza poco accorta di Zerlina; a concludere la prova di Emanuela Galli a tratti con poca voce e poco comprensibile nella dizione ma, nel complesso, il timbro caldo della sua voce è riuscito a imporsi in una versione appassionata e un po’ isterica di Donna Elvira.

Passando alla scenografia, Barnaba Fornasetti propone un Don Giovanni onirico e fuori dal tempo come lo è il personaggio stesso, archetipo -insieme a Faust per esempio- della cultura occidentale, sempre attuale e affascinante. Fonasetti decide di prendere spunto da immagini e progetti del padre posizionati su pannelli scorrevoli mossi di continuo dal corpo di ballo mentre sullo sfondo vengono proiettate incessantemente immagini di fiori variopinti, volti di donna, cherubini che rimandano alla sensualità delicata della donna in contrapposizione con la sessualità onnivora del protagonista maschile.  Le luci di Gigi Saccomandi e, in particolare, i costumi di Romeo Gigli ricalcano questa impostazione proponendo in chiave moderna gli eccessi di un settecento ironico e variopinto. Unica macchia di questo spettacolo curatissimo, la regia di Davide Montagna che non ha lavorato molto sulle interazioni tra personaggi che, anzi, risultano monadi scollegate tra loro che cantano fermi immobili sul palco.

 Questa versione del Don Giovanni di Mozart curata fin nel dettaglio a livello musicale attraverso lo studio approfondito delle fonti dell’epoca tra le quali la partitura autografa è un’esperienza preziosa che esula dal tradizionale circuito teatrale poggiandosi sull’ appoggio della moda e del design che ne fanno un’operazione di marketing culturale di altissimo pregio.

Silvia D’Anzelmo

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Silvia D'Anzelmo

Silvia D’Anzelmo, nata a Formia nel 1990, vive tra Itri, Roma e Napoli. Appassionata di musica fin da bambina, studia pianoforte e Teoria e Analisi musicale privatamente. Nel 2014 si laurea in Musicologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e la Lode e da quel momento svolge un’intensa attività di divulgazione musicale attraverso lezioni concerto per conto dell’Accademia di Santa Cecilia; collabora con varie istituzioni come la “IUC: Istituzione Universitaria dei Concerti” e il Fondi Music Festival per le quali cura le note di sala; inoltre, da circa un anno si dedica alla scrittura di libretti per CD classici e collabora con vari magazine come “Zero”, “La gazzetta musicale” d’Italia, il “Corriere Musicale” per la presentazione e recensione di spettacoli.