Chi voleva sfrattare Richard Strauss?

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La sorpresa dell’uomo fu qualcosa di memorabile. Anche se in quegli ultimi anni situazioni simili le aveva già vissute. Particolarmente in quelle due tre settimane in cui aveva dovuto approfondire l’alfabeto muto degli uomini, gestirne l’imprevedibilità, decodificare le reazioni sommesse, il fuoco sotto la cenere.  Come per il tedesco, non era stata un’impresa semplice e del resto, sempre aggiornabile. Ma quella cosa lì proprio non se la sarebbe aspettata. E pensare che aveva anche affinato un tipo particolare di sguardo. Quello di chi ha vinto la guerra. Un misto di istinto predatorio, soddisfazione viscerale, corporea, appagamento di chi è uscito dal tunnel della paura e gusta alla curva successiva la sottomissione altrui. Con un fondo, esiguo, di compassione umana, da far affiorare preferibilmente alla sera.

La villa era splendida. La posizione anzitutto. Per quello non c’era bisogno di una vista particolare. Isolata, maestosa, con quella montagna a incoronarla. Sulle carte l’aveva immaginata proprio così. La montagna più alta della Germania, lo Zugspitze, solenne come un rapace che sta per dischiudere le ali ma indugia a guardarsi intorno. Il posto ideale per il quartier generale del vincitore, il suo, del maggiore Kramers, di origine olandese, imparentato quindi col vecchio continente, mai come ora prostrato eppure fiero e coriaceo.

Come quel vecchio barbogio. Incurvato. Nobiltà remissiva, orgoglio latente ma sconfitto dalle cose, con quel frugoletto attaccato alla piega dei suoi pantaloni come un francobollo. “Noi non ce ne andiamo di qua – strillava – vero nonno? Noi vogliamo rimanere qui. è la nostra casa”. La vecchia, doveva essere la moglie del tipo, lo aveva guardato con degnazione e si era subito infilata in casa per fare due valigie. Glielo avrebbe permesso, anche se l’ordine era stato tassativo. Avevano quindici minuti di tempo.
Proprio per questo il vecchio era entrato in garage e si era messo ad armeggiare attorno a una Mercedes anni ’30, arrugginita non al punto di mascherare una sua nobiltà. Sì, il vecchio doveva essere stato un tipo importante.

Fu in quel momento che la cosa avvenne. Quel metro e trenta di energia e spudoratezza tornò indietro dalla porta del garage che aveva tenuto aperta fino all’uscita della vettura. Richard si chiamava il moccioso. Pestava i piedi sul selciato come uno stantuffo e digrignava i denti. Consumò quel breve spazio in un battibaleno e poi piantò gli occhietti chiari in faccia al maggiore, ancora stravaccato sul sedile posteriore della jeep e i due soldati di fronte a gustarsi la scena con degnazione e boria.

“Voi non sapete chi è mio nonno, quello lì! Voi non lo sapete. Ma lui ha scritto il cavaliere della Rosa e Salomè”

Dieci minuti dopo il maggiore commosso era seduto nel salotto di casa Strauss: la montagna solo un’ombra quieta dietro le finestre sormontate da una bella parata di trofei di caccia. Nella sala di fronte la collezione di oggetti di cristallo, reliquie inestimabili per il maestro, custodite dentro nicchie e armadi a muro, e poi il pianoforte, la vetrata art déco sulla destra, vicino alla porta di ingresso, a raffigurare il mito di Dafne.
No che non l’avrebbe sbattuto fuori il signor Richard. Lui, il soldato Kramers, quelle musiche le aveva amate al di là dell’Oceano. Saranno state le origini continentali, ma quanto gli era piaciuto quel delicato bon ton europeo, così demodé, quegli intrighi, quei giochi di seduzione e ritrosie! Quanto gli era piaciuto in teatro pavoneggiarsene con la fidanzatina, tutta occhi e orecchie.

Per cui il convoglio fece dietro front. Saranno passate almeno un paio d’ore. Il quartiere della guarnigione sarebbe rimasto vicino alla stazione sfigurata dalle bombe. In fondo da lì la città si controllava meglio. Sì, era stata comunque una giornata memorabile. Lo avevano capito anche i suoi soldati. Alla maniera loro, inevitabilmente yankee.

Qualcuno lo raccontò ai commilitoni rimasti in attesa. A parole sue. E così si diffuse la voce che in quella cittadina ammutolita viveva il grande Strauss, quello che, secondo le loro ineccepibili informazioni,  aveva scritto il valzer di Vienna, il Bel Danubio blu.

E certo – commentò un altro beninformato – sarà scappato qui dopo che gli abbiamo buttato giù il teatro di casa sua, il mese scorso. “

Il 12 marzo 1945 la Wiener Staatsoper era diventata un cumulo di macerie fumanti e Richard Strauss a Garmisch, dove abitava da oltre trent’anni, finiva di scrivere  le Metamorfosi, elegia di un mondo che non poteva più essere il suo. Sfigurato, non trasformato. Distrutto dall’odio.

Saverio Simonelli

Articolo originariamente pubblicato sulla rivista “Orlando Esplorazioni”


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