Boulez non è morto, non è mai vissuto

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La morte di Pierre Boulez ha aperto nuovi scenari per il futuro della musica e del fitto reticolo di pensieri che si è articolato attorno alla sua natura. Abbiamo iniziato a raccogliere le opinioni a freddo di addetti ai lavori sul tema, e inauguriamo la serie con un contributo del compositore Carmine Maresca.

In un passato articolo mi sono già occupato della cosiddetta musica d’avanguardia marcandone gli evidenti fallimenti concettuali. Oggi stesso, rileggendo Nietzsche, mi è capitato di riflettere su un aspetto che, credo, meriti attenzione. Nell’eterno ritorno il filosofo tedesco afferma che la vita, o un qualsiasi altro avvenimento, che scompare senza più ripresentarsi è simile ad un’ombra, è senza peso. È in pratica morto prima della morte stessa. Prendendo in prestito le parole di Kundera: “… non occorre tenerne conto [ciò che non ritorna], come di una guerra fra due stati africani del XIV secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché 300.000 negri vi abbiano trovato la morte”.
Il ritorno è un elemento fondamentale anche in musica. L’intelligibilità e la comprensione di un componimento si basano, sostanzialmente, sulla ripetizione più o meno letterale di una frase o di un periodo. La musica seriale, così come la sterminata frammentazione compositiva del secondo novecento contrasta questa logica: un suono, un ritmo, un timbro non può essere risentito finché tutti gli altri suoni non abbiano fatto la propria comparsa. Una sorta di insensata democrazia dei suoni in contrapposizione al “nazismo” della gerarchia. È stato largamente dimostrato che il naturale funzionamento umano, la sua coscienza, ha bisogno di stabilire un ordine logico, un nesso tra inizio, sviluppo e il ritorno in modo che la musica entri in diretto contatto con la persona che ascolta. Una concezione assolutamente in antitesi con la musica avanguardista. Fu proprio alla morte di Schönberg che Boulez, in uno spietato necrologio si scagliò violentemente contro il compositore austriaco affermando che lo stesso, pur rivoluzionando l’armonia, aveva sostanzialmente lasciato intatte forma e struttura. Aveva, così, dimostrato “… il romanticismo più ostentato e desueto”. Era giunto dunque il momento di “neutralizzare il fallimento”.
La storia, come sempre spietata, ha decretato un fallimento: quello di Boulez e più in generale delle logiche dittatoriali di Darmstadt.
L’avanguardia oltre a non comprendere la vitale importanza della ripetizione in musica, ha commesso un altro oneroso sbaglio. Ha infatti anteposto concetti estetici al naturale comportamento umano. L’idea di Schönberg per cui “fra settant’anni tutti fischietteranno le mie serie dodecafoniche” è miseramente fallita in quanto l’essere umano ha vissuto, vive e continuerà a vivere nella tonalità. Questo non vuol dire, badate bene, che si debba ritornare ad una scrittura ottocentesca ma utilizzare saggiamente l’enorme ventaglio di possibilità compositive in modo da trovare la propria cifra artistica senza cercare di alterare la coscienza umana.
D’altra parte un fenomeno ha senso soltanto se messo di fronte al proprio opposto: conosciamo le tenebre soltanto perché esiste la luce. Allo stesso modo la dissonanza è tanto più incisiva quando contrapposta alla tanto osteggiata consonanza. Possiamo infine concordare, dopo circa un secolo, che il fallimento avanguardista non è assolutamente dettato dalla scarsa abitudine o reiterazione all’ascolto, semplicemente dalla impossibilità umana a snaturarsi.

Carmine Maresca


 

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