ŒDIPUS REX: la conoscenza come trauma

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“Tornando da Venezia a Nizza nel Settembre 1925, mi fermai per alcuni giorni a Genova… lì, in una bancarella di libri, vidi una vita di Francesco d’Assisi, che comprai e lessi quella notte”

Erano già un po’ di anni che Stravinskij si sentiva di dover comporre un lavoro drammatico di vaste proporzioni.

Il problema che ossessionava però il compositore, ormai già da tempo esule in terra straniera, era quello della lingua: per esprimere un soggetto sublime era necessario servirsi di una lingua altrettanto elevata.
Leggendo la vita del Poverello d’Assisi, Stravinskij giunse ad una felice soluzione: come S.Francesco ricorreva al provenzale quando doveva esprimersi sulle cose alte, così egli stesso si sarebbe potuto servire del latino, lingua sacrale e monumentale per eccellenza.

Una volta risolto il problema linguistico, si presentava al compositore la scelta del soggetto.
Il giovane Igor, da adolescente, era rimasto affascinato dalla lettura di una traduzione in russo di una tragedia di Sofocle: Edipo Re.
Furono proprio l’universalità del mito e la conoscenza di esso su larga scala (era stato riportato in auge non molti anni prima da Freud), i fattori che permisero a Stravinskij, in collaborazione con il librettista Jean Cocteau, di mettere in scena un’ Opera-Oratorio che potesse presentarsi come il distillato dell’essenza drammatica originaria della tragedia di Sofocle.

Risale invece al 1998 l’ultima esecuzione, prima della settimana passata, della composizione stravinskiana all’ Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Un ritorno che è stato accolto con favore dal pubblico dell’Accademia e che è stato introdotto da una conferenza tenuta il 28 Febbraio dal compositore Ivan Fedele, come guida all’ascolto di questo capolavoro del periodo neoclassico di Stravinskij.
Fedele ha permesso di introdurre magistralmente l’ascoltatore nelle pieghe più recondite dell’opera, enucleando i temi del dramma e spiegando alcune tecniche compositive alla base del lavoro; in particolare si è soffermato sulla sua radice universale e monumentale, sulla genesi e l’esecuzione dell’opera e sul tema portante di tutto il dramma: la conoscenza come trauma.

L’Edipo dell’opera neoclassica di Stravinskij, è infatti un “eroe della verità”, non esente da un certo atteggiamento di alterigia, che lotta per arrivare al più tremendo svelamento: oltre ad essere un parricida, si scopre anche amante incestuoso della stessa madre.

Il tenore Mati Turi, riesce ad impersonare molto bene il protagonista, anche se, in certi casi (come l’iniziale “Liberi vos liberabo”), avremmo preferito un atteggiamento più burbanzoso e spavaldo, proprio di un Edipo ancora lontano dall’assurda verità e forte della recente vittoria sulla Sfinge.
I numerosi melismi dell’aria iniziale vengono infatti poco accentuati per dare così spazio ad un Edipo tragico sin dalle prime battute.

Il direttore, il finlandese Sakari Oramo, riesce nel complesso ad offrire un’esecuzione incisiva e vivace della composizione, grazie anche ai solisti, tra i quali ricordiamo uno splendido Alfred Muff, nel ruolo di Creonte, e un altrettanto brillante Sonia Ganassi, nel ruolo di Giocasta.

A quest’ultima Stravinskij dedica un’aria, all’inizio dell’atto secondo, che si presenta come il momento forse più commovente dell’intera composizione: in atto di rivolgersi ad Edipo e all’indovino Tiresia per calmare la loro disputa sull’identità dell’uccisore del precedente re Laio, la regina canta un’aria in cui, distaccandosi dalla superstizione che ha creato scompiglio nella popolazione e nello stesso giovane re, ribadisce l’infondatezza degli oracoli.

In questa grande aria, definita come “il migliore latte di Verdi cagliato a formare formaggio”, si può notare l’atteggiamento di Stravinskij di fronte alla tradizione: al rispetto delle forme usuali (l’aria presenta la tipica struttura A-B-A), si accompagnano congiuntamente una rivisitazione e una appropriazione dello stesso materiale tradizionale.

È proprio un’immagine di plastica monumentalità quella che scaturisce dallo svolgimento della vicenda e in modo particolare in un momento preciso della composizione: il Gloria.
Questo pezzo trionfale e rituale, influenzato sicuramente dalla liturgia ortodossa della Chiesa Russa, svela la forza e l’incisività di un altro protagonista dell’opera, ossia il coro maschile.

Quest’ultimo, inizialmente, è parte viva dell’azione, ma finisce per diventare, verso l’epilogo della vicenda, il commentatore della triste storia del re Edipo, svolgendo una funzione simile a quella dell’antico coro delle tragedie greche, soprattutto nel finale dell’Opera-Oratorio, dove il coro, il cui maestro, ricordiamo, è Ciro Visco, avvia la conclusione del dramma pronunciando le ultime commoventi parole: “Addio, Edipo, nostro infelice Edipo, ti volevo bene, Edipo. Addio, Edipo, addio.”

L’esecuzione dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia, è stata accompagnata dall’attore Massimo de Francovich (un po’ sottotono per la verità), nelle vesti del narratore, ossia colui che ha il compito di descrivere i tratti salienti dell’opera e che interviene, come previsto da Stravinskij e da Cocteau, all’inizio e in mezzo al dramma.

Come preludio classico all’Œdipus, il direttore ha premesso la Sinfonia n.22 di Haydn, conosciuta con il titolo “il Filosofo”, forse proprio per il carattere austero dell’Adagio iniziale e per il colore un po’ esoterico e maestoso di questa composizione giovanile, tra le più eseguite del compositore austriaco.
Un’esecuzione davvero pregevole quella dell’Orchestra di Santa Cecilia, in modo particolare nel II movimento, dove emerge un’ esuberante e briosa vitalità, della quale però si è sentita la mancanza nell’ultimo movimento.

Matteo Macinanti

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Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.