Guardare l’opera: La Traviata di Verdi

In Opera by Lorenzo Papacci1 Comment

“La Traviata” , assieme a “Carmen” e a “La Bohème”, è l’ opera del repertorio più eseguita in assoluto nel mondo, ogni giorno vengono eseguite almeno una volta in un teatro. Il fascino e la potenza di quest’opera sono grandissimi, però ci sono opinioni contrastanti e tuttora “La Traviata” divide: c’è chi dice, molti, che sia un capolavoro assoluto, mentre per altri è un’opera media, se non mediocre, dove Verdi ricorre alle consuetudini del melodramma e ne risulta fuori un lavoro “di bottega”. Ovviamente la ragione sta nel mezzo: se è vero che Verdi usò molte formule consuete del melodramma, è ancora più innegabile che questa sia un’opera straordinaria. Scendendo in profondità vediamo come “La Traviata” sia un lavoro pieno di genio drammatico che non esce fuori solo dall’applicazione di regole consuete.

“La Traviata” è la ventesima opera di Verdi, scritta negli anni della grande svolta in cui la sua fama segna un’impennata e in seguito arriveranno lavori per grandi teatri. Nel Febbraio 1852 egli è a Parigi con Giuseppina Strepponi e assiste, al Theàtre du Vaudeville, a una rappresentazione de “La dama delle camelie” (“Le Dame aux camélias”) di Alexandre Dumas. Questo romanzo di Dumas parla della vita di Marie Duplessis, la sua amante morta qualche anno prima di tubercolosi. Verdi fu folgorato dalla storia di questa giovane con una vita così intensa finita in maniera tragica e prese subito delle annotazioni musicali d’istinto. Nell’Aprile dello stesso anno fece un accordo con il Teatro La Fenice per una nuova opera da dare l’anno successivo nel periodo del Carnevale, di quest’opera non venne definito il soggetto e Verdi poté lavorare liberamente infatti, durante tutta l’Estate ne cercò uno adeguato insieme col suo librettista Francesco Maria Piave e finalmente a Settembre i due sembravano aver raggiunto un traguardo. Sembravano perché Verdi, a libretto ultimato (di cui non abbiamo più testimonianze), fece prendere il lavoro a Piave e glielo fece gettar via, questo per noi risulta un po’ un mistero, senz’altro il compositore era poco convinto, ma non sapremo mai bene il perché. A quel punto si fece inviare una copia de “La Dame aux camélias” da un amico francese e lavorò su quella con il librettista. Di questo episodio abbiamo una preziosa testimonianza dello stesso Francesco Maria Piave che scrisse in una lettera :” Il libro era già bello e fatto… quando Verdi s’infiamma d’altro argomento…Io credo che Verdi ne farà certo una bella opera perché lo vedo assai riscaldato”.

La censura volle che la vicenda scandalosa di una donna che trascorreva la sua vita nell’alta società tra relazioni fugaci, fosse retrodatata al ‘700 e così facendo questa “lontananza” potesse destare meno scandali non potendo avere riferimenti sul presente, questa prassi rimase in uso fino alla fine del XIX secolo, in seguito l’ambientazione di Verdi e Piave (e Dumas) fu ristabilita e così finalmente lo spettacolo si manifestò come la rappresentazione di una nuova società con nuovi problemi etici. Due fra i titoli ipotizzati furono “Violetta” e “Amore e morte”. Piave curò l’allestimento e rapporti con il teatro recandosi a Venezia, mentre Verdi rimase nella sua villa di Sant’Agata a comporre. Sin da subito si generò un problema molto importante che dopo sarà molto significativo: il compositore nutriva molti dubbi sulle doti vocali dei cantanti che il teatro gli aveva messo a disposizione e voleva che il cast fosse cambiato, cosa che non avvenne.

Il fatto sopracitato non va trascurato infatti, la prima fu un vero fiasco (a detta dello stesso Verdi), questa ci fu il 6 Marzo 1853 e lo spettacolo andò bene fino alla fine del I atto, dal secondo avvenne la catastrofe: i cantanti cantarono male e lo spettacolo non fu soddisfacente. L’ipotesi più probabile è questa infatti, lo stesso Verdi imputò la colpa a loro e non alla musica che ritenne di qualità, a conferma di ciò abbiamo due prove. La prima è la testimonianza che diede Tommaso Locatelli della sera della prima: “Quest’atto ottenne il maggior trionfo al maestro; si cominciò a chiamarlo prima ancora che si alzasse la tela… Nel secondo atto mutò fronte, ahimé, la fortuna…un maestro ha un bello inventare se non ha chi sappia e possa eseguire ciò ch’egli crea... il pubblico fu sottomesso alle melodie più deliziose che si siano sentite da tempo.  Queste parole, se vogliamo tenergli fede, non imputano nulla alla musica che viene descritta con parole lusinghiere, cosa che non viene fatta per i cantanti, sta di fatto che Verdi profondamente deluso dall’esito della serata non permise altre repliche oltre a quelle già programmate fino a che non avesse trovato interpreti adatti. La seconda prova è il fatto che il compositore ne permise una nuova rappresentazione solo dopo più di un anno, il 6 Maggio 1854, al Teatro S.Benedetto, dopo aver selezionato accuratamente i cantanti e aver apportato alcuni piccoli aggiustamenti, quindi che egli avesse dubbi sulla musica è davvero da escludere, in ogni caso questa nuova rappresentazione ebbe un successo enorme, che ancora oggi viene confermato costantemente.

Il primo atto si apre con una festa in casa della mondana Violetta Valèry, qui troviamo la “crema” della società parigina e tra questi vi è Alfredo Germont, un giovanotto nobile venuto dalla provincia che viene presentato a Violetta da Gastone che è amico di entrambi, Alfredo sin da subito manifesta i suoi affetti verso Violetta, ma questa lo degna di poche attenzioni. Arrivati al momento del brindisi Gastone incoraggia Alfredo nel prodursi in un motto arguto per rallegrare la comitiva e per far colpo sulla bella Violetta: il canto intonato è il famosissimo “Libiamo ne’ lieti calici” nel quale sin da subito si manifesta un’alchimia tra i due che però hanno due visioni della vita completamente contrastanti. Violetta è una creatura libera (solo apparentemente) e Alfredo crede nell’amore. La festa si sposta in un’altra sala per dare il via alle danze, ma nell’uscire Violetta ha un malore che è sintomo di ciò che dopo la aspetterà, Alfredo resta con lei e dopo che questa si è ripresa le rivela il suo amore che da un anno ossessiona la sua vita e parte il duetto “Un dì felice, eterea” dove vediamo ancora opposti i due infatti, mentre lui parla d’amore Violetta gli risponde: “ah, se ciò è ver, fuggitemi solo amistade io v’offro: amar non so, né soffro di così eroico ardor”. Violetta non rimane completamente indifferente e dona ad Alfredo un fiore di camelia da riportarle quando sarà appassito, ossia il giorno dopo. Quando rimane da sola dopo la festa le parole di Alfredo risuonano nella sua testa (“E’ strano!… è strano!”) e il suo dubbio matura nell’aria “Ah forse è lui che l’anima” dove la sua idea di vita vacilla per poi riprendersi subito nella celebre cabaletta “Sempre libera”.

Nel secondo atto facciamo un salto di tre mesi nei quali Violetta ed Alfredo sono andati a vivere assieme in campagna, veniamo a conoscenza di ciò dalle parole di Alfredo che rientra da caccia, questi poi scopre che Violetta ha inviato la loro cameriera Annina a Parigi per vendere ogni suo avere per pagare la loro dispendiosa vita, Alfredo si infuria e dopo l’aria “Oh mio rimorso! Oh infamia!” scappa a Parigi per bloccare tutto questo ed evitare il disonore di essere un mantenuto. Entra in scena Violetta, dopo aver parlato con Annina e aver chiesto di Alfredo le viene annunciato che l’attende un uomo: è il padre di Alfredo, Giorgio Germont. Giorgio sin da subito si mostra austero nei confronti di Violetta e le dice che deve lasciare suo figlio, poiché sua figlia non può sposarsi a causa della relazione che c’è tra Alfredo e lei, una prostituta. I due cantano un celebre duetto nel quale si susseguono una dopo l’altra diverse arie (“Un dì quando le veneri”, “Dite alla giovine sì bella e pura” etc.) e alla fine di questo dialogo musicale Violetta acconsente a farsi da parte e il padre è commosso. Uscito Germont Violetta scrive ad Alfredo che la loro relazione è finita e fugge, ma non appena sta per uscire dalla stanza si imbatte in quest’ultimo che rientra e che vedendola piangere le chiede spiegazioni, Violetta allora lo tranquillizza e gli chiede di amarla per sempre (“Amami, Alfredo”), gli da la lettera e va via, Alfredo la legge e nel culmine della disperazione entra suo padre. Il padre dapprima lo ammonisce nella celebre aria “Di Provenza il mar, il suol” e poi gli chiede con dolcezza di tornare a casa.

Nella seconda scena del secondo atto siamo in casa di Flora Bervoix, qui si vocifera del troncamento tra Violetta e Alfredo, dopo due scene festose che sono tra i ballabili più belli di Verdi, quelli delle zingarelle e dei mattatori, entra in scena Alfredo che si mostra indifferente per essersi presentato senza Violetta, questo si mette a giocare a carte e in seguito entrano Violetta con il barone Douphol, sua vecchia fiamma. La scena subito si riscalda, il barone e Alfredo si sfidano a carte e vengono interrotti per la cena, prima escono tutti e rientra prima Violetta e poi Alfredo chiamato da lei,  questa gli dice di andare via, lui le risponde che lo farà solo con lei, a questo punto Alfredo vuole sapere chi le ha imposto di lasciarlo e Violetta quando le domanda se è stato il barone Douphol risponde che è stato lui,  Alfredo richiama tutti e paga Violetta di fronte a tutti gli amici, tutti si scagliano contro di lui e alla fine entra suo padre che lo rimprovera per l’ennesima volta con l’aria “Di sprezzo degno se stesso rende”, la scena si chiude con un meraviglioso concertato in cui tutti hanno l’animo distrutto.

Nel terzo e ultimo atto ci troviamo nella camera di Violetta che ormai è morente a causa della tubercolosi. Fuori dalle sue finestre impazza il Carnevale, entra il dottore che la esorta a sperare ma dice ad Annina che ha poche ore di vita, Violetta rilegge una lettera di Germont padre dove le dice che il barone e Alfredo si sono sfidati a duello, che nessuno dei due è morto e che lui e il figlio verranno a farle visita, questa capisce di avere poco tempo e ripensa al passato e alla sua vita che presto abbandonerà (“Addio del passato bei sogni ridenti”). Entrano Alfredo e Germont a visitarla, Alfredo la esorta anche lui a sperare e le parla di un futuro in cui guarirà e torneranno a vivere insieme (“Parigi o cara”), Violetta ormai disillusa piange il suo destino in “Gran Dio morir si giovine” e dopo aver donato una sua immaginetta ad Alfredo per farla vedere alla sua prossima compagna, questa sembra che sia momentaneamente migliorata e cerca di alzarsi dal letto dicendo che non ha più dolore, ma non appena si solleva cade spirando la sua anima.

Come è chiaro, quest’opera è fondata su un dramma interiore, sulla reputazione sociale e su un amore che diventa per questo impossibile. Il tema è completamente innovativo perché fino ad allora le opere trattavano argomenti e personaggi provenienti dalla storia antica, sia essa medievale o latina e un altro filone importante era la mitologia, qui invece parliamo di una donna morta da poco, Violetta abita nella Parigi del 1850 dopo la Monarchia di Luglio, siamo nel pieno dramma borghese. Il tema centrale è l’impossibilità di amare ed essere amata che la società le impone, Violetta infatti, prima di morire a causa della malattia è già morta perché, anche se si sente mutata a causa dell’amore, per tutti resta una prostituta alla quale non è permesso più di condurre una vita normale, quindi le viene negata la redenzione ed ella ne è tristemente consapevole e lo vediamo in due passaggi importanti: nel duetto con Germont lei gli dice: “così alla misera che un dì caduta, di più risorgere speranza è muta”. Ancora nell “Addio del passato” dice :“non lagrima o fiore avrà la mia fossa, non croce col nome che copra quest’ossa!” Queste parole così dolorose sono emblematiche del suo stato esistenziale, Alfredo è per lei l’unica ancora a cui aggrapparsi per una vita normale, ma questo non le è concesso.

Il grande direttore Giuseppe Sinopoli ha parlato di quest’opera come di un esempio di “arte povera” per la semplicità delle sue forme unita alla sua forte passionalità. E’ vero che qui Verdi usa spesso delle formule semplici e convenzionali che allo stesso tempo catturano per la loro immediatezza e per la loro efficacia nel trasmettere un moto dell’animo. Egli fu criticato per questo eccesso di formalismo e venne detto che l’unico personaggio vero, ben delineato è Violetta e quando lei non è in scena la musica langue. Ovviamente dire che lei è l’unico personaggio ben delineato significa, ad esempio, ignorare completamente il ruolo di Germont, sebbene Violetta sia in una posizione di superiorità questo è il suo vero antagonista, anche se in realtà lui non è affatto un uomo malvagio, ma è solo un padre che si fa portavoce della morale comune e si commuove pure di fronte alla bontà d’animo di Violetta dimostrando che nemmeno lui crede a quella morale per cui sta combattendo e risultando così come un vinto, le convenzioni sociali in questo dramma opprimono gli individui e creano uno scenario di uomini sconfitti.

Analizzando ora bene la scelta di formalizzare le strutture musicali, spesso vi possiamo trovare un indirizzo estetico ben preciso: prendiamo il “Brindisi” e “Di Provenza il mar, il suol”, qui la prassi melodrammatica viene rispettata in ogni suo aspetto con il tema dell’aria introdotto dall’orchestra etc. Ma questo accade per la situazione che c’è in scena, nel primo caso è espressione dell’occasione mondana e “ufficiale” del ricevimento e nel secondo caratterizza bene l’austerità e la moralità del discorso di Germont, quindi spesso Verdi si attiene alle regole perché così facendo rende queste strutture narrative. Come si è già detto il personaggio che “accende” di più l’andamento musicale è Violetta, ma a volte anche il suo canto rientra nei canoni classici del melodramma e anche qui c’è un significato sotto: Violetta usa la formalità come una maschera, nel I atto quando si nega ad Alfredo dopo che egli le ha dichiarato il suo amore, troviamo un canto assai ornamentato con una linea melodica ricca di fioriture, questo è uno stile quasi arcaicizzante, ma è il mezzo con cui Verdi ci fa vedere che l’immagine pubblica di Violetta è una maschera non sua che indossa come una protezione contro i rischi dei sentimenti.

E’ interessante vedere come con “La Traviata”, in Verdi, si avvii un processo che porta via via alla drammatizzazione e alla scomparsa del recitativo propriamente detto, nel finale del II atto i recitativi non fungono solo da preparazione alle arie, ma sono parte di blocchi drammatici d’insieme. Infatti, troviamo un tessuto musicale continuo in crescendo con il coup de théatre finale secondo una struttura che aveva creato Donizetti nell’opera (nel finale dei secondi atti due personaggi si fronteggiano in un crescendo che culmina con l’entrata del coro e un colpo di scena dopo il quale nulla sarà più come prima, spezzando così l’opera), a questo Verdi aggiunge un concertato finale nel quale è visibile la mutazione di tutto: Alfredo passa dall’ira alla vergogna, Violetta appare a tutti come una vittima, il suo canto viene posto su un piedistallo e viene qui quasi santificata.

Nel III atto abbiamo il Preludio che si apre come quello del primo, che poi diventava un valzer (espressione della mondanità) sul tema di “Amami Alfredo”, mentre questo risulta straziante e doloroso, caratterizzato da un fraseggio spezzato, perché prelude alla fine e questo ha portato in tempi odierni alla visione dei primi due atti come dei flashback di Violetta che ricorda i suoi ultimi mesi di vita (emblematico è il caso di Zeffirelli che durante il preludio del I atto portò in scena Violetta morente). Un altro grande espediente usato da Verdi per segnare l’allontanamento dalla vita di Violetta nel III atto è che questa sente i canti festosi di Carnevale fuori, in mezzo alla strada, prima sarebbero stati nella sua casa o comunque ad una festa alla quale ella avrebbe partecipato, ma ormai sta lasciando tutto ciò con cui aveva vissuto.

Abbiamo già detto l’importanza che ha nel dramma il duetto tra Violetta e Germont, ma non si è parlato di ciò che avviene musicalmente e che sarà un leitmotiv fino alla fine dell’opera: il tema del sacrificio. Violetta sceglie di sacrificare il proprio bene individuale per quello sociale e acconsente al troncamento della relazione e al culmine della linea melodica dell’aria “Dite alla giovine” troviamo la parola “sacrificio”, subito ritroviamo questo nella cabaletta “Morro! …la mia memoria” dello stesso duetto dove sulle parole “conosca il sacrifizio” ora Verdi inserisce un tema di 7 note basato su un ritmo puntato, che Violetta ripeterà dopo aver salutato Germont e sarà il motivo conduttore che ritroveremo in seguito. Quando Germont esce Violetta scrive ad Alfredo, ora bisogna fare attenzione al genio di Giuseppe Verdi: ovviamente noi non possiamo sapere cosa gli stia scrivendo, ma ce lo fa capire attraverso la musica infatti, troviamo quel tema leggermente variato con una semicroma aggiunta all’interno, formando così dei disegni di tre note suonate dal clarinetto, che sono la narrazione in musica di cio che sta scrivendo Violetta, il suo sacrificio. Nella celebre parte di “Amami, Alfredo” lo ritroviamo sulle parole “quanto io t’amo, quanto io t’amo” perché lei a parole sta manifestando il suo amore ma in musica, quindi nella sua anima, sta dicendo: “io mi sto sacrificando per la tua famiglia”. Infine nell’ultima scena, quando lei dona ad Alfredo una sua immagine come ricordo per la sua futura compagna, ritroviamo questo tema sulle note Fa e Mi ripetute tre volte con quel ritmo puntato, mentre lei si riferisce a sé stessa che, ormai sacrificata, dal cielo prega per lui e per lei. Questi mezzi espressivi la dicono lunga sul genio di Verdi e dovrebbero far un po’ ricredere chi svaluta quest’opera.

Sicuramente quando si va a vedere un’opera del genere è impossibile rimanere indifferenti, dentro c’è un conflitto personale e un conflitto sociale: è bene sacrificare sé stessi per gli altri? Vale più la morale comune o quella personale? Può redimersi davvero una persona? Verdi non ambisce a chiarire questi dubbi, vuole invece accenderli e far sì che la risposta venga da noi spettatori e giudici.

Lorenzo Papacci


About the Author

Lorenzo Papacci

Nato nel 1994, studio lettere ad indirizzo musicale all'università "La Sapienza". Melomane convinto e polemico amante di Verdi e Puccini. Se vedo un pianoforte penso a Liszt, degli strumenti ad arco a Vivaldi e un'orchestra a Mozart e Bruckner. Profondamente convinto che la semplicità e l'eleganza in musica portino lontano.