musicodissea

1977: Musicodissea nello spazio

In Musica e Altri Mondi by Matteo Macinanti1 Comment

“Questo è un regalo di un piccolo e distante pianeta, un frammento dei nostri suoni, della nostra scienza, delle nostre immagini, della nostra musica, dei nostri pensieri e sentimenti. Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, ma potremmo farlo nei vostri. Noi speriamo un giorno, dopo aver risolto i problemi che stiamo affrontando, di congiungerci in una comunità di civiltà galattiche. Questa registrazione rappresenta la nostra speranza, la nostra determinazione e la nostra buona volontà in un vasto ed impressionante universo.”

Queste sono le parole con le quali il 39° presidente degli Stati Uniti d’America, Jimmy Carter, mandava nello spazio “Voyager 1”, la prima delle due sonde inserite nel Programma Voyager.
Era l’anno 1977, e la spinta ad indirizzare le risorse economiche verso la conquista dello spazio non era mai stata così forte.

Tra i target di questa missione spaziale rientrava la ricerca del contatto con qualunque forma di vita extra-terrestre.
È per questo che una commissione, presieduta dall’astronomo Carl Sagan, venne incaricata dalla NASA di scegliere delle immagini e dei suoni che potessero dare un’idea della varietà del genere umano.
Il risultato di tale cernita accurata fu l’accostamento di musiche provenienti da tutti i continenti della Terra.

Questa selezione variegata di documenti musicali di ogni genere (da Bach alle musiche rituali dello Zaire, passando per Chuck Berry), è contenuta in un disco, conosciuto come il “Voyage Golden Record”, il quale porta incise sulla superficie delle istruzioni per un eventuale uso del supporto.

Addentriamoci anche noi ora in questo viaggio sonoro spaziale ascoltando le musiche che all’epoca furono ritenute indispensabili per venire a conoscenza dell’espressione musicale propria dell’Uomo.


La selezione si apre con l’esplosività gioiosa di Bach e il suo Concerto Brandeburgese  n.2 in Fa minore in un’esecuzione diretta da Karl Richter alla guida della Munich Bach Orchestra. 
La propulsione sonora insita nel fiume di note del Kantor conduce successivamente ad un mondo sonoro lontanissimo dalla Germania di Bach ma non per questo meno affascinante.
Parliamo dell’Indonesia, e in particolare delle sua musica tradizionale eseguita dalle cosiddette “orchestre Gamelan”.
Nonostante la lontananza non solo geografica ma anche strutturale dal punto di vista della concezione musicale, l’impressione che queste musiche “fuori dal tempo” lasciarono nell’europeo Claude Debussy furono tali da spingerlo a rinnovare la sua stessa idea di musica.
Il brano intitolato Puspawarna, letteralmente “Varietà di Fiori”, è attribuito al sovrano giavanese Mangkunegara IV vissuto nel XIX secolo, il quale lo avrebbe scritto per onorare le sue mogli preferite.

 

Il terzo brano è di natura percussiva e proviene dal Senegal.
Ad eseguire la registrazione di tale sessione percussiva fu il pianista e musicologo Charles Duvelle, fondatore dell’etichetta discografica Ocora, specializzata nella registrazione di musiche provenienti da ogni parte del globo.


Spostandosi verso il cuore del continente africano, ci catapultiamo nel bel mezzo di un rito d’iniziazione rivolto alle giovani ragazze di una tribù del Centrafrica.
Il canto rituale corale proviene dallo Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo e le voci furono registrate dall’antropologo Colin Turnball, dedito anche all’etnomusicologia.

 

Stella del mattino e Uccello Diavolo: questo è il titolo della traccia seguente.
La voce melismatica di un aborigeno australiano si staglia sulle sonorità gravi di un didjeridoo.

 

Per ciò che riguarda lo stato messicano non poteva mancare la musica mariachi nella persona di uno dei suoi più grandi rappresentanti, Lorenzo Barcelata.
Il brano in questione si chiama “El Cascabel”(il sonaglio), ed è identificativo della vitalità propria di queste musiche messicane.

La traccia successiva è la storia di un ragazzo che insegue il sogno di diventare famoso e riesce nel suo intento grazie alla sua abilità nel suonare la chitarra.
Stiamo parlando ovviamente di una delle canzoni rock ‘n roll più famose di tutti i tempi: Johnny B. Good.
L’autore Chuck Berry, attraverso la sua canzone, incarna completamente l’ideale del sogno americano.

Facciamo un altro salto notevole, questa volta in Papua Nuova Guinea.
Nel brano in questione sentiamo degli strumenti a fiato che cantano la loro “Canzone della casa dell’uomo”: uno strumento si focalizza su un accompagnamento dal ritmo quasi swingato, mentre l’altro esegue dei semplici accenni di moduli melodici.

Shakuhachi è il nome dello strumento che possiamo ascoltare nella traccia proveniente dal Giappone.
Questo flauto dal suono ipnotico e sognante conduce da solo la sua querimoniosa nenia, servendosi spesso di note glissate per passare da una nota all’altra e non compiendo mai grandi salti melodici.

 

Eccoci tornati nel mondo musicale occidentale e in uno dei suoi esponenti più rappresentativi, il Kantor di Lipsia.
Bach scrive le sue Partite per Violino mentre risiede a Köthen in qualità di Kapellmeister.
In particolare, dalla Partita n.3 il movimento prescelto è la Gavotte en rondeaux e il suo esecutore è il belga Arthur Grumiaux, tra i violinisti più rinomati e raffinati del ‘900.

 

“La vendetta dell’Inferno ribolle nel mio cuore” queste sono le parole che sentiamo cantare da una splendida Edda Moser insieme alla Bavarian Orchestra da Sawallisch, in una delle arie di bravura più famose della storia della musica: la seconda aria della Regina della Notte presente nel “Flauto Magico” di W.A. Mozart.

 

Ci spostiamo ora in Georgia per ascoltare un bellissimo canto tradizionale in forma polifonica, chiamato Tchakrulo.
Sulla nota di bordone tenuta da alcune voci al basso, sentiamo stagliarsi delle voce armonizzate che talvolta dialogano e altre volte presentano un andamento omofonico.

 

Se pensiamo al Perù dal punto di vista musicale, la prima cosa che ci viene in mente è “El condor pasa”.
Difatti non poteva mancare in questo caleidoscopio musicale che è il Voyage Golden Records.
L’organico è costituito da flauti di pan e percussioni.


Una fin troppo riconoscibile tromba ci porta nel mondo del Jazz e del suo forse più famoso rappresentante, Louis Armstrong.
Il celebre trombettista, insieme alla sua band, gli Hot seven, suona un “Blues Melanconico”.

È uno strumento dal sapore esotico il protagonista assoluto del brano scelto per rappresentare l’identità musicale dell’Azerbaijan.
Il balaban è infatti uno dei strumenti più famosi della musica tipica di questo paese, conosciuta anche col nome “Mugham”.

 

Uno strappo orchestrale ci riporta subitaneamente con i piedi per terra, la stessa terra che viene celebrata e adorata nella “Sagra della Primavera”.
È lo stesso compositore, Igor Stravinskij, a dirigere la Columbus Symphony Orchestra nella “Danza sacrificale”, il finale turbinoso, noto per la sua difficoltà ritmico-metrica, di questa sconvolgente composizione.

 

Ancora una volta ci incontriamo con Bach, interpretato però questa volta dal pianista canadese più famoso, Glenn Gould.
Il pezzo in questione è il celeberrimo incipit del secondo libro del “Clavicembalo ben temperato”: Preludio e Fuga in Do Maggiore.
(Qui nell’esecuzione di Gulda)

 

“Ta-ta-ta-tààààà”
Potevano mancare le 4 note più famose della storia della musica? Certamente no.
Il destino, che questa volta va a bussare nelle case degli extraterrestri, è il protagonista del movimento di sinfonia più celebre per la sua struttura architettonica.
Quest’architettura musicale è così importante nel suo divenire che il movimento non viene troncato e viene presentato nella sua interezza acquisendo così il titolo di brano più lungo all’interno del Voyage Golden Records.
Il direttore è Otto Klemperer alla guida della Philarmonia Orchestra.

 

Delyo, questo è il nome del protagonista della successiva canzone tradizionale bulgara.
Le gesta di questo eroe popolare della fine del 1600 sono state rese immortali in questa bellissima melodia, cantata dalla splendida voce di Valya Balkanska e accompagnata dalla cornamusa bulgara.

 

Ritorniamo nell’affascinante mondo della musica rituale, questa volta però nei deserti del Nord America presso una tribù di Indiani Navajo.
Questo “canto notturno” è stato registrato da Willard Rhodes, etnomusicologo americano, noto per avere conservato documenti musicali appartenenti alle tribù degli Indiani d’America.

 

Eccoci giunti ora in Inghilterra, nel periodo elisabettiano.
Anthony Holborne è l’autore di “The Fairy Round”, composizione tratta dalla raccolta “Pavane, Gagliarde a altre Arie” pubblicata nel 1599.
Gli esecutori sono David Munrow insieme all’ Early Music Consort of London (non nel seguente video)

 

Oceania. Isole Salomone. Questo è il panorama che fa da sfondo alla traccia seguente in cui possiamo sentire il suono dei tipici flauti di Pan melanesiani.

 

Con un balzo oceanico torniamo nella terra degli Inca.
La musica delle Ande stavolta viene presentata con un canto nuziale.
Una giovane voce femminile canta questa breve melodia matrimoniale ripetuta per 4 volte.
A registrare questa voce fu stavolta John Cohen, grande amante delle musiche andine.

 

Non poteva certo mancare in questa raccolta una nazione ricchissima dal punto di vista musicale come la Cina.
Lo strumento che possiamo ascoltare in questa traccia è il Quqin, uno dei numerosi cordofoni che stanno alla base della musica cinese.

 

Entrare nel mondo della teoria musicale indiana può essere piuttosto problematico per chi non abbia a disposizione gli strumenti adatti a comprendere una concezione della musica diversa da quella occidentale.
Certo è però che in pochi possono rimanere immuni alla suadenza della voce di Surashri Kesarbai Kerkar e del suo raffinato canto che possiamo ascoltare qui in una versione differente.

 

Non solo gioia e ritualità ma anche nostalgia e malinconia: il Blues in questo riesce forse più di  ogni altro genere.
Di Blind Willie Johnson, il cantante e chitarrista cieco ascoltiamo Dark Was the Night, Cold Was the Ground.


Eccoci giunti alla fine del nostro viaggio spaziale.
Dopo aver viaggiato per migliaia di kilometri, avanti e indietro nel nostro globo, in un viaggio sicuramente stimolante, ma di certo ben lungi dall’essere esaustivo (incredibile che manchi una nazione fondamentale per la musica come l’Italia!), abbandoniamoci ora al debito riposo delle membra assaporando le note del più universale dei compositori: Ludwig van Beethoven.

Dal Quartetto per Archi op. 130 n.13, Cavatina.
Ed è proprio con il Quartetto, massima realizzazione mai concepita della fusione armonica di registri diversi, che si schiude il messaggio che l’Uomo, comunicando con oscure popolazioni aliene, invia per primo proprio a se stesso: Concordia Discors, ossia l’armonia nasce dall’incontro di ciò che è diverso.

 

Matteo Macinanti

 

About the Author

Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.