Steve Reich: tra continuità e sovversione

In Compositori by Silvia D'Anzelmo0 Comments

Come compositore, Steve Reich si muove in bilico su un filo sottile a metà tra la continuità della tradizione della musica occidentale e la sua più radicale sovversione attraverso suggestioni orientali o arcaiche; da queste connessioni eterogenee «risulta – come lo stesso Reich ci spiega – una situazione interessante, in cui l’influenza non occidentale si manifesta nella concezione dell’opera, ma non nel suono…l’influsso delle strutture musicali non occidentali sul sistema di pensiero di un compositore occidentale può effettivamente portare così a qualcosa di nuovo anziché a un’imitazione», ed è esattamente ciò che accade in Drumming, uno dei vertici estremi della creazione artistica del compositore statunitense.

In questo suo lavoro, datato 1971, Steve Reich realizza molti degli spunti e degli interessi che andava esplorando nei suoi scritti teorici degli stessi anni oltre a concretizzare ed esaurire i motivi chiave della così detta minimal music; il compositore statunitense viene infatti considerato, con Philip Glass e Terry Riley, uno dei fondatori storici del minimalismo se non il suo esponente più illustre e prolifico. Nata tra gli anni Sessanta e Settanta, la corrente musicale minimalista si sviluppa proprio nel momento in cui le avanguardie e la Neue Musik cominciano a cristallizzarsi perdendo la loro dinamicità, e risponde al bisogno di sperimentare qualcosa di totalmente nuovo basandosi sulla chiarezza più estrema: senza rossori intellettualistici si recuperano la tonalità, il diatonismo consonante e si costruiscono strutture anche molto complesse a partire da pochi semplici elementi variati in maniera tanto graduale da permettere all’ascoltatore di avvertire chiaramente il cambiamento.

In realtà, Steve Reich non accetta in maniera rigida la definizione di compositore minimalista poiché la sente come «un’etichetta» troppo riduttiva che rischia «di inscatolarti senza più farti uscire», ed effettivamente la sua esperienza artistica è talmente eclettica e complessa da non riuscire a rientrare in questa formula; se, però, si prendono in considerazione i suoi lavori di esordio fino a Drumming risulta chiaro come il compositore sia effettivamente la personalità artisticamente più rilevante della corrente minimalista, non solo per la sua musica ma anche per la chiarezza concettuale con cui teorizza la sua estetica. Nel breve saggio scritto nel 1968 e intitolato Musica come processo graduale, Reich spiega la sua concezione di composizione intesa appunto come processo «che sia tutt’uno con la realtà sonora» e che esemplifica pienamente l’idea minimalista: «la caratteristica dei processi musicali è che determinano simultaneamente tutti i dettagli, nota per nota, e la forma complessiva»; inoltre il pensiero primigenio dalla quale nasce poi la composizione deve essere percepibile e trasparente, bisogna «poter udire il processo nel suo svolgimento sonoro». Alla tecnica di composizione graduale si associa quella del phasing, ossia il processo attraverso il quale due elementi musicali identici o molto simili procedono parallelamente ma a velocità impercettibilmente differenti fino a raggiungere una progressiva sfasatura ritmica tra le due parti che induce l’ascoltatore a una forte concentrazione dandogli la sensazione contraddittoria di continuità assoluta e perpetuo cambiamento.

Drumming rappresenta la suprema applicazione di questi principi che il compositore aveva cominciato a sperimentare già nel suo primo lavoro, It’s gonna rain, attraverso l’utilizzo di nastri magnetici; nel caso di Drumming ai nastri magnetici vengono sostituiti gli esecutori e gli strumenti acustici – bonghi, marimbe e glockenspiel – che, secondo Reich, «possono essere usati per produrre musica dalla sonorità più ricca rispetto a quella prodotta dagli strumenti elettronici, riaffermando la [s]ua naturale inclinazione per le percussioni». Egli, infatti, aveva cominciato a suonare il tamburo a 14 anni e, nel 1970, aveva compiuto un viaggio in Ghana durante la quale aveva studiato le tecniche percussive africane con un maestro della tribù Ewe per circa sei settimane. Di ritorno da quel viaggio, Reich decide di scrivere Drumming proprio per attribuire alle percussioni un’importanza maggiore e più vasta rispetto al ruolo marginale cui vengono relegate nella musica colta occidentale; al tempo stesso, però, il compositore decide di non utilizzare gli strumenti che aveva portato dall’Africa perché avrebbe «finito con lo snaturare il loro carattere e non [avrebbe] tratto nessun particolare profitto»: ciò che lo interessa, infatti, non è il colore esotico attraverso la quale è impossibile sintetizzare due sistemi così differenti, ma la struttura di quella musica; secondo il compositore «il suono, le scale e le note con le quali si è cresciuti» fanno parte di una determinata cultura e sono intraducibili, mentre «le strutture hanno un carattere più intellettuale» perciò bisogna lasciare da parte i suoni e andare alla ricerca di strutture proprie da cui si può trarre qualcosa di totalmente nuovo e originale che in Drumming rintracciamo nelle formule poliritmiche e nelle varianti formulaiche che sono alla base dell’intero brano.

Questo lavoro, della durata di circa un’ora e mezza, si divide in quattro sezioni e presenta molte novità tecniche rispetto alle precedenti composizioni di Reich. La prima grande innovazione è rappresentata dalla varietà timbrica che deriva dall’uso di organici strumentali estremamente differenziati per ognuna delle quattro sezioni: la graduale variazione timbrica insieme a quella ritmica vanno a sostituire quelle che, nella musica colta occidentale, erano le prerogative della tonalità nell’ampliamento delle dimensioni di un’opera, nella sua varietà e ricchezza. La prima sezione è affidata a tamburi bongo intonati che presentano la seconda novità del brano consistente nella rhytmic construction con la quale viene creato il pattern ritmico alla base dell’intera composizione: un ciclo di dodici tempi che viene costruito gradualmente attraverso la sostituzione progressiva di note alle pause per poi assistere al processo inverso attraverso la rhytmic reduction, ossia la sostituzione di pause alle note; è in questa sezione che troviamo il primo esempio di phasing, quell’andare fuori tempo ad arte prodotto da due dei percussionisti che eseguono gli stessi elementi ritmici in maniera “sfasata” ossia non iniziando precisamente insieme: uno dei due accelera leggermente trovandosi in avanti di ¼ ma è solo uno sconvolgimento breve e momentaneo di quella scrupolosa precisione che subito si riafferma. Nelle successive sezioni lo stesso motivo ritmico viene riproposto dalle marimba, dai glockenspiel e, nell’ultima sezione, viene ribadito da tutti gli strumenti. Per arricchire e caratterizzare con maggior forza il timbro delle varie sezioni il compositore decide di innovare ancora utilizzando, per la prima volta, la voce umana non come veicolo di senso attraverso la parola ma per imitare il suono degli strumenti attraverso il canto dei motivi risultanti: “tuk”, “tok”, “duk” maschili per i tamburi, “du”, “tu” femminili per le marimba. È proprio la costruzione di questo variegato universo timbrico che conferisce a Drumming il suo carattere rivoluzionario e decreta al tempo stesso la fine del minimalismo più ortodosso testimoniando la fresca vitalità artistica del compositore sempre alla ricerca di nuove soluzioni.

23 anni dopo l’esecuzione integrale di Drumming che Ars Ludi realizzò nel 1993 per l’“Accademia Filarmonica Romana” al “Teatro Olimpico”, l’ensemble ripropone l’opera in un’originale rilettura che si affida all’ausilio della video-art e delle nuove tecnologie. Paradossalmente la novità “visiva” di questa edizione intende riscoprire una delle dimensioni originarie dello stile minimalista che è quello di un legame quanto mai stretto con l’arte visiva e figurativa da cui deriva anche la definizione del genere.

Molto spesso opere figurative di artisti quali Donald Judd, Sol LeWitt, Frank Stella, Dan Flavin e Marian Zazeela sono state associate ai lavori musicali di Steve Reich, La Monte Young, Philip Glass e Terry Riley; aldilà delle evidenti similitudini stilistiche tra le varie creazioni minimaliste, l’elemento più forte che le associa e denota fortemente è quello di portare l’ascoltatore-spettatore in una dimensione percettiva più profondamente sensoriale e interattiva. Questo è l’aspetto che Ars Ludi vuole ricreare nel proporre Drumming in un ambiente visivo appositamente progettato: mettere in luce la dimensione primigenia dell’evento artistico minimalista con le motivazioni originarie che fanno di lavori come questo un’ esperienza sensoriale diversa, nuova e allo stesso tempo “storica”.

Silvia D’Anzelmo

About the Author

Silvia D'Anzelmo

Silvia D’Anzelmo, nata a Formia nel 1990, vive tra Itri, Roma e Napoli. Appassionata di musica fin da bambina, studia pianoforte e Teoria e Analisi musicale privatamente. Nel 2014 si laurea in Musicologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e la Lode e da quel momento svolge un’intensa attività di divulgazione musicale attraverso lezioni concerto per conto dell’Accademia di Santa Cecilia; collabora con varie istituzioni come la “IUC: Istituzione Universitaria dei Concerti” e il Fondi Music Festival per le quali cura le note di sala; inoltre, da circa un anno si dedica alla scrittura di libretti per CD classici e collabora con vari magazine come “Zero”, “La gazzetta musicale” d’Italia, il “Corriere Musicale” per la presentazione e recensione di spettacoli.