Archi, Soldati e Diavoli a Palazzo Barberini

In Eventi by Matteo Macinanti0 Comments

29 Giugno, una data importante per la città di Roma: entusiastica è stata la reazione di quanti hanno partecipato al penultimo appuntamento del Rome Chamber Music Festival.
La volta a dir poco suggestiva del “Trionfo della Divina Provvidenza” del Salone Pietro da Cortona all’interno di Palazzo Barberini ha infatti ospitato una serata davvero ricca ed effervescente.
Ad avvicendarsi sul palco sono stati non solo alcuni musicisti tra i più noti nel panorama musicale contemporaneo, ma anche giovani promesse che hanno vinto le selezioni “Young Artist” organizzate dallo stesso RCMF.

Il primo brano in programma appartiene al repertorio cameristico di uno dei più grandi autori romantici: Franz Schubert, autore del Trio d’archi in Si bemolle D. 581.
Un grande musicologo come Alfred Einstein ebbe a dire di questa composizione:
“un affascinante piccolo lavoro in cui si mescolano con un risultato di estremo interesse lo stile italiano dei primi due movimenti con quello haydniano degli ultimi due”.

Un “piccolo lavoro” sorridente che si presenta quindi come una sintesi di carattere italiano e tedesco al quale Schubert imprime la sua orma inconfondibile, soprattutto nelle escursioni in tonalità lontane dalla principale.
Il leader coach della formazione cameristica è Lawrence Dutton, violista dell’Emerson String Quartet che ha suonato con due vincitori delle selezioni Young Artists: Hoei Lien The al violino, e Tristan Feichtner al violoncello.

La fusione di questi tre archi risulta ben amalgamata e viene riscaldata dal calore della viola di Dutton.
Al canto liederistico della violinista, il violoncello e la viola fanno da supporto in un gioco sereno che alterna momenti di semplice accompagnamento ad episodi solistici che conferiscono pari dignità alle diverse parti.
Dopo il solo della viola al Minuetto, in cui non passa inosservata la maestria del violista, la composizione si chiude in punta di piedi con un’intesa tra le tre parti che si è mostrata vincente per tutta la durata del trio.

Con il pezzo successivo si fa un salto in avanti di 115 anni, per arrivare in pieno Novecento.
È infatti del 1932 la Sonata in Do per due violini op.56 del compositore russo Prokof’ev.
Lo stesso compositore russo ne racconta la genesi nella sua autobiografia:

“Alle volte ascoltare cattiva musica fa riflettere, – non va bene, bisognerebbe piuttosto fare in questa maniera.-
Fu così che scrissi la mia Sonata per due violini: dopo aver ascoltato un brano infelice pensato per due violini senza accompagnamento del pianoforte, mi resi conto che nonostante le limitazioni imposte da un simile duetto, avrei potuto creare qualcosa di interessante, che si poteva ascoltare per 10-15 minuti senza annoiarsi.”

Nella composizione risultante da questa premessa i due violini si trovano così a con-certare, a gareggiare insieme, in un pugnace confronto “di volta in volta lirico, brioso, fantastico e violento”, come ebbe a dire il figlio del compositore, Sviatoslav Prokof’ev.

Ciò che emerge durante l’esecuzione è la maturità artistica dei due giovani violinisti, Ekaterina Valiulina e Dustin Wilkes-Kim, dotati di una spessa e salda capacità interpretativa nonostante la difficoltà tecnica del pezzo.

L’intervallo viene utilizzato per adibire il Salone allo spettacolo che verrà rappresentato subito dopo: l’Histoire du Soldat di Stravinskij.
Tutto faceva presagire una buona riuscita della performance: dalla regia di Stinchelli alla qualità dei musicisti e del direttore, passando per la notorietà degli stessi attori.
Difatti la messa in scena risulta essere all’altezza delle aspettative.

La vicenda del Soldato di ritorno dalla guerra e il suo incontro con il Diavolo si svolge sotto lo sguardo attonito della Medusa di Bernini che sporge dal grande portale del Salone.
Il Narratore, un vivace Roberto Zibetti, ci avverte sin dal Prologo che la storia che verrà rappresentata non è né un racconto per bambini né, tantomeno, una storia dal lieto finale.
L’ “Histoire du Soldat” è infatti una riproposizione in chiave novecentesca del personaggio di Faust, contaminato con il gusto favolistico proprio della cultura russa ma anche con la personale concezione artistica di Stravinskij.

È una che storia che non solo è sprovvista di lieto fine, ma probabilmente la fine proprio non ce l’ha; non c’è un’unica morale e l’apparente evoluzione dei personaggi viene smascherata dal finale che rende vana ogni lotta contro il destino.
In musica ciò viene reso magistralmente sin dalle primissime battute: il linguaggio musicale è frastagliato e farraginoso, a partire dalla prima cadenza che, posta all’inizio, lascia la sua funzione di conclusione per essere impiegata invece in funzione preludiante.
Le frasi che seguono sono lasciate a metà, abolendo in tal modo ogni possibile evoluzione del periodare musicale.

I temi vengono riproposti infatti, nel corso dell’opera, sempre simili a loro stessi, se non uguali, come nel celebre motivo del Soldato, affidato all’eccezionale furia di Yoon Kwon, o ancora come nelle parti solistiche di clarinetto un formidabile Alessandro Carbonare.

L’intera compagine strumentale, diretta da Carlo Rizzari, commenta le azioni degli attori:  Alessia Patregnani, il Soldato/Soldatessa (l’ambiguità sembrerebbe far parte della stessa leggera universalità che contraddistingue la creazione di Stravinskij e Ramuz) e un eccentrico e mai banale Paolo De Vita, nel ruolo del Diavolo, il tutto condito dai passi di danza della Principessa Chiara Giancaterina.

Forse sarebbe parso strano a Stravinskij che la sua creazione, il cui allestimento prevedeva un minimo dispendio economico proprio per far fronte alle ristrettezze del periodo di guerra, avrebbe trovato luogo nella magnifica residenza dei Barberini, certo è però che la scena spoglia e disadorna di Stinchelli ottempera al gusto scarno ed essenziale che caratterizza l’intreccio teatrale (e in questo forse risultano un po’ fuori luogo le immagini proiettate sullo sfondo che fanno da sfondo alla vicenda ).

Una produzione senza dubbio ben riuscita e capace di immergere lo spettatore nella vicenda sempreverde dell’Uomo Faust.

Matteo Macinanti

 

 

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Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.