L’umano e il divino attraverso tre secoli di musica

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Grande ripartenza dopo la pausa pasquale per l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia .
Il 2/3/4 Aprile il direttore Pappano ha portato sul palco un programma che il pubblico, vista la partecipazione numerosa, ha dimostrato di aver apprezzato.

Un programma che abbraccia ben 3 secoli diversi e che presenta alcuni pezzi di non immediata orecchiabilità: la Sinfonia n.5 di Čaikovskij, la Sinfonia di Salmi di Stravinskij e un pezzo di musica contemporanea del giovane compositore Riccardo Panfili, intitolato “L’aurora probabilmente”.

Il primo pezzo in programma è l’ultimo della nostra lista.
Non una vera e propria prima assoluta quella di stasera, che, al contrario, è avvenuta nel 2014 al Teatro alla Scala di Milano, sempre sotto la direzione di Pappano.
Quella di questa settimana è invece la prima esecuzione a Roma, nella nuova versione riveduta.

“L’aurora probabilmente” è descritto come un poema sinfonico ispirato alla filosofia di Nietzsche, al quale Panfili si è interessato già da giovane.
Venti minuti di musica di forte impatto che, per la verità, non hanno destato un’accoglienza troppo vivace presso il pubblico ma che non hanno negato un applauso sentito rivolto al compositore, presente in sala.

Numerose sono le reminiscenze straussiane, bruckneriane e mahleriane, nondimeno ciò che caratterizza questa composizione è proprio la sperimentazione e la ricerca di nuove soluzioni.
Il pezzo è pensato come una successione ad ondate di momenti di tensione poi improvvisamente scaricati e svuotati dall’interno: già dalle prime battute si presenta una musica esasperata e fortemente tensiva alla quale segue un momento di stasi squilibrata, funzionale ad un nuovo momento climatico.

La musica di Panfili è così: un’enorme ruota infernale e meccanica che gira e rigira senza pace.
Il discorso armonico è straziato e ferito da accordi in piena orchestra sul fortissimo, ma è verso la fine del brano che troviamo quella novità, di cui si parlava precedentemente, che rende quest’opera veramente interessante dal punto di vista dell’organico strumentale.

L’ineluttabilità virtuosistica di questo rotore orchestrale viene finalmente placata nel momento in cui un disegno degli archi, collocato ad altezze vertiginose, mette pace a questo implacabile movimento desultorio, non prima però di aver inferto le ultime lacerazioni dilanianti allo spazio sonoro.

Pappano conduce la sua orchestra con naturalezza attraverso queste pagine, caratterizzate da una difficoltà ritmica e tecnica non indifferente, alla quale però gli orchestrali rispondono con agilità.
Una musica d’impatto che non può lasciare indifferente l’ascoltatore. Quest’ultimo viene infatti stordito in alcuni momenti e accarezzato leggerissimamente in altri.
Un’opera degna di nota, probabilmente…

Prima della pausa, il programma prevede l’esecuzione di un’opera sinfonico-corale di Stravinsky, la Sinfonia di Salmi.

Si è soliti suddividere la produzione stravinskiana in periodizzazioni che, effettivamente, rispecchiano bene l’anima eclettica e poliedrica del genio russo.
Ebbene, poco più di un mese fa il pubblico dell’Accademia ha avuto modo di ascoltare l’Œdipus Rex; questa settimana abbiamo assistito con piacere ad un’altra composizione sempre del periodo cosiddetto neoclassico stravinskiano.

Anche questa volta ci troviamo davanti una musica monumentale la cui caratteristica peculiare è una solenne ieraticità unita ad un suono orchestrale innovativo.
La Sinfonia dei Salmi comprende l’esecuzione di alcuni versetti dei Salmi 38, 39 e il Salmo 150.

Scritta nel 1930, quest’opera sinfonico-corale presenta già grandi novità per quanto riguarda l’organico orchestrale: al coro di voci miste si aggiungono violoncelli, contrabbassi, fiati, arpa, timpani e infine due pianoforti.

Il primo movimento, scritto “in uno stato di esaltazione religiosa e musicale”, presenta già dalle prime battute un modo di conduzione del discorso melodico disuniforme e spezzato.

Exaudi orationem meam, Domine: Ascolta la mia preghiera, Signore.

Questa supplica rivolta a Dio inizia con una melodia cantilenante affidata prima all’oboe e poi agli archi, ai quali vengono posti come segni di interpunzione alcuni accordi repentini dell’orchestra.
Dopo l’entrata del coro, il movimento si dirige verso un grande climax che culmina sul “Ne sileas”.

Il secondo salmo ci permette di comprendere più a fondo il sapore neoclassico di questa musica: in questo movimento, l’avvicinamento di Stravinsky con la tradizione classica è evidente.
È possibile infatti intravvedere, in filigrana, un Bach rivisitato e spento del suo slancio vitale.
A dominare in questo secondo movimento è il contrappunto che fa da base a una doppia fuga che si instaura dalla frase lamentosa e trista di un oboe solitario, al quale si aggiungeranno mano a mano altri strumenti.
Un espressione malinconica di invocazione a Dio che si chiude con la descrizione di un canto nuovo, stavolta di lode.

Questo canto lo sentiamo nell’ultima sezione dove si assiste ad un vero innalzamento della musica verso Dio.
Il terzo movimento, che rappresenta una dossologia musicale e un’espressione di lode verso il Creatore inizia con un esclamazione di lode alleluiatica, in cui si possono cogliere echi del già citato Œdipus Rex.

A questa espressione vigorosa segue poi una sezione più contenuta e solenne; giungiamo così al punto della composizione in cui più si avvertono le innovative soluzione di armonizzazione.
Una musica di elevazione, e di cosmica sospensione che porta a compimento questa sinfonia con un’ultima ripresentazione dell’Alleluia, quasi bisbigliato, che stavolta però termina con un sereno accordo risolutivo.

Il coro dell’Accademia, al quale è stato aggiunto il coro delle voci bianche (indicazione dello stesso Stravinskij), si dimostra all’altezza non solo della difficoltà tecnica, ma anche della pericolosa e difficoltosa intonazione.

Con l’ultima parte del concerto ritorniamo a capofitto in terra per ritrovarci a contemplare le vicende umane.
D’altra parte, la musica di Čaikovskij è fortemente impregnata di autobiografismo e di umanità.

Scritta nel 1888 ed eseguita per la prima volta nel novembre dello stesso anno la Quinta Sinfonia, a tutta prima, non destò l’entusiasmo del suo compositore.
Čaikovskij dovette poi ricredersi in seguito all’ottima accoglienza che ebbe presso il pubblico.
Difatti, questa sinfonia rappresenta uno dei vertici della produzione del compositore russo: i 4 movimenti di questa sinfonia sono legati da un motto che ascoltiamo già dalle prime battute, per mezzo di una frase lugubre affidata a due clarinetti con il sostegno degli archi. Secondo lo stesso autore, questo inizio sta a simboleggiare “una completa rassegnazione al destino”.

Il secondo movimento rappresenta invece uno dei momenti più alti della composizione: un’introduzione sul piano degli archi conduce verso uno degli assoli di corno più famosi nella letteratura di questo strumento.
Alla dolce scoperta di un “raggio di luce” da contrapporre all’ineluttabilità del fato, Čaikovskij risponde con un accordo sul fortissimo che spezza in due questo movimento e che infierisce sullo spazio sonoro, già profondamente provato dalle due precedenti composizioni.

Una improvvisa ed incompleta serenità conduce al terzo movimento, un Valzer, in cui sotto la superficie spensierata e gaia si muovono delle increspature che portano nuovamente al motto, comune a tutti e 4 i movimenti, presentato stavolta nella parte finale del movimento.

Nell’ultimo movimento ci troviamo invece ormai in un’atmosfera trasfigurata.
Il tono qui è ormai del tutto enfatico e marziale, e la rassegnazione al fato non sembrerebbe prendere parte a questo Allegro.
A far drizzare le orecchie all’ascoltatore è pero proprio lo stesso tono esasperatamente ampolloso, dal momento che, davanti alla patina trionfalistica e celebrativa, si percepisce, per la verità, un sub-livello di  falsa e artificiosa celebrazione .

Il pubblico, educato, non applaude nemmeno nel punto prima della coda finale dove ormai ci siamo abituati a sentire l’ovazione degli spettatori meno esperti.

Un’esecuzione ben riuscita, forse non al massimo delle potenzialità d’espressione, chiude questo primo concerto di Aprile che precede la tournée che porterà l’Orchestra dell’Accademia nelle migliori sale di Francia e Germania.

Matteo Macinanti

 

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Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.