Reportage di una Pasqua musicale viennese

In Recensioni by Marianna Gallerano0 Comments

A Vienna, a due passi dalla Cattedrale di Santo Stefano, c’è una chiesa quasi invisibile, totalmente integrata nella struttura del Palazzo Reale. Dall’esterno ci si immagina di entrare al massimo in una cappella… E invece varcando la soglia ci si trova catapultati in tre navate di gotico puro: la chiesa di Sant’Agostino, in tedesco Augustinerkirche.

Venne fondata nel 1327 da Federico I Asburgo per l’ordine dei Frati Agostiniani, e dedicata al loro Santo protettore. Dal 1634 fu la chiesa parrocchiale della Hofburg, il palazzo d’inverno degli Asburgo, nel pieno centro della città. Vi furono celebrate le nozze di numerosi membri della famiglia imperiale, tra cui quelle tra Francesco Giuseppe e la sua amata Sissi, nel 1854.

Oggi la chiesa è famosa, più che per la sua storia, per le celebrazioni accompagnate da musiche sacre (e non) composte dai grandissimi della musica: da Mozart a Haydn, a Bruckner, Schubert, Beethoven.

Tra gli aneddoti musicali, la Augustinerkirche vide Franz Schubert dirigervi per la prima volta la sua Messa in Fa maggiore nel 1814, e grazie alla presenza di due organi vi fu messa in musica per la prima volta la Messa in Fa minore di Anton Bruckner nel 1874.

Al momento di scegliere in quale Chiesa trascorrere la mia Veglia della notte di Pasqua, ho pensato subito a questa.

Sabato sera, nell’ancora invernale buio dell’elegantissima Vienna, sono arrivata nel piazzale davanti all’ingresso. Fuori, il fuoco bruciava in un braciere, illuminando a sprazzi il viso dei fedeli. Dentro, il buio più totale, e il silenzio.

Dopo la benedizione e l’accensione del cero, di candela in candela, la chiesa andava riempiendosi di piccole lucine nelle mani delle persone.

Ed è nel buio che sono state lette le sette letture dell’Antico Testamento, per ripercorrere la storia del Cristianesimo dalla creazione del mondo, seguite dai sette Salmi corrispondenti: ognuno di essi cantato da una voce di baritono e da una di mezzosoprano (rispettivamente Peter Tiefengraber e Christina Maier), alternate o insieme.

Le voci evocavano cantando una profonda riflessione, come accompagnando per mano ognuno dei presenti verso il momento della Resurrezione. Gradualmente si facevano più calde, più presenti, più movimentate.

Finalmente, dopo il settimo Salmo (42,3) e un momento di silenzio, le voci dell’organo hanno inondato la chiesa. Contemporaneamente si sono accese tutte le luci, trasformando il buio e il silenzio in un gigantesco inno alla vita, sulle note del Gloria di Franz Schubert.

Ed ecco comparire le linee architettoniche slanciate verso l’alto e verso Dio, l’intera struttura intonacata di bianco per far risaltare ancora di più le arcate, le colonne e le opere d’arte che decorano le pareti. Nell’abside, un altare di punte e guglie dorate, che sembra illuminare da solo tutto lo spazio circostante. Quasi fuori dalla realtà, come solo lo stile gotico sa essere, tutto sembrava voler far sentire all’uomo la sua minuscola essenza “umana”, con gioia.

Anche il Vangelo è stato cantato, seguendo una tipica melodia sillabica della Lectio Evangelis del canto gregoriano. Ma il vero incanto della musica doveva ancora arrivare. Il foglietto della Messa era intitolato “Österliche Festmusik für Trompete & Orgel”, quindi “festosa musica pasquale per tromba e organo”.

Al momento della preparazione dell’Offertorio, ecco arrivare la tromba. I musicisti (Gernot Kahofer e il suddetto Peter Tiefengraber, anche organista) con l’Allegro del Concerto in Do maggiore di Michael Haydn offrivano, suonando, a Dio e a tutta la comunità la loro straordinaria arte.

Ma soffermiamoci un attimo sul brano e sul suo autore.

Michael Haydn (Rohrau 1737 – Salisburgo 1806) era il fratello minore del più noto Franz Joseph (Rohrau 1732 – Vienna 1809). Dal 1745 entrambi i fratelli furono coristi nello Stephansdom (la cattedrale) di Vienna. Studiò violino, organo e composizione, e dal 1757 lavorò come Kappellmeister di Cappella a Gran Varadino e poi a Salisburgo alla corte dell’arcivescovo Colloredo, sostituendo prima come supplente nientemeno che Leopold Mozart e Antonio Salieri e poi come titolare Wolfgang Amadeus Mozart, suo amico intimo. Michael scrisse oltre 360 composizioni sacre e moltissima musica strumentale. Fu insegnante di Carl Maria von Weber e Anton Diabelli.

Il Concerto in Do maggiore MH60 fu composto nel 1763 per un trombettista rimasto ignoto, che doveva essere di un virtuosismo smisurato: scritto per tromba, due flauti, archi e basso continuo, il suo movimento di apertura (Adagio) è una rielaborazione di un concerto per violino (MH52) scritto tra il 1760 e il 1762. La tromba in questo concerto raggiunge altezze stratosferiche – fino alla 21ª naturale – note che sono ottenibili solo da un musicista di abilità eccezionali. Per questa particolarità il pezzo è considerato da alcuni (tra cui Edward H. Tarr, ne L’arte della tromba barocca, vol.4) il più difficile concerto per tromba mai scritto. L’altezza così estrema delle note è dovuta al fatto che i musicisti e compositori dell’età barocca erano fortemente influenzati dalla voce umana, che doveva essere emulata (anche nelle altezze) dagli strumenti a fiato ad essa molto più simili rispetto agli strumenti a corde.

Sembrava, sentendone l’arrangiamento per tromba e organo (degno sostituto di un’intera orchestra), che ogni nota volesse portare un pezzettino più su il pensiero, lo spirito, il cuore e la mente dell’ascoltatore.

Nel momento più importante della celebrazione, ossia durante l’Eucaristia, la sacralità e la preziosità dei gesti di benedizione del sacerdote e dei passi dei fedeli verso l’altare per ricevere il Corpus Christi sono stati accompagnati da una musica che sembrava scivolare e scorrere lungo le arcate della chiesa, dritta nell’orecchio e nel petto di ognuno: il Concerto in Re per tromba, archi e basso continuo di Georg Philipp Telemann (Magdeburgo 1681 – Amburgo 1767).

Telemann fu compositore e organista, Kapellmeister a Sorau, Eisenach, Francoforte e Bayreuth, e per 46 anni Direttore di Musica ad Amburgo. In questa stessa città fondò nel 1728 il primo giornale di musica tedesco, il “Getrauter Musik Meister”.

Nei suoi 86 anni di vita, scrisse più brani di ogni altro compositore della storia: il suo catalogo conta più di 3600 composizioni, considerando che durante la Seconda Guerra Mondiale un innumerevole numero di manoscritti andò perduto. Era talmente famoso nella società del suo tempo che la città di Leipzig non poté permettersi di averlo come Direttore di Musica e dovette “accontentarsi” di Johann Sebastian Bach. Telemann influenzò le opere di numerosissimi compositori (primi fra tutti Bach e Georg Friedrich Händel) fino a che verso la fine del XVIII secolo i critici non incominciarono a considerare l’enorme quantità delle sue composizioni come un fattore che smentiva la qualità delle stesse. Lo si vide, contrapposto a Bach, come un compositore poco inventivo e ispirato, troppo legato alla semplice melodia, e ben presto, considerato mancante di quell’impeto vitale che tanto era cercato dal Romanticismo, venne relegato ai margini della storia della musica fino ad arrivare a non avere nemmeno una voce nell’edizione del 1911 dell’Encyclopedia Britannica.

Solo nel secondo dopoguerra i musicologi che cercavano di salvare gli archivi tedeschi disseppellirono centinaia di opere dimenticate del maestro, e le sue composizioni ritrovarono interesse e passione nel pubblico.

Quello in Re maggiore è l’unico concerto per tromba di tutto il repertorio di Telemann, nonché il primo concerto per tromba firmato da un compositore tedesco. La data di composizione risale al 1710-1720. Per la sua forma ( quattro tempi, alternandosi uno lento e uno veloce) viene definito una “sonata da chiesa”.

Il primo movimento (Adagio) fu ripreso da Fabrizio de André per musicare il suo brano La canzone dell’amore perduto, facendosi raccontare così dalla musica del grande maestro una storia evocativa e commovente.

Nel secondo movimento, la tromba e gli archi – nell’esecuzione della Augustinerkirche l’organo – si rincorrono in un energico dialogo di idee musicali, che si sospende nel terzo movimento, il Grave in Si minore riservato all’organo, per poi riprendere nell’Allegro finale.

La musica risuonava tra i banchi, tra le candele ancora accese, guidando la riflessione e la gratitudine per il dono in cui consiste la celebrazione eucaristica. Sembrava di poter accarezzare la linea melodica della tromba, così viva e calda da sembrare materiale, tangibile.

Con ancora nello spirito la dolcezza della musica di Telemann, delle parole della benedizione dopo la Comunione, della preghiera del Te Deum, il postludium si è riempito dall’energia e dalla gioia sprigionate dalle note del Concerto in La diesis di Antonio Vivaldi (Venezia 1678 – ibidem 1741). Il famosissimo compositore, ordinato sacerdote nel 1703, compose la maggior parte dei suoi concerti, delle musiche sacre e delle cantate per il conservatorio femminile annesso al Pio Ospedale della Pietà, dove per altro il musicista, noto anche con il buffo soprannome “il Prete Rosso” per il colore della sua capigliatura, insegnava violino.

Così, dopo aver respirato un’atmosfera quasi assoluta, dove la musica aveva ricoperto il ruolo non solo di accompagnatrice ma di guida e ispirazione alla riflessione e alla preghiera, seguendo le note di Vivaldi mi sono ritrovata sul piazzale.

Addosso, di nuovo il freddo di Vienna. Fuori il buio, era notte fonda. Ma la luce c’era, e non era più solamente quella del fuoco nel braciere, o delle candele nelle mani dei fedeli. Era dentro, avvolta in un turbine di melodie. Era la luce della Pasqua.

Marianna Gallerano


 

 

Per approfondire:

Edward H. Tarr, L’arte della tromba barocca, vol.4

www.augustinerkirche.augustiner.at

www.hochamt.augustiner.at

www.classicalarchives.com

www.doblinger-musikverlag.at

www.prestoclassical.co.uk

www.amadeusmusic.ch

www.classicalarchives.com

www.trompetenforum.de

www.redlandssymphony.com

www.vsl.co.at

www.wien.info

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