Notturno in Fa Minore

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F. Chopin, Nocturne Op.55 n°1

François passeggiava lungo la Senna, in quella gelida notte d’inverno. Solo. In ogni passo cercava un briciolo di speranza. Poi esitava un momento, si guardava intorno e non poteva che ricominciare da capo, da due passi prima. Camminava così, quasi girando su se stesso, sulle sue fragili gambe infreddolite. Era stata una serata incomprensibile, quella.
Il suo pensiero gelato dal freddo di Parigi, dall’umidità del calmo fiume e dalla vista di quegli alberi spogli, così spogli come lui si sentiva nelle viscere, era a tratti scaldato come da un fiammifero: lo sguardo di lei. Così caldo, anche mentre diceva che non lo amava più. Che non poteva più vederlo. Sophie lo tagliava a pezzi, una parola dopo l’altra, eppure ogni suono che proveniva da quelle labbra così rosse e dolci non poteva che essere caldo alle orecchie di François.
Tutto perso nel colore e nella musica di lei, lui non si era nemmeno reso realmente conto di quello che gli stava succedendo.
La verità gli piombò addosso solo quando il maggiordomo lo accompagnò alla porta. “Addio, Monsieur Pointerie”. In un attimo si trovò con il caldo e la luce alle spalle, e davanti il gelo buio della città di notte. Il silenzio.
Aveva iniziato così a camminare senza meta, lungo il fiume ma senza seguirne realmente il corso.
Era fermo, incantato. Strattonato tra il desiderio di abbandonarsi nell’acqua quasi immobile della Senna, o di lasciarsi cadere a terra, e quello di aggrapparsi a quel piccolo tepore del ricordo di lei.
Era bella. Oh, se era bella. Ripensava a quel giorno in cui avevano deciso di getto di prendere una carrozza ed andare a passeggio nella foresta di Fontainebleau. Quelli sì, erano passi sereni… Il sole attraversava timidamente le foglie, tingendo l’aria di una luce viva, mossa da ogni sfumatura di verde immaginabile. Sophie l’aveva fermato, in una piccola radura, e gli aveva chiesto di giurargli il suo amore. François aveva sentito il calore della sua mano in quella di lei, avvolto da un’aria di promessa che sembrava dovesse durare in eterno.
E quel giorno in cui erano rimasti per ore a contemplare il gruppo scultoreo di Amore e Psiche senza riuscire a spiegarsi come fosse possibile fissare in un blocco di marmo quell’attimo prima del bacio, così sfuggente… Ogni movimento di François oscillava tra il loro passato e il suo sconclusionato presente.
Sarebbe mai potuto tornare da lei? Un passo, solo un passo in più… Ma nulla, la sua andatura era quella di un antico, malinconico, carillon. Comunque si fosse mosso si sarebbe inesorabilmente ritrovato nello stesso punto, era incastonato in un circolo fuori da ogni tempo.

A un certo punto si fermò.
Aveva deciso. Fu assalito da un terribile vortice di rabbia e dolore. Sophie non avrebbe mai potuto capire quanto lo avesse ferito. Senza di lei il mondo era privo di ogni possibile direzione.
François iniziò a correre tra un punto e l’altro dell’argine del fiume. Cercava il punto migliore. Lasciarsi andare all’acqua, annegare tra i pensieri e nel gelo assoluto non sentire più nemmeno quelli. Sì, quella era l’unica vera direzione possibile.

Rapido e deciso si avvicinò al margine del marciapiede per farsi cadere… Ma poi si vide, lì, riflesso. Esitò un momento, si guardò intorno, e non poté che ricominciare da capo. Riprese a camminare ciondolando tra il ricordo e il nulla, fino a che senza nemmeno rendersene conto stava correndo. Correva indietro, verso la porta di Sophie.
Al solo vedere le luci della sua casa si sentì rinascere.
E la vide.
Dietro il tenue velo di una tenda, il suo sguardo dolce era posato su di lui.

Marianna Gallerano


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