Guardare l’opera: “Così fan tutte di Mozart

In Recensioni by Aurora Tarantola0 Comments

“Così fan tutte, ossia la scola degli amanti” è l’ultima delle cosiddette tre sorelle mozartiane: infatti insieme a “Le nozze di Figaro” e a “Don Giovanni” compone la triade buffa nata dalla celeberrima collaborazione tra W.A.Mozart e il librettista Lorenzo Da Ponte. Dopo il clamoroso successo delle altre due opere sopra citate, l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, che fu da sempre accanito sostenitore e sempre entusiasta del lavoro del giovane e stravagante compositore, gli commissiona “Così fan tutte”, che viene messa in scena e diretta dallo stesso Mozart il 26 gennaio 1790 presso il Burgtheater di Vienna.

Ci troviamo nel periodo della sua stabile permanenza nella capitale asburgica (1781-91), dove ormai godeva di grande fama e la sua figura di libero professionista era ben consolidata anche a livello europeo. In realtà, prima di comporre “Così fan tutte” Mozart avrebbe intrapreso un viaggio nella Germania del nord, che però si rivelò infruttuoso e lo portò probabilmente ad avere una fase depressiva una volta tornato a Vienna, visto il suo calo produttivo e la crisi del rapporto con il pubblico, proprio nel 1790. Della genesi dell’opera sappiamo molto poco: dai carteggi e dai documenti di Mozart e Da Ponte, in genere molto ricchi, non si hanno grandi notizie. Certamente però ci è arrivato il fatto che il libretto fosse stato scritto in origine per Salieri, altro compositore attivo a Vienna, grazie al ritrovamento degli autografi dei suoi primi due terzetti dell’opera.  Dopo la sua rinuncia per ignote ragioni, il compito fu affidato a Mozart.

“Così fan tutte” non  riscosse lo stesso successo delle “Nozze” e di “Don Giovanni”, sia a causa della crisi con il pubblico già citata, ma anche perché l’argomento affrontato era considerato piuttosto licenzioso. Infatti il compositore mostra di preoccuparsi poco dei gusti del pubblico viennese, scrivendo opere con temi lontani rispetto al gusto di quel periodo, legato ancora alle storie di eroi storici e nobili, in stile metastasiano.

Per tutto l’Ottocento, secolo dell’ascesa della borghesia e della sua morale, l’opera fu attaccata, definita come non degna del compositore, o nel migliore dei casi ignorata.  Il suo successo infatti è tutto novecentesco: fu Richard Strauss a metterla in scena a Monaco nel 1897, compiendo una vera e propria azione di riscoperta e riabilitazione mai fatta prima. Da quel momento moltissimi studiosi si adoperarono per analizzare l’opera e cercare fonti letterarie a cui Da Ponte possa essersi ispirato.  Spuntano nomi come Ariosto (è presente il tema della naturale infedeltà del genere femminile ne “L’Orlando furioso”) e Salieri (nella sua opera “La grotta di Trofonio” è messa in scena uno scambio di coppie con dinamiche molto simili a quelle che troviamo nell’opera mozartiana), fino ad arrivare addirittura al mito greco, con la leggenda di Cefalo de Procri; e ancora rimandi ai libretti goldoniani.

Ma per capire meglio tutti questi accenni, veniamo all’illustrazione della trama.

L’opera si presenta in due atti ben calibrati tra loro e costruiti schematicamente. Al loro interno si muovono solo sei personaggi: due sorelle, dame ferraresi Fiordiligi e Dorabella, i loro rispettivi promessi sposi Guglielmo e Ferrando, Don Alfonso un amico dei due giovani e la domestica delle sorelle Despina. L’azione si articolerà nel tempo si un solo giorno (come volevano le convenzioni teatrali del tempo) nella città di Napoli.

Il primo atto presenta da subito i tre personaggi maschili: Guglielmo e Ferrando, giovani e irruenti ragazzi discutono animatamente con l’amico Don Alfonso, uomo più anziano ed esperto, che si considera un saggio conoscitore dell’animo umano. L’argomento è, come spesso accade in queste occasioni, il gentil sesso: in particolare le fidanzate dei due ragazzi, di cui questi lodano la fedeltà e la purezza d’animo nel terzetto d’apertura “La mia Dorabella capace non è”.  Don Alfonso, con il suo tipico disilluso cinismo che cogliamo fin da subito cerca di far ragionare i due, mettendo in dubbio le loro affermazioni e definendole inguenuità, nel secondo terzetto “E’ la fede delle femmine come l’araba fenice”.  A questo punto Gugliemo e Ferrando, indignati e offesi, propongono di battersi a duello con il vecchio per difendere l’onore delle due fanciulle. Invece Don Alfonso propone loro una scommessa: se entro un giorno le ragazze si dimostreranno infedeli, si intascherà 100 zecchini; in caso contrario sarà lui a pagare. Il furbo filosofo imporrà inoltre che i due giovani dovranno fare tutto quello che dirà nelle 24 ore successive, al fine di dimostrare la sua teoria. I due accettano e la scena si conclude con l’ultimo terzetto “Una bella serenata”.

Lo scenario cambia: ci troviamo nel giardino di Dorabella e Fiordiligi, che sono intente ad ammirare i ritratti dei loro promessi sposi, cantando adoranti il dolcissimo duetto “Ah, guarda, sorella”. Arriva subito dopo Don Alfonso che inizia a sviluppare il suo inganno: mostrandosi molto addolorato comunica alle due sorelle la chiamata alle armi (ovviamente falsa) arrivata per i loro uomini, che dovranno partire subito. L’incontro tra le due coppie di amanti (quintetto “Sento, oddio, che questo piede”) assume toni strazianti e languidi. Dopo l’entrata del coro, che inneggia alla bellezza e della vita militare, gli innamorati prolungano il loro addio con il quintetto “Di scrivermi ogni giorno”, suscitando l’ilarità del vecchio filosofo. Con il terzetto “Soave sia il vento” Dorabella, Fiordiligi e Don Alfonso augurano buon viaggio ai due militari, concludendo la scena in un’aria sospesa e commossa.

Ci spostiamo dentro l’abitazione delle fanciulle, dove per la prima volta conosciamo l’ultimo personaggio dell’opera: la servetta Despina. Si mostra da subito spigliata e vivace; mal sopporta inoltre i lamenti delle padrone e consiglia loro con la sua prima aria “In uomini! In soldati sperare fedeltà” di dimenticare presto gli amanti, affermando che gli uomini sono tutti uguali e non sono degni di fiducia. Quasi per affermare la vicinanza di visione della servetta con quella di Don Alfonso, entra in scena proprio l’amico dei giovani, proponendo a Despina una lauta ricompensa in cambio del suo aiuto ad introdurre due giovani venuti a consolare le padrone. Questi sono proprio Guglielmo e Ferrando, travestiti di tutto punto, tanto che neanche Despina li riconosce; entrano in scena presentandosi come nobili albanesi vestiti in modo stravagante e “orientaleggiante”. Ciò provoca le ire delle due fanciulle, che non vogliono proprio saperne di quegli inaspettati ospiti e si mostrano incuranti delle loro dichiarazioni d’amore. È Fiordiligi la più dura: la sua aria “Come scoglio immoto resta” è l’emblema della sua presunta fermezza d’animo, fedeltà e bisogno di rispetto. Guglielmo tenta comunque di sedurle, giocando la carta delle dolci e lusinghiere parole, che invitano le fanciulle a non essere così rigide e implacabili: canta l’aria “Non siate ritrosi, occhietti vezzosi”. Il risultato che ottiene è l’uscita indignata di Dorabella e Fiordiligi. I due giovani sentono di avere la vittoria in mano, ma Don Alfonso li ammonisce di nuovo (terzetto “E voi ridete”). L’episodio si conclude con l’aria di Ferrando “Un’aura amorosa del nostro tesoro”, piena di speranza nella futura vincita della scommessa.

Arriviamo qui al finale del primo atto “Ah, che tutta in un momento”. Le due ragazze sono sedute in giardino a lamentarsi della loro infelicità, quando irrompono gli “albanesi” che fingono di avvelenarsi con dell’arsenico nel tentativo di avvicinare le ragazze, che in effetti si addolciscono. Entra allora Despina travestita da dottore e guarisce i giovani che chiedono un bacio alle sorelle, che però indignate se ne vanno.

Despina apre il secondo atto con la sua celeberrima aria “Una donna a quindici anni” dove ribadisce il consiglio che vorrebbe dare alle sue padrone: quello di essere più furbe, spigliate e di non lasciarsi scappare l’occasione. Suggerisce inoltre di dire in giro, per non far nascere voci sconvenienti, che i due sono in casa loro per vedere lei. Dorabella è la prima ad essere stuzzicata dalla cosa, semplicemente per non morire di tristezza e alla fine trascina anche la sorella con la quale decide come “spartirsi” i due ragazzi. Fiordiligi prenderà Ferrando e Dorabella Guglielmo (duetto “Prenderò quel brunettino”), dando vita così inconsapevolmente allo scambio delle coppie.

Entra a questo punto Don Alfonso che convince le fanciulle a recarsi in giardino, dove aspettano i due spasimanti per cantare loro una serenata (duetto con coro “Secondate, aurette amiche”). In questo frangente si rende palese come Don Alfonso e Despina stiano manovrando i quattro giovani: parlano al posto loro e li spingono letteralmente l’una nelle braccia dell’altro; cantano il quartetto “La mano a me date”. Assistiamo qui al primo duetto d’amore “Il core vi dono”: Dorabella è la prima a cedere allo spasimante Guglielmo che le regala un ciondolo a forma di cuore da mettere al posto del ritratto di Ferrando. Fiordiligi invece resiste ancora alle lusinghe del suo seduttore, che ubbidisce e la lascia sola. A questo punto, la fanciulla confessa il suo tormento, poiché si sente divisa tra l’attrazione che prova per il nuovo spasimante e l’affetto per Guglielmo e canta la sua aria “Per pietà, ben mio, perdona”.

Ora i giovani si incontrano con Don Alfonso per fare il punto della situazione: Guglielmo è contento perché ha saputo della fedeltà della sua amata, ma allo stesso tempo si trova in difficoltà nel raccontare all’amico il cedimento di Dorabella. Mentre Ferrando si dispera, Don Alfonso gli chiede i soldi che gli spettano e Guglielmo canta un’aria di invettiva contro le donne “Donne mie le fate a tanti” (se vogliamo, paragonabile a quella di Figaro nelle sue Nozze). Segue l’aria di lamento dell’altro giovane, profondamente scosso dalla recente scoperta (“Tradito, schernito”).

Si passa adesso nella camera delle due ragazze: Fiordiligi si mostra ancora tormentata, mentre Dorabella cerca di convincerla a cedere, proprio come ha fatto lei (“E’ un amore ladroncello”). La sorella di contro si mostra determinata nella sua posizione e decide di raggiungere in guerra il suo amato. Irrompe però Ferrando che insiste, le parla con parole intense e dolci, dalle quali Fiordiligi viene completamente sedotta e si concede al ragazzo, cantando con lui il secondo duetto d’amore “Tra gli amplessi in pochi istanti”.

Guglielmo, che ha assistito nascosto alla scena con Don Alfonso, è furente. Una volta soli i tre uomini discutono sul da farsi: i due fumanti ragazzi si confrontano su come farla pagare alle ragazze, mentre Don Alfonso fa loro un’insolita proposta: quella di sposarle. Dice infatti che, visto che si è appurata la natura mobile delle donne, tanto vale tenersi queste piuttosto che cercarne altre che avranno comunque lo stesso comportamento. Conclude il discorso con la sua aria “Tutti accusan le donne, ed io le scuso”, dove espone la morale dell’opera: così fan tutte.

Siamo arrivati al finale “Fate presto cari amici”. Le sorelle alla fine accettano di sposare i due albanesi e le nozze hanno subito luogo. Mentre Dorabella e Fiordiligi firmano i documenti del contratto matrimoniale si sente da fuori il coro militare del primo atto, e Don Alfonso annuncia il repentino ritorno dei loro ex promessi sposi. I due albanesi fingendo di nascondersi tornano in scena come Guglielmo e Ferrando che, vedendo il contratto matrimoniale firmato, si scagliano con parole molto dure contro le fanciulle. A queste infine non resta che confessare, per poi scoprire subito dopo che i loro ex fidanzati sono proprio gli albanesi con cui hanno appena brindato. L’ultima battuta spetta a Don Alfonso, che riconcilia le coppie e le invita a sposarsi. Nel libretto non è chiaro se si ricompongono le coppie iniziali oppure quelle invertite, ma del resto nell’ottica della morale del saggio filosofo e poi dell’intera opera, ciò non ha importanza.

“Così fan tutte” nonostante i numerosi elementi di continuità con le sue sorelle, si mostra unica e colma di particolarità e caratteristiche mai incontrate prima nel repertorio mozartiano e più in generale del settecento.

L’elemento più evidente ma anche quello più controverso e studiato è l’uso della parodia: è facilmente individuabile grazie alle numerosissime citazioni e rimandi da fonti illustri. “E’ la fede della femmine come l’araba fenice” viene da Metastasio, lo stesso nome di Fiordiligi è usato da Ariosto e la sua aria “Come scoglio” sembra derivare direttamente da L’Orlando Furioso; troviamo continui rimandi a convenzioni e temi ricorrenti dell’opera seria del settecento (come la finta scena dell’avvelenamento) insieme ad espressioni usate molto spesso nelle ampollose e magniloquenti dichiarazioni d’amore. Ciò che viene preso di mira sia da Da Ponte che da Mozart sembra essere quindi lo stile dell’opera seria, ormai granitico e obsoleto. Alcuni studiosi hanno addirittura ipotizzato che si possa parlare di metateatro, di un’opera sull’opera. Sorge di conseguenza un problema: come possiamo distinguere i momenti parodici e i momenti veramente seri? Ci sono dei passaggi in cui l’ironia della situazione è esplicitata e altri in cui è celata, potrebbe esserci come non esserci. Questa ambiguità è data dal fatto che, come afferma Joseph Kerman, mentre Da Ponte probabilmente scrisse tutta l’opera come una parodia, Mozart invece alcuni momenti li ha presi molto sul serio. Per esempio il duetto d’amore di Ferrando e Fiordiligi, se semplicemente letto, può essere interpretato parodisticamente. Mozart invece attraverso la musica rende il duetto coinvolgente e profondo, mostrando la sincera interiorità dei personaggi.  O ancora nel terzetto d’addio del primo atto “Soave sia il vento”, nonostante la situazione sia fittizia, il tono si fa solenne e commosso, tanto che anche Don Alfonso ne sembra davvero coinvolto. Nonostante numerosi tentativi di dare una tesi convincente e definitiva alla questione, questa appare tutt’ora molto controversa.

Un’altra particolarità di “Così fan tutte” è la sua costruzione geometrica. Partendo dall’analisi della trama, passiamo dire infatti che tutto è presentato come se fosse una tesi da dimostrare (cioè quella di Don Alfonso, esposta all’inizio del primo atto), rendendo lo spettatore consapevole di ciò che succede ed eliminando qualsiasi colpo di scena (gli sviluppi e gli squilibri infatti sono creati ad arte da Don Alfonso, nulla accade spontaneamente). La simmetria studiata è evidente anche nella scelta dei personaggi: tre uomini e tre donne, divisibili in coppie per intenti e rapporti. Nel corso della vicenda però si creeranno delle asimmetrie con il fine di far progredire la vicenda, mano a mano che i personaggi ci vengono presentati. Per esempio Despina, anche se è complice di Don Alfonso, non agisce con le stesse conoscenze e consapevolezze del filosofo; emerge inoltre la differenza tra le due sorelle: Fiordiligi si dimostra di animo più profondo e appassionato (canta arie più lunghe e musicalmente più complesse) mentre Dorabella è più ostinata e frivola. Lo stesso discorso va fatto per i loro amanti: Ferrando è un vero e proprio tenore “amoroso”, mentre Guglielmo è forse quasi più sempliciotto ed istintivo. Alla luce di queste considerazioni è interessante notare come le coppie scambiate (Fiordiligi-Ferrando e Dorabella-Guglielmo) siano senza ombra di dubbio meglio assortite di quelle iniziali; non a caso gli unici duetti d’amore sono affidati proprio a queste, anche per un fatto di vocalità (soprano-tenore e mezzosoprano-baritono). 

“Tra gli amplessi in pochi istanti”  è senza dubbio il più significativo dei due:  anticipato e preparato da una serie di arie e recitativi intricati, rappresenta il momento di maggior tensione drammatica. Fiordiligi è ormai ferma nella sua volontà di raggiungere l’amato in battaglia ed è vestita da militare, pronta a partire. Ma l’arrivo di Ferrando e il modo in cui le parla la distaccano progressivamente dalle sue convinzioni: le sue promesse sembrano colpirla nel profondo. In questo frangente è evidente come questo percorso nell’animo della fanciulla sia reso esclusivamente dal genio mozartiano: Da Ponte infatti scriverà tutto il duetto in modo uniforme, in ottonari. Mozart invece articola l’incontro indicando ben cinque diverse indicazioni di tempo: Adagio-Con più moto-Allegro-Larghetto-Andante. La progressiva accelerazione nelle prime tre sezioni ci trasporta nel momento culminante del duetto (Larghetto), dove la fanciulla crolla sopraffatta; infine l’abbraccio si consuma dell’Andante finale. Oltre agli archi, ai fagotti e ai corni, Mozart inserisce gli oboi, veri protagonisti: questi infatti accompagnano ed ampliano la frase “Idol mio più non tardar”, responsabile del definitivo cedimento di Fiordiligi e della tanto sospirata unione dei due ragazzi.

Dal punto di vista prettamente musicale ci sono altri diversi punti da analizzare. Quello che risalta per primo è l’uso dei motivi tematici ricorrenti, che Mozart presenta nella prima parte dell’opera e che poi farà ricomparire mano a mano all’ occorrenza. Il più evidente e soprattutto il più ricorrente è la frase musicale del motto dell’opera. Così fan tutte. È presentato fin da subito nell’Ouverture: appare per la prima volta nell’introduzione, per poi tornare più volte già nel presto della stessa ouverture. È semplicemente costituito da 5 note, che compongono una cadenza, un semplice giro di Do (anche allora usatissimo, come se Mozart volesse dirci “così fan tutti”). Questo ritornerà in vari momenti nei bassi durante tutta l’opera, fino a che Don Alfonso nella sua ultima aria lo canterà, esplicitandone definitivamente il significato.

Un ulteriore punto, che rende l’opera un passo più avanti rispetto alle “Nozze di Figaro” e al “Don Giovanni”, è l’esplicita volontà di una maggiore continuità musicale. È notevolmente incrementato l’uso del recitativo accompagnato, che evita la solida divisione in blocchi che ci può tramettere in recitativo secco; insieme ad un notevole uso di concertati e pezzi d’insieme, spesso consecutivi (si vedano i tre terzetti iniziali) che rendono coese le situazioni e danno l’opportunità ai personaggi di esprimere i loro diversi stati d’animo simultaneamente; oppure ancora numerosi sono i casi in cui dal recitativo secco si passa direttamente a quello accompagnato in modo fluido e musicalmente coerente; infine il mantenimento della stessa atmosfera ( data dal ritmo, dalla tonalità e dalla strumentazione) del recitativo nel pezzo concertato, come per esempio avviene tra “Di scrivermi ogni giorno”(pseudo quintetto, nato come recitativo) e il terzetto seguente “Soave sia il vento”.

Infine una delle grandi differenze è l’orchestrazione. Mozart usa i fiati per caratterizzare essenzialmente i personaggi e le dinamiche tra di essi: i clarinetti rappresentano le due sorelle, gli oboi gli uomini, mentre i flauti vengono usati in modo complementare a questi in alcuni pezzi d’insieme; Don Alfonso, nel suo ruolo di filosofo e portatore di morale, è accompagnato dagli archi. Il compositore procede inoltre con due esperimenti: i corni solitamente strumenti-collante in molti casi sono assenti e vengono sostituiti dalle trombe, creando un vero e proprio travestimento ( il quale del resto è uno dei temi cardine di tutta l’opera). Il secondo consiste nella maggiore presenza delle viole rispetto al solito, facendo da collante al posto dei corni.

Ciò che ne risulta è un’opera amaramente comica, destabilizzante, complessa e a tratti straniante. La già citata ambiguità porta forse ad anticipare un tema tutto novecentesco, cioè difficoltà nell’individuare la linea di confine tra finzione e realtà, dando la possibilità agli spettatori di interrogarsi sulla loro vita quotidiana, sulle loro maschere e ipocrisie. La morale per giunta è esplicitamente pessimista: non c’è possibilità di miglioramento e di redenzione per l’essere umano, uomo o donna che sia.  Così fan tutti. Ingannano, sono poco affidabili, deludono,si prendono gioco del prossimo, affrontano le cose con superficialità, sono venali e pieni di amor proprio. Cosa c’è di più attuale di questo? In fondo forse Mozart e Da Ponte avevano ragione: gli uomini non cambiano mai.

Aurora Tarantola

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