Guardare l’opera: I puritani di Bellini

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Nell’ottobre del 1833, Vincenzo Bellini giunge a Parigi, per comporre quella che sarà la sua ultima opera: I Puritani, dal dramma Tetes rondes et Cavaliers di Jacques François Polycarped Ancelot e Joseph Xavier Boniface, a sua volta ispirato a un romanzo di Walter Scott, che andranno in scena presso il Théâtre de la comédie italienne di Parigi il 24 gennaio 1835.
Gioachino Rossini, che da qualche anno si era ritirato dall’agone operistico, abitava a Parigi ed abilmente muoveva da dietro le quinte le leve teatrali, cosicché chi avesse voluto trionfare, avrebbe dovuto richiedere ed ottenere la sua protezione. Bellini lo riteneva un poco ostile nei suoi riguardi, come ci testimoniano delle lettere dell’epoca, in cui non risultano giudizi lusinghieri sul Pesarese (“[…] Egli è davvero un mio nemico […]), il quale abitava in un appartamento, situato al quarto piano del Théâtre. Il Bellini, appena arrivato in Francia, dovette recarsi dal Rossini, per porgere il suo saluto, al quale il Pesarese corrispose con un tono di fredda convenienza. Il Catanese dette retta anche ad alcune voci, secondo le quali spesso il Rossini aveva ridicolizzato le sue composizioni; l’autore de I Puritani non si diede animo di approfondire la veridicità di tali affermazioni, accettandole per sincere.
Egli affittò un modesto appartamento al Boulevard des Italiens, il pianoforte e poche sedie bastavano ad occupare la stanzetta, che fungeva da studiolo e da salotto. Informò lo zio Ferlito della sua nuova vita parigina, in una lettera del 23 ottobre 1833:
“…Dunque giunto subito in Parigi, fui presentato dall’ambasciatore d’Inghilterra, ch’io avevo conosciuto a Londra, a quanto di più distinto si trova a Parigi, ai ministri di Francia, a tutti gli ambasciatori, e a tutte le prime famiglie che venivano in casa dell’ambasciatrice; in conseguenza in una sola sera conobbi quanto potea tornarmi di più utile ed onorevole.
Nell’istesso tempo feci la conoscenza dei primi artisti in musica, in pittura ecc. ecc. e di molti letterati. Ora mi trovo diffuso in tutte queste case, e non passa settimana che non sono a pranzo da qualche ministro; specialmente il ministro dell’interno e quello del commercio e travaux publiques mi vogliono un bene pazzo. […] In una parola la mia considerazione è stabilita: tutti mi amano personalmente, perché tutti dicono essere io buono, distinto e d’una tenuta signorile. […]”.
Frequentò il salotto della principessa Belgioioso, che ospitava scrittori come Victor Hugo, Alfred de Musset, George Sand, Alexandre Dumas, Heinrich Heine; musicisti come Chopin e Liszt; ma il posto d’onore spettava agl’italiani: il Gioberti, Tommaseo, Terenzio Mamiani, Carlo Pepoli.
Bellini entrò in amicizie con grandi e spiccate personalità della cultura e dell’arte, ma la conoscenza, che riuscì più gradita, fu quella di Luigi Cherubini, allora direttore del Conservatorio di Parigi, musicista insigne, che nelle sue opere riassumeva la dottrina del classicismo e lasciava adito alle più sane correnti dell’espressione romantica; era uno dei pochissimi musicisti, davanti al quale lo stesso Beethoven piegava la testa in senso di rispetto e che il mondo musicale venerava come custode della tradizione di tutto un secolo.
Nel mese di maggio 1834, il bisogno di lavorare e il desiderio di vivere in un ambiente calmo, lontano dai rumori della capitale, gli fece accettare l’ospitalità dell’inglese M. Lewys, suo amico, il quale abitava a Puteaux, delizioso sobborgo presso Parigi.
Essendo in rotta col “suo” librettista, Felice Romani, il Maestro accettò un libretto, scrittogli dal conte Carlo Pepoli (conosciuto in casa Belgioioso), distinto letterato, cui Leopardi aveva fatto l’onore di rivolgere uno dei suoi Canti, il quale non aveva alcuna esperienza di teatro.
Il 26 maggio 1834, Bellini scriveva all’amico Francesco Florimo: “.. mi trovo in campagna, vicino a Parigi, a mezz’ora di cammino. Sono bene alloggiato in casa d’un mio amico inglese. Scrivo senza disturbi alcuno e spero così di finire con più cura la mia opera […]. Pepoli lavora, e mi costa assai fatica il portarlo innanzi; la pratica gli manca, ch’è gran cosa…”.
Bellini desiderava “naturalezza e niente più”, assai difficile per Pepoli, imbevuto com’era di regole e precetti di estetica! Pepoli sapeva verseggiare in modo forbito, si dimostrava un abile manipolatore di parole, un intelligente costruttore d’immagini e di frasi da inserire nell’ambito stretto e asfittico di un numero di sillabe e strofe.
Purtroppo, tutto ciò non bastava, poiché i versi del melodramma seguono prima di tutto un’azione scenica e servono, al fine di sollecitare, commentare, sottolineare la musica, che predomina; in altre parole, il libretto doveva essere solo un mezzo e non un fine, attraverso il quale giustificare la presenza della musica, che avrebbe dovuto “piangere, inorridire, e morire cantando” i personaggi di un’azione scenica; farli vivere sulla scena attraverso il canto e la musica, manifestando così la loro vita spirituale. Bellini sapeva che “Il buon dramma per musica è quello che non ha un buon senso”, perché il melodramma è spesso illogico, convenzionale, per cui: “Se gli artifizi musicali ammazzano l’effetto delle situazioni – dimostra Bellini – peggio fanno gli artifizi poetici in un dramma per musica; poesia e musica per fare effetto, richiedono naturalezza e niente più: chi esce da questa regola è perduto, e alla fine avrà dato alla luce un’opera pesante e stupida che solo potrà piacere alla sfera dei pedanti; mai piacerà al cuore, poeta che riceve subito le impressioni delle passioni. E se il cuore è commosso – conclude il musicista – si avrà sempre ragione”.
Il 4 agosto dello stesso anno: “Se tu sapessi che ho sofferto e soffro per fare andare innanzi Pepoli è incredibile…”.
Alla fine di agosto, Rossini era a Parigi, così i primi giorni di settembre il Bellini si recò dal Pesarese, per informarlo a che punto era arrivato nella composizione dell’opera, il cui titolo sarebbe stato I puritani.
L’obiettivo era chiaramente un altro nella testa del Catanese: prendere contatti con quello che considerava il suo “nemico”; iniziare a frequentarlo, col fine di far crollare ogni residua resistenza, trasformandolo in un amico e protettore affettuoso. Dopo quei primi colloqui, Bellini si accorse che in Rossini non c’era alcuna prevenzione:

“Mi ha ricevuto assai bene – racconta al Florimo – mi ha raccomandato di farmi onore. E’ rimasto contento dello stato in cui mi ha trovato con l’opera”. Ed ancora: “Sento che dice bene di me. […] Ha detto a Pepoli che gli piace il mio carattere aperto e che devo sentire profondamente come l’esprime la mia musica…”

La composizione dell’opera intanto procedeva; Pepoli si era oramai impadronito della forma richiesta dal libretto del melodramma e componeva versi, che il musicista accettava senza troppe discussioni.
Dopo un mese, annunciava di aver terminato il Primo atto “ e del secondo resta a fare un terzetto e la stretta del finale: del terzo, un duetto e l’ultima scena: figurati ho ancora tre mesi; quindi sarò a tempo di toccare e ritoccare”.
Il 21 settembre, sempre al Florimo: “… l’ho poi istrumentato d’una accuratezza indescrivibile che ogni pezzo che finisco guardandolo provo una grandissima sodisfazione… Il primo atto toltone due pezzi è tutto strumentato, del secondo ho strumentato tutto quello che ho posto in carta…”.
Il duetto finale del Secondo atto “Suoni la tromba, e intrepido” fu particolarmente curato dal Compositore e rielaborato più volte, prima di arrivare a dare una stesura definitiva ed una sicura collocazione all’interno della Composizione.
Il Pepoli desiderava che il duetto fosse posto a chiusura dell’introduzione del primo atto, dopo la preghiera. Bellini decise che la collocazione non fosse giusta e pensava d’inserirlo dopo la Tempesta del Terzo atto. Non convinto di questa nuova posizione all’interno del Melodramma, trovò, finalmente, la sua definitiva collocazione al centro del secondo atto, quando i due bassi, sentendosi accomunati da un solo amore supremo – quello per la patria – sciolgono un canto alla patria libera da ogni tirannica oppressione, declamando versi che inneggiano alla libertà: “Il duetto è venuto magnifico e lo squillo delle trombe farà tremare di gioia i cuori liberi che si troveranno in teatro”.
Il Bellini si premurò (com’era consuetudine per l’epoca) di far ascoltare ciò che aveva composto anche agl’interpreti, che rimasero incantati.
La sua maggiore soddisfazione gli proveniva dal Rossini, che approvava, in modo sempre più sincero, il lavoro svolto e gli manifestava benevolenza sempre più schietta e vera, conducendolo, consigliandolo nella composizione dell’opera, essendo uno dei primi a ricevere il privilegio di ascoltare per primo l’assieme dei solisti. Così Bellini scrive a Florimo: “Rossini mi ama assai, assaissimo, dice a tutti molto bene di me.”
Il 14 dicembre 1834, Bellini consegna la partitura dei Puritani a Rossini, accompagnandola con un biglietto: “Eccovi il mio povero lavoro terminato, che vi presento, sommo maestro mio; fate di esso il meglio che vi aggrada: togliete, aggiungete, modificate il tutto, se lo credete, e la mia musica guadagnerà sempre”.
Il 5 Gennaio 1835, iniziano le prove; l’effetto prodotto sull’orchestra, sui cantanti fu straordinario. “I cantanti e l’orchestra non hanno fatto che applaudire… anche i direttori sono contenti…[…] La musica mi fa un effetto mirabile: ho strumentato come un angiolo e ne ho sentito tutto l’effetto: una melodia nutrita di armoniose consonanze che ti fa un bene all’anima”. Le prove durarono quindici giorni, sempre più serrate e laboriose, sia per le tante difficoltà, che via via si presentavano agl’esecutori, sia per le precise e puntigliose esigenze del Compositore. Alle prove spesso assistette Rossini, al quale si deve il prezioso consiglio di divedere l’opera in tre atti, chiudendo così il secondo con il duetto dei due bassi, il cui effetto era ritenuto irresistibile. La prova generale ebbe luogo il 20 Gennaio e vi assistettero molte persone.

“La musica è stata trovata bellissima – si affretta a scrivere il Catanese all’intimo amico, Francesco Florimo – Tutta l’alta società, tutti i grandi artisti e quanto si trovava di più distinto in Parigi era al teatro entusiasmato; e chi mi abbracciava di qua e chi mi baciava di là, non escluso il mio carissimo Rossini che veramente, ora, mi ama come un figlio”.

La sera del 24 gennaio 1835 furono rappresentati I Puritani e la serata assunse un interesse eccezionale. Aristocrazia, politica, lettere, scienze, arti, si erano dati appuntamento: un successo entusiastico, indescrivibile; innumerevoli i bis e Bellini dovette presentarsi al proscenio una trentina di volte.
Subito dopo la prima, il Catanese informò l’amico Florimo: “[…] Io non trovo parole per descriverti lo stato del mio cuore. Sabato è andata finalmente in scena l’opera mia, e l’effetto, sebbene corrispose a quello della prova generale, pure riuscì inaspettato. Tutto il teatro fu costretto a piangere… Tutti i Francesi erano diventati matti; si fece un tal rumore, tali gridi, che essi stessi erano meravigliati di essersi talmente trasportati. Il pubblico m’ha chiamato a comparire sul palcoscenico e Lablache ha dovuto, per così dire, trascinarmi fuori la scena, e quasi barcollante mi presentai al pubblico che gridò come un pazzo. Tutte le donne sventolavano i fazzoletti e tutti gli uomini agitavano in aria i loro cappelli. […] Io sono tremante dell’impressione che tal successo ha fatto sul mio morale e fisico. […]”.

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Immagine tratta dall’allestimento del MET per la stagione 2016/2017

La cronaca, che egli stesso si è preoccupato di raccontare al Florimo, risulta poi dai giornali dell’epoca: applausi scroscianti dopo ogni singolo pezzo; applauditissimo tutto il primo atto ed il terzo; il secondo registrò un vero trionfo. Il pubblico fu “costretto a piangere” nella scena della pazzia, che Giuditta Grisi “cantò ed agì come un angiolo”, ma l’apice dell’entusiasmo venne raggiunto dopo il duetto dei due bassi. “Tutti i francesi erano diventati matti – racconta il Bellini – si fece un tal rumore, tali gridi che essi stessi erano meravigliati di essersi talmente lasciati trasportare; ma dicono che la stretta di tal pezzo attacca i nervi di tutti, e veramente sarà così perché tutta la platea all’effetto di tale stretta si è alzata in piedi, gridando, tornando a gridare, in una parola mio caro Florimo, è stata una cosa inaudita, ed è da sabato sera che Parigi ne parla attonita”.
Alla terza rappresentazione, il Re Luigi Filippo, incoraggiato da ministro Thiers, andò sul palcoscenico e consegnò a Bellini la Legion d’onore. Qualche giorno dopo anche il Re Ferdinando di Napoli mandava al musicista la nomina di cavaliere.
L’opera era stata accolta con un entusiasmo, che raggiunse il delirio e l’opera contò ben diciassette repliche; “cosa inaudita in Parigi – commentò il Musicista – ove il pubblico, per natura volubile, non soffra nei sei mesi dell’intera stagione, che un’opera venga ripetuta più di sei volte”.
Esecutori furono Giulia Grisi, Giovan Battista Rubini, Luigi Lablache e Antonio Tamburini, quattro vere star delle scene liriche del tempo: Elvira fu la Grisi. In un primo momento, il Compositore aveva pensato di scrivere la parte della protagonista per la celeberrima Maria Malibran, di cui era follemente innamorato; costei, al fine di evitare guai col marito, non volle prendere parte al progetto.

Il contesto storico dell’opera è costituito dalla guerra civile inglese (1645 – 1649) tra i Puritani, guidati da Cromwell e gli Stuart, guidati dal re Carlo, nel XVII secolo, all’interno del quale s’intrecciano i contrastati sentimenti amorosi dei personaggi principali: Elvira, Arturo e Riccardo.
Nel castello di Plymouth, retto dal governatore puritano Lord Gualtiero Valton, fervono i preparativi per le nozze del cavaliere Sir Arturo Talbo con Elvira, la figlia del governatore, che era stata precedentemente promessa in sposa al capitano dell’esercito puritano Sir Riccardo Forth, il quale è disperato poiché a lui è stato preferito un suo nemico politico.
Giorgio Valton, zia di Elvira, comunica alla nipote che suo padre, Lord Gualtiero, ha acconsentito che si celebri il matrimonio con Arturo. Gli abitanti del castello si riuniscono, al fine di dare il benvenuto allo sposo, mentre Lord Gualtiero, papà della sposa, annuncia che non potrà prendere parte al lieto evento, perché deve condurre a Londra una prigioniera, che è in attesa di essere processata. La prigioniera viene riconosciuta da Arturo: è la regina Enrichetta, moglie del re Carlo Stuart, che è stato giustiziato. Arturo le comunica che l’aiuterà a fuggire, coprendola con il velo da sposa della futura consorte. Riccardo sorprende la fuga, ma decide di lasciarli passare, sperando così di potersi sbarazzare del suo rivale. Elvira, appresa la notizia della fuga dei due, convinta del tradimento di Arturo, perde la ragione.
Nel secondo atto Arturo è stato condannato a morte per alto tradimento. Elvira, impazzita per la disperazione, s’aggira per le stanze del castello, piangendo l’amore di Arturo. Giorgio allora chiede a Riccardo di salvare Arturo, per evitare che la giovane donna muoia per dolore. Riccardo, sottoposto a tali, insistenti richieste, cede, seppur controvoglia: Arturo avrà la vita salva ed egli dedicherà la sua vita alla patria.
Nel terzo atto, portata in salvo Enrichetta, Arturo si aggira per le campagne, cercando si fuggire ai soldati puritani. E’ notte, riesce ad entrare nel castello, per incontrare Elvira e spiegarle l’accaduto ed i motivi della sua improvvisa fuga. In un primo momento, Elvira accetta le ragioni, ma, improvvisamente, è preda della pazzia ed, immaginando che Arturo sia pronta a tradirla ancora, avverte le guardie della presenza di Arturo, che viene così arrestato. Mentre Arturo sta per essere giustiziato, arriva la notizia che Cromwell ha sconfitto l’esercito degli Stuart e ha concesso il perdono a tutti i prigionieri. Elvira, finalmente, riacquista la ragione e può congiungersi in matrimonio coll’amato Arturo.

L’opera si apre con un’introduzione strumentale.
Degli squilli di corni, di sapore weberiano, annunciano l’alba; dall’interno il coro militaresco dei soldati risponde in eco; a questo breve inizio, segue l’inno religioso («La luna il sol le stelle») affidato ai solisti, cui Rossini consigliò l’uso dell’organo. Il coro dei soldati in scena interrompe la sacralità dell’inno, riportando l’atmosfera guerresca, cui segue una canzone, di sapore tipicamente belliniano, intonata dalle castellane e dai castellani.
Riccardo si presenta in scena con un recitativo («Oh, dove fuggo io mai?»), improntato ad uno stile anticipatore del gusto «verdiano»; l’aria, che segue («Ah, per sempre io ti perdei»), è chiaramente d’impronta belliniana, elegante, leggiadra, arricchita di delicati melismi. La cabaletta («Bel sogno beato») è ancora del genere tenero, assai congeniale a Bellini.
Il duetto tra Elvira e GiorgioSai com’arde in petto mio») è introdotto da un lungo ed espressivo Recitativo («O amato zio»), caratterizzato da un’ampia pagina orchestrale: una melodia concitata di crome su accordi secchi e violenti, l’instabilità tonale conduce ad un fragoroso fortissimo ed un diminuendo improvviso, ancora uno sforzando, poi degli accordi dilatano l’ansia originale fino all’unisono di La. Giorgio rivela la sua anima nobile immediatamente: Bellini gli affida melodie sobrie, a volte patetiche, concedendogli un solo momento epico. Il momento più toccante è il racconto di Giorgio («Sorgea la notte folta»), quando spiega ad Elvira come ha convinto il fratello ad assentire alle nozze con Arturo. Concluso il duetto, con un sereno allegro («A quel suono, al mio contento»), si passa alla sala d’armi, dove tutti sono in attesa di Arturo («Ad Arturo onore»). La sortita di ArturoA te, o cara») fu composta per la voce di Giovan Battista Rubini; la pagina è articolata in due sezioni: nella prima Arturo esprime una melodia di straordinaria bellezza e purezza; la seconda è una coda dei solisti e del coro a note spezzate. Quindi segue la strofa e, nella parte caudata, s’innesta ancora una volta l’andamento cantilenante, al quale Bellini conferisce una grande forza drammatica.

L’incontro tra Arturo ed Enrichetta («Figlia a Enrico, a Carlo sposa») ci conferisce un Arturo eroico, come già era successo coi personaggi di Gualtiero (ne Il pirata) e Pollione (Norma).
Segue la celebre polacca di ElviraSon vergin vezzosa»), pagina d’effetto e di sicura presa sul pubblico, che la protagonista della prima, Giulia Grisi, era costretta a replicare tutte le sere.
Il duetto, che suggella l’incontro tra i due rivali, Arturo e Riccardo, ha toni corruschi e virili: un tema violento in tono minore, dove, in orchestra, l’elemento ritmico prevale su quello melodico. La parte di Riccardo è caratterizzata da molte fioriture, che denunciano il suo stato d’animo violento e vendicativo. Il successivo intervento di Enrichetta («V’arrestate… pace, ah pace…») introduce un’ulteriore animazione, che si conclude con la fuga di Arturo con la prigioniera.
Quando gl’invitati tornano nella sala, credendo di trovare Arturo, riecheggia il tema della polacca. Elvira, non vedendo più Arturo, manifesta segni di pazzia («Elvira è la dama? Non sono più Elvira?»); è una scena di vaste e complesse architetture: si apre con un allegro veloce, sul quale dei personaggi chiedono di Arturo; su un giro armonico di tremoli, tutti scrutano dalle finestre, mentre Riccardo e Giorgio chiedono agli armigeri d’inseguire i fuggitivi. Il trambusto si calma, quasi per magia, quando Elvira genera apprensione tra gli astanti ed esplode in un lacerante vocalizzo, da cui nasce la grande “lunga” melodia belliniana. Elvira inizia il concertato, che chiuderà l’Atto primo, («Oh vieni al tempio») con una melodia d’infinita malinconia e tristezza; la tensione si rinnova, si rigenera con l’ingresso degli altri Personaggi e del Coro, un intimo pathos si sprigiona, che commuove chi ascolta. La stretta, come nella tradizione melodrammatica di quegli anni, conclude l’Atto: è un affresco violento, su tempo allegro vivace, di costruita struttura sinfonico – corale.
Il secondo atto si apre con un’importante pagina («Ah dolor! Ah terror!»), in cui il Coro ha ruolo di Personaggio, tendenza che Bellini ha già manifestato nei suoi precedenti Lavori, tra cui Sonnambula. Degli accordi ribattuti si concludono con il rullo del timpano, l’esposizione strumentale della mesta cantilena, interrotta da un inciso lamentoso, suggeriscono lo stato d’animo della corte di Puritani, afflitta per la sorte di Elvira. Il seguente racconto di GiorgioCinta di fior e col bel crin disciolto») genera un movimento interiore di profonda tristezza. La melopea di Giorgio si snoda con una compiuta frase, dove, mentre la prima sezione indugia ad intervallo costanti, la seconda si scoglie liricamente.

La scena di ElviraO rendetemi la speme») è una delle pagine più alte, scritte da Bellini. Una “scena della pazzia”, in cui Bellini va oltre la struttura del “grande recitativo”, che aveva elaborato nelle Opere precedenti; egli crea un unico blocco tra Recitativo ed Aria, riprendendo nell’Aria l’elemento melodico, che aveva aperto il recitativo.
Il commento breve di Riccardo e Giorgio s’interpone tra la fine della Scena e l’introduzione orchestrale dell’Aria («Qui la voce sua soave»). C’è una strana dolcezza, che domina la scena, la melodia genera un’aura quasi trasognata; la simbiosi tra parola e melodia è totale, di grande, immensa suggestione lirica. Nella mente sconvolta di Elvira, si riaffacciano i lieti momenti della festa nuziale («Ah! Tu sorridi…»), per poi ripiombare nella triste desolazione dell’abbandono. Dopo questo momento davvero magico, è inevitabile la cabaletta, secondo le convenienze teatrali, concedendo a Giulia Grisi una pagina di raro virtuosismo belcantistico («Vien, diletto, è in ciel la luna»).
Il secondo atto si conclude con il famoso duetto tra Giorgio e Riccardo («Il rival salvar tu dei»), coronato dalla celeberrima cabaletta «Suoni la tromba, e intrepido». Il duetto inizia con un solo del corno, caratterizzato da un attacco tipicamente belliniano; è una bellissima melodia ripresa poi dai Personaggi. Nella seconda parte («Se tra il buio un fantasma vedrai»), la scena si anima: Giorgio si accalora, per convincere Riccardo a perdonare Arturo. La cabaletta «Suoni la tromba, e intrepido» è un inno di guerra: su un basso d’accompagnamento di terzine staccate l’assolo di tromba conferisce carattere immediatamente eroico al Duetto. La melodia dell’assolo viene ripreso dai Personaggi, che concludono all’unisono il vibrante Duetto e l’Atto Secondo.
L’Atto Terzo si apre con un Uragano. Su un rapido movimento dei bassi, un gruppetto rapido e ascendente, risuonano lamentosi i corni e su questa tavolozza di variegati colori strumentali, Bellini costruisce l’avvicinarsi della tempesta fino all’esplosione, di sapore beethoveniano, che poi lentamente si placa.
Arturo giunge e nel recitativo («I miei nemici falliro il colpo»), racconta di essere inseguito; le sue riflessioni sono interrotte dal suono dell’arpa e dal canto interno di Elvira («A una fonte afflitto e solo»), che ricorda la canzone d’amore di Arturo; è una canzone triste e dolce, composta con grande semplicità. Arturo la riprende («A una fonte afflitto e solo»), poi si arresta («Qual suon! Alcun s’appressa») e si nasconde, per sfuggire agl’inseguitori. L’episodio si conclude con un passo del clarinetto. Elvira, che ha ascoltato, è rapita ed assalita dai ricordi; infatti, in orchestra torna il tema dell’aria di Arturo («A te, o cara»). L’incontro tra i due innamorati è concitato, preparato da un irruento crescendo d’orchestra, che sfocia in un tempo di cabaletta («Sei pur tu… or non m’inganni»). Segue una dolcissima ed appassionata melodia («Nel mirarti un solo istante») subito spezzata da un recitativo drammatico e poi ripresa da Elvira, fino all’esplosione di gioia («Vieni, fra queste braccia»), in cui Arturo manifesta il suo mai sopito amore per la dolce sventurata. Questo incontro tra Elvira e Arturo domina praticamente tutto l’atto.
L’incanto dei sentimenti s’interrompe bruscamente al rullo del tamburo. I due innamorati ritrovati sono presto circondati dai puritani, che sopraggiungono con Giorgio e Riccardo («Arturo?… Lo sciagurato!»). Riccardo canta su un ritmo di lugubre marcia funebre («Cavalier ti colse il Dio») e la parola morte è ripetuta da Elvira con grido straziante, al quale Arturo risponde, dando l’avvio al concertato con un largo d’indiscutibile bellezza e forza drammatica («Credeasi misera!»), è l’ultimo canto di Vincenzo Bellini. La melodia di Arturo viene ripresa da Elvira, che si contrappone così agl’inserimenti melodici brevi, ma assai scolpiti, del tenore. Riccardo si aggiunge anche lui cantando melodie dai valori grandi e larghi, mentre il Coro interviene con soluzione di accordalità. L’ampio passaggio si dilata nel succinto, ma intensamente drammatico Più sostenuto, in cui la parte di Arturo supera i limiti della tessitura, raggiungendo prima un re bemolle e poi, addirittura, un fa sopracuto, che Giovan Battista Rubini cantava, secondo la prassi dell’epoca, in falsetto.
La soluzione del dramma coll’annuncio della vittoria degli Stuart ed il conseguente perdono generale, si svolge rapidamente e non cancella il clima drammatico di quel canto.
Solo dopo otto mesi, Vincenzo Bellini moriva.

Alessandro Di Adamo


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